Calenda è troppo ottimista sul ritorno al nucleare?

Il leader di Azione vuole costruire in Italia otto centrali, dicendo che costano poco, sono sicure e poco dipendenti dall’estero: abbiamo verificato se ha ragione oppure no
ANSA/FABIO FRUSTACI
ANSA/FABIO FRUSTACI
Aggiornamento 1° luglio, ore 20 – Una precedente versione di questo articolo riportava la dicitura “40 gigawattora” invece che “40 gigawatt”.




Il 30 giugno il leader di Azione Carlo Calenda ha presentato in Senato una mozione per chiedere al governo che il nucleare venga reintrodotto tra le fonti utilizzate dal nostro Paese per produrre energia. Secondo Calenda, senza nucleare sarà «impossibile» per l’Italia rispettare gli accordi europei per l’ambiente, secondo cui entro il 2050 bisognerà raggiungere il traguardo di “emissioni zero”, ossia con tutte le emissioni di gas serra emesse compensate da quelle riassorbite. Più nel dettaglio, secondo Azione sarebbe necessario costruire in Italia otto centrali nucleari, con tre o quattro reattori ciascuna, per una potenza complessiva di 40 gigawatt, da combinare con l’uso di altre energie rinnovabili.

In Senato, parlando con i giornalisti, l’ex ministro dello Sviluppo economico ha sostenuto la posizione del suo partito affermando che il nucleare offre energia «a basso costo» e con bassi livelli di dipendenza da fonti straniere. I reattori più innovativi, di «ultimissima generazione» sono inoltre «sicurissimi», ha continuato Calenda, e quindi dovremmo «costruirli in tempi rapidi anche in Italia».

Ma vediamo se le affermazioni di Calenda a sostegno della sua posizione politica sono supportate dai fatti.

Quanto costa davvero il nucleare

Secondo il leader di Azione, il nucleare rappresenta una fonte di energia «a basso costo», ma questo non è sempre vero, anzi. Secondo il rapporto Energia nucleare e transizioni energetiche sicure: dalle sfide di oggi ai sistemi per l’energia pulita di domani dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), pubblicato il 30 giugno, gli alti costi di costruzione delle centrali nucleari sono uno dei principali ostacoli all’adozione di questa fonte di energia.

Nicola Forgione, docente di Impianti nucleari presso l’Università di Pisa, ha confermato a Pagella Politica – in un approfondimento pubblicato su Green&Blue – che la costruzione di una nuova centrale richiede significativi investimenti iniziali molto significativi. Mentre in effetti i costi di gestione e di rifornimento sono ridotti se confrontati, per esempio, con quelli di una centrale a gas. 

«A causa della loro portata e complessità, storicamente i progetti nucleari hanno fatto affidamente su qualche forma di sussidio statale, o di monopolio regolamentato, per garantire profitti e ridurre i rischi per gli investitori», ha spiegato l’Iea.

Al di là degli investimenti richiesti per la costruzione degli impianti, i costi complessivi della produzione di elettricità dipendono da molte variabili, tra cui le spese operative e di manutenzione, il costo della materia prima e l’aspettativa di vita dell’impianto di produzione. Per combinare tutti questi parametri è possibile fare riferimento al cosiddetto “costo livellato dell’energia” (Lcoe), un indicatore della competitività delle diverse tecnologie che combina tutte queste variabili. 

Secondo il rapporto dell’Iea, se comparato con il fotovoltaico e l’eolico, il nucleare rappresenta la fonte di energia ecosostenibile più costosa: nel 2020, nell’Unione europea questa richiedeva una spesa di circa 150 dollari per ogni megawattora prodotto, contro i 60 dell’energia solare, i 50 dell’energia eolica con impianti su terra, e i 70 degli impianti eolici in mare. 
Figura 1. Costo livello dell’energia (Lcoe) per nucleare, fotovoltaico ed eolico – Fonte: Agenzia internazionale dell’energia, 2022. Nota: I costi relativi al nucleare includono anche le operazioni di smantellamento
Figura 1. Costo livello dell’energia (Lcoe) per nucleare, fotovoltaico ed eolico – Fonte: Agenzia internazionale dell’energia, 2022. Nota: I costi relativi al nucleare includono anche le operazioni di smantellamento
La stima va comunque presa con cautela: il Lcoe è un indicatore che tiene conto di molte variabili, e non è raro che i risultati finali rilasciati da agenzie diverse differiscano tra loro.

Su Twitter, il responsabile del centro studi di Azione, Gabriele Franchi, ha criticato il grafico dell’Iea, affermando che questo «non considera i costi dei sistemi di accumulo», come le batterie che servono per immagazzinare l’energia prodotta con gli impianti fotovoltaici. 
L’Iea precisa che in molti casi il nucleare può comunque essere competitivo, specialmente tenendo conto anche della cosiddetta dispatchability, ossia la possibilità di controllare la produzione di energia: un limite dell’eolico e del fotovoltaico, che invece dipendono dalla presenza di sole e vento. 

Come sottolineato anche da Franchi, al di là delle criticità rilevate il rapporto dell’Iea sostiene che complessivamente il nucleare «può aiutare a rendere l’abbandono delle fonti fossili più veloce e sicuro». «Come seconda più grande fonte di energia con basse emissioni dopo l’idroelettrico, e grazie alla possibilità di controllo e al potenziale di crescita, il nucleare, nei Paesi in cui questo è accettato, può aiutare a rendere i sistemi di produzione elettrica sicuri, diversificati e a basse emissioni», si legge nello studio.

La dipendenza da fonti straniere

Nel suo tweet Calenda ha affermato che l’energia nucleare comporta una bassa «dipendenza di approvvigionamento da fonti straniere». Questo è confermato anche dall’Iea, che nel suo ultimo report ricorda che «molti Paesi con reattori nucleari dipendono dall’uranio importato», ma che comunque le centrali «devono essere rifornite poco frequentemente, riducendo così l’esposizione a disagi di breve durata». Inoltre, continua l’agenzia, l’uranio «può essere conservato per diversi anni prima di essere effettivamente utilizzato». 

Nella conferenza stampa organizzata per presentare la mozione di Azione, il 30 giugno, il segretario ha spiegato che oggi le riserve di uranio si trovano in Paesi «come il Canada e l’Australia», quindi «democrazie con cui abbiamo rapporti». Anche questo è corretto: secondo un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica e dell’Agenzia nucleare dell’energia, nel 2019 l’Australia era il Paese più ricco di uranio, il con 28 per cento delle risorse a livello globale, seguito dal Kazakhstan (15 per cento) e poi dal Canada (9 per cento). 

Quanto sono sicure le nuove centrali nucleari

Secondo Calenda, i reattori di «ultimissima generazione» sono «sicurissimi». Il riferimento è probabilmente alle centrali di cosiddetta “quarta generazione”, considerate le più avanzate tanto che, di fatto, ancora non esistono. Oggi infatti queste tecnologie sono ancora in fase di studio e di test, e i Paesi occidentali dovranno aspettare almeno altri dieci anni – dunque oltre il 2030 – prima di poter effettivamente attivare un impianto nucleare di “quarta generazione”.
Il Paese più avanti da questo punto di vista è la Cina, dove a dicembre 2021 è stato collegato alla rete elettrica il primo reattore di quarta generazione. Si tratta però di una struttura dimostrativa, quindi di una sorta di modello che precede la costruzione di un vero e proprio reattore commerciale. Anche la Russia ha avviato la costruzione di un reattore dimostrativo di quarta generazione che, secondo stime precedenti lo scoppio della guerra in Ucraina, dovrebbe essere pronto entro il 2035. 

Al momento la maggior parte dei reattori in funzione nel mondo sono ancora di seconda generazione, mentre la terza generazione ha cominciato a diffondersi nel corso degli ultimi anni. Anche i reattori di terza generazione, comunque, sono considerati sicuri. 

Quanto tempo serve per costruire una centrale

Calenda ha poi affermato che è necessario «varare un piano» per costruire nuovi reattori nucleari in Italia «in tempi rapidi». Ma è davvero possibile? Non proprio, almeno secondo il rapporto dell’Iea. 

«Le centrali nucleari convenzionali sono molto grandi e richiedono grossi capitali, lunghi tempi di esecuzione e lavori di costruzione complessi», si legge nel report dell’Iea. In passato, l’intrinseca complessità di questi progetti ha spesso portato a ritardi nei lavori, con conseguente crescita dei costi. Il rapporto spiega che i tempi di costruzione per i reattori oggi attivi in tutto il mondo sono stati in media di sette anni, con oscillazioni rilevanti: 15 reattori hanno richiesto più di 15 anni, e altri 152 meno di cinque anni. 
Figura 2. Tempi di costruzione di centrali nucleari in diversi Paesi, 1967-2021 – Fonte: Agenzia internazionale dell’energia, 2022
Figura 2. Tempi di costruzione di centrali nucleari in diversi Paesi, 1967-2021 – Fonte: Agenzia internazionale dell’energia, 2022
Anche il World Nuclear Industry Status Report, un importante report indipendente che ogni anno fa il punto sullo stato dell’industria nucleare nel mondo, sottolinea in ogni sua edizione (qui ad esempio in quella del 2021) che la costruzione degli impianti va incontro molto spesso a lunghi ritardi, talvolta decennali, e a grandi aumenti dei costi rispetto ai preventivi iniziali. In Francia, per esempio, la costruzione della centrale di Flamanville è iniziata nel 2007 e avrebbe dovuto concludersi entro il 2012, per un costo stimato di 3,3 miliardi di euro. Oggi però si prevede che la centrale sarà attiva non prima del 2023, e il costo è salito a 12,7 miliardi di euro, quasi quattro volte la cifra iniziale.

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