Un decreto che corregge un decreto per prorogare un altro decreto

È la tattica controversa con cui, allo stesso tempo, il governo ha confermato il taglio delle accise e messo una pezza a un errore sugli incentivi alle imprese
ANSA/FABIO FRUSTACI
ANSA/FABIO FRUSTACI
La politica, si sa, spesso sorprende, è creativa. E anche tra le pieghe più remote di un “grigio” decreto-legge si possono trovare misure che generano dibattito, oppure dettagli curiosi o, ancora, i segnali di strategie alquanto arzigogolate da parte del governo. In quest’ultimo caso, quello degli stratagemmi particolari, rientra il nuovo decreto-legge sulle accise approvato dal governo Meloni venerdì 3 aprile, su cui il governo sembra intenzionato ad adottare la strategia del decreto “minotauro”, altrimenti conosciuto come “decreto matrioska”. In pratica, un decreto-legge dentro a un altro decreto-legge per velocizzare l’approvazione di entrambi.

Ma facciamo un passo indietro. La Costituzione prevede che il governo possa approvare un decreto-legge solo «in casi straordinari di necessità e di urgenza». Una volta pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il decreto entra subito in vigore, ma deve essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni, altrimenti decade. Nel caso delle accise, l’urgenza era dettata dal fatto che il 7 aprile è scaduto il termine dello sconto stabilito dal governo con un altro decreto-legge approvato lo scorso 18 marzo. Con il nuovo decreto-legge il governo ha rinnovato fino al 1° maggio la riduzione di venti centesimi delle accise su benzina e diesel, e di dieci centesimi per quella sul Gas di petrolio liquefatto (GPL). In più, con il nuovo provvedimento il governo ha previsto l’azzeramento dell’accisa sul gas naturale usato come carburante, ossia il gas metano, e la riduzione dell’accisa sul biodiesel, cioè il carburante utilizzato per i mezzi agricoli.

E qui veniamo alla strategia del decreto “minotauro” o “matrioska”. Per prorogare lo sconto sulle accise e introdurre queste novità, il governo non è intervenuto direttamente sul precedente decreto, modificando i termini di validità dello sconto sulle accise. Il governo ha infatti preferito inserire la proroga della riduzione delle accise in un altro decreto-legge, approvato lo scorso 27 marzo, che ha introdotto alcune novità dal punto di vista fiscale. Questa scelta sembra un po’ strana, ma risponde a una necessità precisa, ossia “mettere una pezza” alla questione delle accise e allo stesso tempo correggere una misura parecchio contestata di questo decreto sul fisco.

Un pasticcio

Inizialmente, con il decreto-legge dello scorso 27 marzo il governo aveva tra le altre cose depotenziato gli incentivi fiscali del programma “Transizione 5.0”. In breve, questo programma di incentivi è stato introdotto dal governo Meloni a marzo 2024 e si basa sulla concessione da parte dello Stato di crediti di imposta alle aziende che, tra il 1° gennaio 2024 al 31 dicembre 2025, hanno fatto investimenti per la propria transizione digitale ed energetica. Se un’azienda dimostra di aver acquistato un macchinario che gli possa permettere di avere una certa riduzione dei propri consumi, può beneficiare di sconti sulle tasse. 

Nella pratica, però, il governo ha gestito piuttosto male il programma, modificando più volte le regole per fare la domanda per i crediti di imposta e cambiando i finanziamenti per la misura stessa. Inizialmente, la partecipazione delle imprese a “Transizione 5.0” era stata bassa, così il governo aveva dimezzato i fondi. In seguito, il governo ha semplificato le regole per partecipare al programma, così le aziende che hanno fatto richiesta di accedere agli incentivi sono aumentate ma i fondi non sono più bastati. Dunque, alla fine del 2025 diverse imprese che avrebbero avuto i requisiti per accedere agli sconti non sono riuscite ad accedervi. 

Per venire incontro alle richieste di aiuto da parte delle imprese escluse, nella legge di Bilancio per il 2026, il governo ha prima creato (art. 1, comma 770) un fondo finanziato con 1,3 miliardi di euro da destinare proprio agli incentivi alle aziende. Ma poi, lo scorso 27 marzo, ha deciso di usare solo una parte (circa 537 milioni di euro) di questo finanziamento per concedere i crediti d’imposta alle aziende che non erano riuscite ad accedere a Transizione 5.0. Ciò ha destato forti critiche da parte soprattutto di Confindustria, la principale associazione di categoria che rappresenta le imprese in Italia. 

Dopo giorni di proteste da parte degli imprenditori, lo scorso 3 aprile il governo è corso ai ripari con il nuovo decreto sulle accise. In pratica, con questo decreto ha modificato il decreto-legge del 27 marzo, riportando a 1,3 miliardi di euro le risorse destinate alle imprese inizialmente escluse da Transizione 5.0, e inserendo la proroga dello sconto sulle accise sui carburanti.

Due in uno

In questo modo, il governo ha fatto in modo che il Parlamento esamini due decreti-legge allo stesso tempo, velocizzando i tempi di conversione in legge. Il nuovo decreto sulle accise infatti è composto soltanto da due articoli, che modificano e integrano il contenuto del decreto sul fisco dello scorso 27 marzo. In questo modo i contenuti del decreto sulle accise sono finiti di fatto dentro al decreto sul fisco. L’esame del decreto sul fisco è già iniziato in Commissione Finanze al Senato, e dovrà essere convertito in legge entro il 26 maggio. Il Parlamento potrà così esaminare due decreti-legge allo stesso tempo. 

In parole semplici, il governo inserisce le norme previste da un decreto-legge dentro a un altro decreto, facendo in modo di approvare entrambi allo stesso tempo. Questa tattica si basa su quelli che nel gergo parlamentare sono chiamati decreti “matrioska” (una bambola cava che ne contiene altre) o “minotauro” (l’animale mitologico con il corpo da uomo e la testa da toro).

Una strategia criticata

Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, il ricorso ai decreti “minotauro” o “matrioska” è una prassi consolidata da parte di tutti i governi, non solo quello di Giorgia Meloni. 

L’uso di questa strategia, apparentemente tecnica, però ha delle ricadute sulla qualità delle leggi che vengono prodotte nel nostro Paese. Per esempio, lo scorso anno, la Corte Costituzionale ha definito questa pratica «un anomalo uso del peculiare procedimento di conversione del decreto-legge», che rischia di compromettere la «chiarezza delle leggi» e «l’intelligibilità dell’ordinamento». In altre parole, secondo i giudici costituzionali, i decreti “minotauro” sono un problema perché complicano il testo finale di un provvedimento.

In più, il ricorso del governo a questa strategia riduce ancora di più lo spazio per il dibattito parlamentare, visto che di fatto l’esame di più decreti viene accorpato in un unico esame. Di recente, durante un’indagine dell Comitato per la legislazione della Camera – che si occupa di analizzare la qualità della produzione legislativa – il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha detto che finora il ricorso ai decreti “minotauro” è stato «attentamente ponderato e valutato come necessario al fine di consentire la conversione di tutti i decreti pendenti, nonché lo svolgimento di altre attività legislative, di indirizzo e controllo previste nei calendari dei lavori».
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