E se obbligassimo i partiti a dire quanto costano le loro promesse?

È l’obiettivo di una raccolta firme per rilanciare un disegno di legge dell’economista Carlo Cottarelli, che il Parlamento non ha mai esaminato
ANSA
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Quello delle promesse elettorali irrealizzabili è un tema storico nel dibattito politico. In campagna elettorale i partiti annunciano nuove spese o tagli di tasse, ma spesso non spiegano dove prenderebbero i soldi per finanziarli. Per le elezioni politiche del 2022, Pagella Politica aveva verificato che, nei programmi dei principali partiti, più di nove promesse su dieci non indicavano una copertura economica.

Su questo tema, martedì 7 luglio la Fondazione Luigi Einaudi e l’economista Carlo Cottarelli hanno presentato in Senato la campagna “Quanto mi costa?”. Al centro dell’iniziativa c’è una raccolta firme che punta a rilanciare un disegno di legge presentato nel febbraio 2023 dallo stesso Cottarelli, quando era ancora senatore del Partito Democratico. La proposta vuole obbligare i partiti a indicare nei programmi elettorali non solo che cosa promettono, ma anche quanto costano le misure proposte e come intendono finanziarle. La campagna è stata rilanciata negli ultimi giorni pure dal leader di Azione Carlo Calenda, uno dei firmatari del disegno di legge. 

L’obiettivo della petizione è fare pressione politica affinché il Parlamento inizi la discussione su un testo già depositato. Il disegno di legge di Cottarelli, infatti, è fermo al Senato da oltre tre anni e il suo esame non è mai iniziato. 

Vediamo da dove nasce la proposta, che cosa prevede e quali punti restano da chiarire.

Il costo delle promesse

«Vorreste avere come amministratore del vostro condominio qualcuno che vi dice che vuole installare un nuovo ascensore, ma non vi dice dove prenderà i soldi? Probabilmente no», si legge nella descrizione della raccolta firme. L’esempio è concreto, ma rimanda a un problema ricorrente delle campagne elettorali. I partiti infatti promettono nuove spese o tagli di tasse, ma senza indicare spesso quanto costano le misure e come intendono finanziarle.

Come abbiamo spiegato in un precedente articolo, durante la campagna per le elezioni politiche del 2022 abbiamo analizzato 328 promesse contenute nei programmi dei principali partiti e coalizioni. Solo 13 indicavano una qualche forma di copertura economica in termini generali. In altre parole, oltre il 96 per cento delle promesse considerate non spiegava come sarebbero state finanziate.
L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (CPI) dell’Università Cattolica di Milano, diretto dallo stesso Cottarelli, ha segnalato il problema in più occasioni. Per le elezioni politiche del 2022, limitandosi alle principali misure quantificabili, ha stimato un aumento dei costi tra i 111 e i 165 miliardi di euro all’anno per i programmi di Fratelli d’Italia e Lega, e tra i 29 e i 58 miliardi per quello del Partito Democratico. Nel 2018 erano emerse criticità simili: l’Osservatorio aveva stimato misure espansive per almeno 136 miliardi di euro nel programma del centrodestra, a fronte di coperture per circa 82 miliardi, e per 38 miliardi nel programma del Partito Democratico, senza coperture «sufficientemente definite».

Più trasparenza

Come detto, la raccolta firme rilancia il disegno di legge presentato nel febbraio 2023 dall’allora senatore del PD Carlo Cottarelli, insieme ad altri senatori, tra cui il leader di Azione Carlo Calenda. Il testo però è fermo al Senato dal maggio dello stesso anno, e il suo esame non è mai iniziato.

Il testo modifica il decreto del presidente della Repubblica del 1957 che regola l’elezione della Camera. Oggi i partiti che vogliono partecipare alle elezioni devono depositare al Ministero dell’Interno il simbolo, lo statuto e il programma elettorale. La proposta di Cottarelli aggiunge nuovi obblighi per i partiti o gruppi politici che presentano candidature in almeno metà delle circoscrizioni.

In particolare, questi partiti sarebbero obbligati a indicare nel programma le cosiddette «misure espansive», cioè le proposte che comportano maggiori spese o minori entrate per lo Stato. Per ciascuna misura dovrebbe essere preparata una breve relazione tecnica, con l’indicazione dei soggetti coinvolti e una stima, in milioni di euro, dell’impatto sull’indebitamento netto. Lo stesso meccanismo varrebbe per le «misure di copertura», ossia gli interventi che riducono la spesa o aumentano le entrate.

Se il costo delle nuove spese o dei tagli di tasse fosse superiore alle coperture indicate, il partito non sarebbe costretto a modificare il programma, ma dovrebbe dichiarare che la differenza sarà finanziata in disavanzo, ossia facendo più deficit.

Alcune esenzioni

Sono previste però alcune eccezioni, sia per le misure di importo più limitato sia per i partiti più piccoli.

Per le proposte fino a 10 milioni di euro non sarebbe necessaria una stima individuale. Basterebbe infatti indicare l’effetto complessivo sui conti pubblici. Questa semplificazione varrebbe però solo se il totale di queste misure non superasse un miliardo di euro, sia per le misure espansive sia per le coperture.

L’obbligo non si applicherebbe poi a tutti i partiti nello stesso modo. Relazioni tecniche e tabelle sarebbero obbligatorie solo per le forze politiche che presentano candidature in almeno metà delle circoscrizioni. Per le liste presenti in meno della metà delle circoscrizioni, invece, la documentazione economica sarebbe facoltativa. In questo modo vengono limitati questi obblighi solo alle forze politiche con una presenza elettorale ampia, se non nazionale.

Chi valuta i programmi?

Adesso c’è però un punto importante da chiarire, ossia chi verifica se le stime dei partiti sui costi e sulle coperture dei programmi siano attendibili. Un partito potrebbe, per esempio, sottostimare il costo di una misura o sovrastimare le risorse disponibili per finanziarla. 

In questo senso, la proposta di Cottarelli affida un ruolo centrale all’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che già oggi analizza le previsioni economiche e di finanza pubblica del governo e valuta l’impatto dei principali provvedimenti legislativi. Secondo il disegno di legge, il Ministero dell’Interno dovrebbe trasmettere all’UPB la documentazione dei partiti entro 24 ore dal deposito del programma elettorale. L’Ufficio parlamentare di bilancio dovrebbe poi pubblicare sul proprio sito, almeno 21 giorni prima del voto, una valutazione sull’attendibilità delle stime. 

Per permettere questa valutazione, il provvedimento chiede poi ai partiti di inserire nei programmi un quadro complessivo dei conti pubblici. In pratica, dovrebbero indicare come prevedono che evolvano, nei cinque anni della legislatura, alcuni indicatori, tra cui deficit e debito pubblico, e su quali ipotesi economiche si basano queste previsioni, per esempio sulla crescita del PIL. In questo modo l’UPB potrebbe valutare non solo le singole misure, ma anche la coerenza complessiva del programma, con il possibile supporto di Corte dei conti, Istat e Banca d’Italia.

I punti da chiarire

Insomma, la raccolta firme “Quanto mi costa?” riporta nel dibattito pubblico una proposta depositata in Parlamento oltre tre anni fa. Il disegno di legge Cottarelli non impedirebbe ai partiti di fare promesse costose, né vieterebbe di finanziarle in deficit. Chiederebbe però alle forze politiche con una presenza elettorale più ampia di indicare costi, coperture, obiettivi di finanza pubblica e ipotesi economiche. 

Restano però alcuni aspetti da chiarire. Il testo della proposta affida all’Ufficio parlamentare di bilancio il compito di valutare le stime dei partiti, ma non prevede una conseguenza precisa in caso di giudizio negativo. Se l’UPB ritenesse poco credibili i conti di un partito, quel partito potrebbe comunque presentarsi alle elezioni con lo stesso programma. La valutazione servirebbe quindi, soprattutto, a dare agli elettori un’informazione in più prima del voto.

Il secondo punto riguarda l’attuazione concreta della proposta. La campagna della Fondazione Einaudi e di Cottarelli punta a spingere il Parlamento a mettere il disegno di legge all’ordine del giorno e ad avviarne l’esame. Pure in quel caso, però, resterebbero nodi pratici da affrontare. L’UPB dovrebbe valutare i programmi in tempi stretti, prima delle elezioni, e il testo non prevede nuove risorse per svolgere questo compito.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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