I fatti dietro la promessa: il ritorno del nucleare in Italia

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi del nucleare, quali sono le posizioni dei partiti e la situazione in altri Paesi del mondo
WIKIMEDIA
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Nella campagna elettorale in vista del voto del 25 settembre, diversi politici, dal leader della Lega Matteo Salvini al segretario di Azione Carlo Calenda, hanno auspicato il ritorno dell’Italia all’uso dell’energia nucleare. 

Tra il 1964 e il 1990 in Italia sono state attive quattro centrali nucleari, oggi tutte in fase di smantellamento, dopo il referendum del 1987: Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta).

Che cosa comporterebbe la decisione di tornare a produrre energia nucleare? Qual è la situazione attuale e quali sono gli elementi principali da tenere in considerazione? E ancora, quali sono le posizioni dei partiti? Abbiamo fatto un po’ di chiarezza, analizzando i fatti dietro la promessa di riportare il nucleare nel nostro Paese.

Le posizioni dei partiti

Il ritorno al nucleare compare nei programmi della coalizione di centrodestra formata da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Noi moderati, nel singolo programma presentato dalla Lega e in quello della lista formata da Italia viva e Azione

In particolare, i leader di questi due ultimi schieramenti, Matteo Salvini e Carlo Calenda, sono da tempo tra i più convinti sostenitori del ritorno al nucleare, una fonte che spesso definiscono come «pulita» e «sicura» facendo riferimento ai cosiddetti “impianti di ultima generazione”. Lo scorso giugno, lo stesso Calenda aveva presentato in Senato una mozione per chiedere al governo che il nucleare fosse reintrodotto tra le fonti utilizzate dal nostro Paese per produrre energia, proponendo la costruzione di otto centrali nucleari, con tre o quattro reattori ciascuna, per una potenza complessiva di 40 gigawatt, da abbinare con l’uso di altre energie rinnovabili.

Il Partito democratico, invece, nel suo programma si dice chiaramente contrario a questa possibilità, affermando che costruire nuove centrali nucleare non aiuterebbe l’Italia ad abbandonare le fonti fossili, in quanto «i tempi di realizzazione e le tecnologie esistenti non sono compatibili con una riduzione significativa delle emissioni entro il 2030 e non risolvono i problemi ambientali ad esse associati». Il programma del Movimento 5 stelle non cita direttamente il tema del nucleare, ma si limita a sostenere la costruzione di «impianti di energia rinnovabile». 

I referendum del 1987 e del 2011

Come abbiamo visto, tra il 1964 e il 1990 in Italia sono state in funzione quattro centrali nucleari. Il picco nella produzione è stato raggiunto nel 1986, quando il nostro Paese arrivò a generare quasi 9 terawattora di energia nucleare (un valore comunque notevolmente inferiore rispetto ai livelli raggiunti da Regno Unito, Germania, Francia e Stati Uniti nello stesso periodo, rispettivamente di 59, 130, 254, 436 TWh).

Nel 1987, in seguito anche al disastro di Chernobyl dell’anno precedente,  il partito dei Radicali organizzò tre referendum abrogativi sul tema. Questi non vietavano di fatto la possibilità di investire nel settore o di costruire nuove centrali, ma rendevano il processo molto più complicato. I quesiti, approvati a larghissima maggioranza – tutti ottennero tra il 70 per cento e l’80 per cento di consensi, con ampio superamento del quorum – portarono nel giro di pochi anni allo stop di tutti gli impianti, che da quel momento non furono mai più riattivati. 

Un tentativo in questa direzione fu portato avanti dal quarto governo Berlusconi che, con un decreto-legge del giugno 2008, aveva avviato la preparazione di una “Strategia energetica nazionale” che, tra le altre cose, prevedeva la «realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare». In seguito erano state approvate altre norme per cercare di concretizzare questo obiettivo, tanto che a settembre dello stesso anno Berlusconi annunciò che il suo governo si stava preparando alla presentazione di un Piano energetico nazionale (Pen) che avrebbe previsto, tra le altre cose, il ritorno alla produzione di energia nucleare in Italia. 

All’epoca i provvedimenti spinsero il partito Italia dei Valori a promuovere un’iniziativa referendaria, poi guidata dal comitato “Vota Sì per fermare il nucleare”, per abrogare le nuove norme e fermare il ritorno dell’energia nucleare nel nostro Paese. Pochi giorni prima del referendum, il 26 maggio 2011 – circa due mesi dopo il disastroso incidente nucleare di Fukushima, in Giappone – il governo Berlusconi decise di fare una sorta di marcia indietro, sospendendo l’avanzamento dei progetti sul nucleare.

Il referendum italiano si è comunque tenuto il 12-13 giugno 2011, con un quesito modificato dalla Corte di Cassazione e adattato al nuovo quadro normativo. Il fronte del “Sì”, favorevole all’eliminazione del nucleare, vinse con il 94 per cento dei voti e l’affluenza del 57 permise di raggiungere il quorum e validare così i risultati.

Da quel momento in avanti i piani per un possibile ritorno all’energia nucleare si sono raffreddati per diversi anni e nelle ultime due legislature sono state presentate poche proposte di legge riferite in modo specifico all’energia nucleare, per di più tutte generalmente contrarie.

Che cosa sappiamo sul nucleare di “quarta generazione”

Generalmente, i sostenitori del ritorno al nucleare – tra cui Salvini e Calenda, ma anche il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani – fanno riferimento all’attivazione di impianti di “ultima generazione”, ossia la quarta. Nei fatti, questa ancora non esiste, o meglio, non è disponibile per la costruzione commerciale su grande scala e non lo sarà prima dei prossimi dieci anni. 

L’espressione “nucleare di quarta generazione” è nata nel 2001 al Generation IV international forum, un programma di ricerca a cui al momento partecipano 13 Paesi e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) che ha l’obiettivo di studiare e progettare sistemi innovativi per la generazione di energia nucleare

Al momento la maggior parte dei reattori operativi a livello mondiale appartiene ancora alla “seconda generazione”, che si basa su tecnologie sviluppate verso la fine degli anni Settanta. Le tecnologie più avanzate sono invece quelle di “terza generazione” (o di generazione “III+”): sono impianti più sicuri di quelli precedenti, ma non ancora dotati di tutte le caratteristiche necessarie per rientrare a pieno titolo nella “quarta generazione”.

Il Paese più avanti da questo punto di vista è la Cina, dove a dicembre 2021 è stato collegato alla rete elettrica il primo reattore di quarta generazione. Si tratta però di una struttura dimostrativa, quindi di una sorta di modello che precede la costruzione di un vero e proprio reattore commerciale. Anche la Russia ha avviato la costruzione di un reattore dimostrativo di quarta generazione che, secondo stime precedenti lo scoppio della guerra in Ucraina, dovrebbe essere pronto entro il 2035. 

Una fonte «pulita»?

Chi difende il ritorno al nucleare sostiene che questa forma di energia sia «pulita». In una votazione controversa, lo scorso luglio il Parlamento europeo ha effettivamente inserito il nucleare, con il gas, nella sua tassonomia di fonti energetiche sostenibili, ossia un elenco di fonti considerate utili per facilitare la transizione verso un futuro più ecosostenibile. Anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), nel suo ultimo rapporto sul tema pubblicato a giugno 2022, include il nucleare tra le fonti di energia «pulite», affermando che, a partire dagli anni Settanta, questa «ha fortemente contribuito alla riduzione delle emissioni globali di anidride carbonica». 

Al di là della ridotta produzione di Co2, nel dibattito italiano spesso l’elemento della sostenibilità ambientale viene legato al fatto che i reattori di “quarta generazione” saranno in grado di produrre meno scorie radioattive rispetto alle tecnologie precedenti. «Per essere considerati di “quarta generazione”, i nuovi reattori devono avere alcuni requisiti specifici che riguardano la sostenibilità», ha spiegato a Pagella Politica Nicola Forgione, docente di Impianti nucleari presso l’Università di Pisa, in un approfondimento pubblicato lo scorso gennaio su Green&Blue. In particolare, i rifiuti prodotti da queste centrali saranno ridotti a livello quantitativo e meno tossici, ma comune non nulli.

Il problema dei rifiuti radioattivi non è di poco conto. Da anni l’Italia discute della necessità di costruire un deposito nazionale definitivo per tutte le scorie, che oggi vengono custodite in decine di depositi temporanei, sparsi sul territorio nazionale, con diversi problemi dal punto di vista del monitoraggio e della sicurezza. In altri Paesi, come la Francia, esistono da alcuni decenni depositi unici nazionali in cui si raccolgono tutti o quasi i rifiuti provenienti dalle attività di produzione di energia e non solo. La costruzione del deposito è affidata a Sogin, una società pubblica commissariata dallo scorso giugno.

Una fonte «sicura»?

Per quanto riguarda la sicurezza, è vero che le centrali nucleari di terza generazione oggi attive sono considerate sicure e che quelle di quarta generazione dovranno rispettare standard ancora più elevati. 

In particolare, i nuovi impianti dovranno ridurre il rischio di incidenti “severi”, cioè quelli che portano a una totale o parziale degradazione del nocciolo. In più, dovranno essere in grado di tollerare e correggere possibili errori umani, resistere a catastrofi naturali ed eventi terroristici (uno standard già presente anche nei reattori di “terza generazione” più avanzati), e mettere in atto misure pensate per evitare il problema della proliferazione, ossia il pericolo che le tecnologie o i materiali utilizzati per la produzione di energia possano in qualche modo contribuire allo sviluppo di armi nucleari. 

I problemi

I principali problemi di un potenziale ritorno all’uso dell’energia nucleare in Italia consistono in due fattori: i costi degli impianti e le tempistiche di costruzione. 

Per quanto riguarda le tempistiche, come abbiamo visto, gli esperti si aspettano che il nucleare di quarta generazione sia pronto per l’uso civile su larga scala non prima del 2030. Questo significa che se l’Italia decidesse di costruire nuovi reattori nel breve termine, questi sarebbero probabilmente di terza generazione, o nel caso migliore di generazione III+. 

In generale, la costruzione di un’infrastruttura tanto complessa come una centrale nucleare può richiedere diversi anni. «Le centrali nucleari convenzionali sono molto grandi e richiedono grossi capitali, lunghi tempi di esecuzione e lavori di costruzione complessi», si legge nel report dell’Iea dello scorso giugno, secondo cui i tempi di costruzione per i reattori oggi attivi in tutto il mondo sono stati in media di sette anni, con oscillazioni rilevanti: 15 reattori hanno richiesto più di 15 anni, e altri 152 meno di cinque anni. Al momento, un ipotetico ritorno al nucleare non sarebbe sufficiente per risolvere in tempi brevi i problemi dell’inflazione, del rincaro dei prezzi delle bollette o della dipendenza energetica che ci lega alla Russia. 

Inoltre, il World Nuclear Industry Status Report, un importante report indipendente che ogni anno fa il punto sullo stato dell’industria nucleare nel mondo, sottolinea in ogni sua edizione (qui ad esempio in quella del 2021) che la costruzione degli impianti va incontro molto spesso a lunghi ritardi, talvolta decennali, e a grandi aumenti dei costi rispetto ai preventivi iniziali. In Francia, per esempio, la costruzione della centrale di Flamanville è iniziata nel 2007 e avrebbe dovuto concludersi entro il 2012, per un costo stimato di 3,3 miliardi di euro. Oggi si prevede che la centrale sarà attiva non prima del 2023, e il costo è salito a 12,7 miliardi di euro, quasi quattro volte la cifra iniziale.

Proprio i costi, particolarmente alti, rappresentano un altro importante ostacolo spesso citato dagli oppositori del nucleare. Come spiegato a Pagella Politica da Forgione, infatti, la costruzione di una nuova centrale richiede investimenti iniziali molto significativi, mentre i costi di gestione e di rifornimento sono ridotti se confrontati, per esempio, con quelli di una centrale a gas. «A causa della loro portata e complessità, storicamente i progetti nucleari hanno fatto affidamente su qualche forma di sussidio statale, o di monopolio regolamentato, per garantire profitti e ridurre i rischi per gli investitori», afferma il rapporto dell’Iea.

La situazione negli altri Paesi

Secondo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, oggi a livello globale sono attivi 438 reattori nucleari, sparsi in tutti i continenti. Il Paese in cui è concentrato il maggior numero di impianti sono gli Stati Uniti, con 92 reattori, seguiti dalla Francia (56), la Cina (55) e la Russia (37). La Cina è però impegnata nella costruzione di 17 nuovi reattori, mentre l’India, che oggi ne conta 22, ne sta costruendo altri 8. 

Più nel dettaglio, nel 2021 gli Stati Uniti hanno prodotto quasi il 20 per cento della loro energia elettrica con il nucleare; il Canada poco più del 14 per cento; il Regno Unito quasi il 15 per cento; la Germania circa il 12 per cento (qui il governo è indeciso se fermare entro la fine dell’anno le ultime centrali operative); la Francia il 69 per cento; il Giappone il 7 per cento. 

L’Italia è l’unico tra i Paesi del G7 – che include anche Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia, Germania e Regno Unito – a non avere centrali nucleari attive. Tra i membri del G20, l’organizzazione che raggruppa i 20 Paesi più industrializzati al mondo, le nazioni che non fanno ricorso all’energia nucleare sono al momento cinque, compresa l’Italia. A questa si aggiungono Australia, Arabia Saudita, Indonesia e Turchia (dove però è in costruzione una centrale). Tra i 27 Paesi dell’Unione europea, quelli senza centrali nucleari sono 14

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