L’industria è in crisi, ma non dappertutto

I dati sull’apertura di nuove imprese mostrano che alcuni distretti continuano a crescere, nonostante il declino della produzione industriale
ANSA
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A dicembre dello scorso anno, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sosteneva che il declino della produzione industriale registrato negli ultimi tre anni si fosse finalmente interrotto. In realtà, non è andata proprio così, e anche le ultime statistiche pubblicate da ISTAT non sono particolarmente incoraggianti. L’industria italiana è in crisi. Nell’ultimo trimestre di cui sono disponibili i dati (dicembre 2025–febbraio 2026), l’indice della produzione industriale ha subìto un calo dello 0,4 per cento rispetto al trimestre precedente, compensato solo in parte da una timida crescita tra gennaio e febbraio (+0,1 per cento). I problemi dell’industria italiana arrivano da lontano, ma non riguardano tutte le imprese allo stesso modo. 

Indossiamo i nostri occhiali da economisti e proviamo a capire quali settori e quali aree del Paese sono in maggiore difficoltà.

Come va la produzione industriale

Quando si parla della crisi dell’industria italiana, il primo parametro da tenere come riferimento è l’indice della produzione industriale. Negli ultimi mesi si è parlato spesso del calo di questo indicatore. A dicembre, per esempio, il senatore e leader di Italia Viva Matteo Renzi aveva accusato il governo di aver registrato «32 mesi su 36 di produzione industriale negativa». È vero che questo indicatore non è cresciuto nel corso del mandato di Meloni (-6 per cento tra ottobre 2022 e febbraio 2026), ma la produzione industriale è stagnante da almeno 15 anni. Siamo infatti ancora fermi al livello più basso raggiunto durante la Grande recessione del 2008.
Nei diciotto anni trascorsi tra il 2008 e oggi, l’indice della produzione industriale italiana è calato del 25 per cento, senza riprendersi mai davvero dalla Grande recessione e dalle crisi che sono seguite. Il crollo del settore si nota anche dall’occupazione: tra il 2008 e il 2013, il numero di dipendenti nell’industria è calato drasticamente, per poi rimanere stagnante e riprendersi solo dopo la crisi del Covid. Tra il 2008 e oggi, gli occupati nel settore sono rimasti stabili. Nel frattempo, i dipendenti nei servizi sono aumentati del 15 per cento, contribuendo quasi del tutto al +10 per cento registrato come media generale.
La crisi riguarda un po’ tutti i settori industriali. L’unico a brillare davvero è stato quello della farmaceutica, che ha registrato un aumento del 51 per cento nella produzione industriale tra il 2008 e oggi. Seguono l’industria del cibo e delle bevande, con un +9 per cento, e quella dei prodotti elettronici (+2 per cento). Per tutti gli altri settori, la produzione industriale è stata in calo. Tra le aziende che hanno sofferto di più, ci sono quelle del tessile, del legno, carta e stampa e della lavorazione dei metalli. Il calo del settore dei metalli è particolarmente grave, dato che da solo genera circa il 15 per cento del valore aggiunto della manifattura italiana.
Sarebbe però sbagliato pensare che l’industria vada male dappertutto. I dati sulla variazione del valore aggiunto a livello regionale ci aiutano a capire quali sono le aree che hanno sofferto di più il calo della produzione industriale dalla Grande recessione in poi. Tra il 2008 e il 2022, il valore aggiunto nella manifattura è sceso del 3,1 per cento a livello nazionale, ma la mappa qui sotto mostra che le cose non sono andate allo stesso modo in tutte le regioni.
Le regioni del Nord Est hanno resistito alla crisi, con addirittura una crescita del 17 per cento in Emilia Romagna e del 20 per cento in Trentino. Anche la Basilicata ha registrato risultati positivi, ma l’aumento è elevato anche a causa della ridotta dimensione del tessuto industriale lucano e di una forte crescita nel settore dei prodotti petroliferi. La situazione è invece molto più grave nel resto del Paese: regioni a forte trazione industriale come la Lombardia hanno registrato un calo del valore aggiunto nella manifattura, così come la Liguria, che ha subìto un crollo del 17 per cento. Cala un po’ meno della media il Piemonte, che ha un valore aggiunto stabile rispetto al 2008. Nel Centro Sud, l’unica regione a crescere è la Basilicata, mentre in Sardegna il valore aggiunto della manifattura si è quasi dimezzato.

Lo stato di salute dell’industria italiana è senza dubbio complicato, ma la visione regionale rischia ancora di non darci un quadro completo. Per vedere quali aree funzionano meglio e quali sono più in difficoltà, è importante guardare ai distretti industriali. I distretti sono conglomerati di imprese che lavorano intorno a uno stesso settore o a uno stesso tipo di prodotto e ne costituiscono tutta o una parte della catena del valore. Per esempio, un’azienda che produce viti avrà come cliente un’altra impresa che produce piccoli supporti in plastica, che a sua volta vende i suoi prodotti a un’azienda che costruisce apparecchiature elettriche per automobili. L’apparecchio finale potrebbe finire poi su un’auto prodotta in Sicilia, con tutta la catena del valore che si trova in Italia, oppure potrebbe finire per esempio su un’automobile tedesca, creando una catena del valore internazionale. In ogni caso, queste imprese lavorano in simbiosi, quasi come se fossero un unico grande gruppo, e spesso i distretti si sviluppano a cavallo dei confini regionali.

Federico Bartalucci, economista e consulente economico per diverse organizzazioni internazionali, ha mostrato su LinkedIn che una visione dei distretti permette di avere un quadro più preciso sulla solidità dell’industria italiana. In particolare, Bartalucci ha studiato la nascita di nuove imprese nel periodo 2021-23, mostrando le aree attualmente più dinamiche nel Paese. Spesso si tratta di zone che vanno oltre i confini regionali. Il quadro resta però poco rassicurante. La Lombardia sembra aver subìto un danno minore rispetto a quanto mostravano i dati regionali, dato che molti distretti industriali continuano a produrre nuove imprese, soprattutto al confine con il Veneto. Il Piemonte si conferma in ripresa, mentre al Centro e al Sud la nascita di nuove imprese rimane sotto la media quasi ovunque. Anche Genova, che un tempo rappresentava uno dei tre vertici del triangolo industriale italiano con Milano e Torino, registra prestazioni poco incoraggianti. Sono in crescita invece le zone intorno all’Emilia Romagna, soprattutto sulla costa adriatica.
Fonte: Profilo Linkedin di Federico Bartalucci
Fonte: Profilo Linkedin di Federico Bartalucci
Le statistiche sulla produzione industriale e sul valore aggiunto nell’industria mostrano un quadro complesso, che non si può descrivere come un semplice calo registrato nel corso del mandato del governo Meloni o di qualsiasi altro esecutivo che lo ha preceduto. Dai dati emerge però una questione evidente: l’industria italiana è in declino da molto tempo e questo declino interessa quasi tutti i settori e quasi tutti i territori. Studiare i distretti industriali e provare a riprodurne le ricette può essere una mossa azzeccata per risollevare il tessuto produttivo italiano.
Pagella Politica

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