La siccità in Italia, in cinque numeri

Dalla quantità di acqua sprecata ai fondi del Pnrr, ecco i dati chiave per capire la crisi idrica che sta mettendo in difficoltà agricoltori e regioni
ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE
ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE
Nelle ultime settimane l’assenza di precipitazioni e le temperature sempre più alte in tutta Italia, fenomeni entrambi legati ai cambiamenti climatici, hanno causato una penuria d’acqua che ha messo in difficoltà diverse regioni, soprattutto nel Nord-Ovest, con gravi ricadute sull’agricoltura.

Per far fronte all’emergenza, i governatori di alcune delle regioni maggiormente colpite dalla siccità hanno richiesto lo stato di emergenza regionale. Per esempio, è questo il caso del Piemonte, guidato da Alberto Cirio (Forza Italia), e dell’Emilia Romagna di Stefano Bonaccini (Partito democratico), che hanno anche chiesto al governo di intervenire su scala nazionale. 

Dalla quantità di acqua sprecata dalla rete idrica ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), passando per i territori a rischio desertificazione e i problemi del fiume Po, abbiamo riassunto i numeri principali sulla siccità in Italia.

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Sono gli anni passati dall’ultima crisi idrica di portata simile a quella a cui stiamo assistendo oggi, secondo un’analisi dell’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po (Adbpo) del 13 giugno scorso. «La neve sulle Alpi è totalmente esaurita in Piemonte e Lombardia; i laghi, a partire dal Lago Maggiore, sono ai minimi storici del periodo (eccetto il Garda); la temperatura è più alta fino a due gradi sopra la media; la produzione di energie elettrica è in stallo; le colture sono in sofferenza», si legge nel rapporto. 

Per fare qualche esempio, Adbpo ha rilevato che il 20 giugno nel bacino di Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, il fiume Po aveva una portata d’acqua da meno di 200 metri cubi al secondo, contro i 756 di giugno 2021 e una media di 1.503 nei vent’anni precedenti, dal 2001 al 2020. 

Anche i laghi del Nord Italia presentano situazioni preoccupanti. Adbpo ha riportato che al 20 giugno il lago Maggiore aveva un riempimento del 20 per cento, dato che fa riferimento all’acqua in arrivo nell’invaso, con un calo di 13,5 centimetri in una sola settimana registrato nella località di Sesto Calende, in provincia di Varese. Il lago di Como aveva invece un riempimento del 18 per cento, mentre il lago di Garda restava stabile, con un riempimento del 60 per cento.

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È la percentuale di territorio italiano che presenta «evidenti segni di degrado» a causa della siccità. Il dato è stato rilasciato lo scorso 14 giugno durante un webinar organizzato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) in occasione della giornata mondiale delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione e siccità, il 17 giugno.

I danni interessano soprattutto le regioni meridionali, dove secondo Ispra alcune condizioni meteorologiche e climatiche «contribuiscono fortemente all’aumento del degrado e quindi alla vulnerabilità, alla desertificazione a causa della perdita di qualità degli habitat, l’erosione del suolo, la frammentazione del territorio e la densità delle coperture artificiali». Peggioramenti significativi sono però visibili anche in alcune aree del Nord, come il Veneto, il Piemonte e l’Emilia Romagna. 

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È la lunghezza in chilometri del cosiddetto “cuneo salino” registrato al delta del Po, ossia il punto in cui il fiume si riversa nel mare. Si tratta di un fenomeno che si verifica soprattutto quando la portata del fiume è troppo debole, e l’acqua salata del mare riesce quindi a risalire il suo corso, rendendo le acque inutilizzabili per l’agricoltura. Secondo Adbpo, proprio a causa della scarsa portata del Po, al 20 giugno l’acqua salata dell’Adriatico aveva risalito il suo letto per 21 chilometri.  

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È la percentuale di acqua sprecata dalla rete idrica nazionale. Lo riporta un’analisi Istat pubblicata nel 2021, l’ultima disponibile per quanto riguarda i dati nazionali. Più nello specifico, nel 2018 sono stati immessi in rete 8,2 miliardi di metri cubi d’acqua, ma di questi solo 4,7 sono arrivati agli utenti finali. La quasi totalità delle perdite – 3,4 miliardi di metri cubi – era dovuta al cattivo stato delle infrastrutture. Considerando che in media ogni abitante consuma 215 litri d’acqua al giorno, l’Istat ha calcolato che se le perdite fossero recuperate, queste potrebbero soddisfare le esigenze di circa 44 milioni di persone all’anno. 

A marzo 2022 l’Istat ha rilasciato dati più aggiornati relativi all’uso dell’acqua nei 109 capoluoghi di provincia italiani, in cui vive circa il 30 per cento della popolazione. Nel 2020 sono stati persi in media 41 metri cubi di acqua al giorno per chilometro di rete, che corrispondono al 36,2 per cento di tutta l’acqua immessa nel sistema. Se guardiamo agli anni passati, la situazione è in lento miglioramento: la percentuale di acqua sprecata era pari al 39 per cento nel 2016, e al 37,3 per cento nel 2018. 

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Sono i miliardi di euro stanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finanziato con risorse europee, per la «tutela del territorio e la risorsa idrica». Questi includono 8,5 miliardi di euro per «prevenire e contrastrare» gli effetti dei cambiamenti climatici sui territori vulnerabili e sui fenomeni di dissesto idrogeologico, e 4,4 miliardi di euro per «garantire la gestione sostenibile delle risorse idriche», migliorando anche la qualità delle acque. Altri 900 milioni di euro saranno utilizzati per ridurre le perdite nelle reti di distribuzione dell’acqua.  

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