Sul caso Fakir a Bologna Meloni non la pensa come la sua maggioranza

Ha chiesto di accertare le responsabilità «senza sconti per nessuno», mentre gli alleati di governo hanno difeso l’operato degli agenti
ANSA
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Martedì 21 luglio, due giorni dopo la morte di Abderrahim Fakir durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato per la prima volta la vicenda. «È doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore», ha scritto su X. «La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno», ha aggiunto, condannando poi gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine avvenuti il 21 luglio durante le proteste scoppiate a Bologna in seguito alla morte di Fakir.
Le parole di Meloni si distinguono dalle reazioni arrivate da altri esponenti della maggioranza. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha definito l’intervento degli agenti «condotto con professionalità e modalità consone» alla situazione. Ha inoltre indicato la presenza del personale sanitario come un ulteriore elemento a conferma della correttezza dell’operazione. Il leader della Lega Matteo Salvini ha espresso vicinanza ai due poliziotti, chiedendo che «la famiglia di Fakir non parli di vendetta», mentre il suo partito ha rilanciato lo slogan «Giù le mani dalla Polizia».

Dall’altra parte, le opposizioni hanno chiesto fin dall’inizio di chiarire eventuali responsabilità. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle hanno chiesto un’informativa urgente al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, mentre Alleanza Verdi e Sinistra ha sollecitato un’indagine rapida e indipendente.

Al di là dello scontro politico, la procura di Bologna ha aperto un procedimento per omicidio colposo. Due agenti e quattro operatori sanitari sono coinvolti negli accertamenti, ma non sono stati iscritti nel registro ordinario degli indagati. I loro nomi sono stati annotati nel modello 45-bis, un nuovo registro introdotto a febbraio dal governo e definito nel dibattito pubblico uno “scudo penale”. Piantedosi, che ha respinto questa definizione, ha specificato che si tratta piuttosto della «giusta collocazione» del caso in un registro previsto per chi, almeno in un primo momento, sembra aver agito legittimamente.

Che cosa sappiamo, finora

Prima di parlare del cosiddetto “scudo penale”, bisogna ricostruire brevemente la vicenda.

La mattina di domenica 19 luglio la polizia è intervenuta nel quartiere Pilastro di Bologna. Secondo la questura, gli agenti erano stati chiamati dopo alcune segnalazioni su un uomo «in escandescenza», che ha danneggiato un’auto lì presente. L’uomo in questione era Abderrahim Fakir, 42enne di origini marocchine, che durante l’intervento della polizia è stato immobilizzato, posizionato con la faccia rivolta a terra, e polsi e caviglie legati. Un video girato da un residente mostra soltanto la parte finale dell’operazione. Nelle immagini Fakir, trattenuto a terra dagli agenti, chiede più volte aiuto e poco dopo smette di reagire. Sul posto sono intervenuti anche alcuni operatori del 118, ma i tentativi di rianimarlo non hanno avuto successo e Fakir è morto. 

Il primo punto da chiarire è che l’uso del nuovo registro non ha impedito l’apertura di un procedimento. In una nota, la Procura di Bologna ha precisato che gli accertamenti riguarderanno l’intero svolgimento dell’intervento, durato più a lungo rispetto al video circolato online. Saranno valutati sia il comportamento degli agenti sia quello del personale sanitario, mentre gli esami medico-legali dovranno chiarire le cause della morte. La procura sta quindi verificando il ruolo delle sei persone inserite nel nuovo registro. Come vedremo, almeno per il momento agenti e sanitari non risultano però formalmente indagati.

Il nuovo registro

Di norma, quando indaga su un possibile reato, il pubblico ministero iscrive nel registro degli indagati il nome della persona a cui il fatto è attribuito, non appena emergono indizi a suo carico. Come abbiamo detto, però, nel caso di Fakir la procura di Bologna ha seguito una procedura diversa.

Il procedimento è stato inserito nel modello 45-bis, un registro separato introdotto da un decreto-legge sulla sicurezza approvato a febbraio. La nuova norma si applica quando «appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione», cioè in una circostanza che può rendere lecito un comportamento che altrimenti sarebbe considerato un reato. Rientrano tra gli esempi la legittima difesa o l’adempimento di un dovere. Ecco, in questi casi, il nome della persona viene annotato nel modello 45-bis e non nel registro ordinario degli indagati.

Il nome può creare confusione, ma il modello 45-bis non è una versione aggiornata del modello 45. Quest’ultimo viene usato per atti e segnalazioni che, almeno in partenza, non fanno emergere un possibile reato. Il 45-bis riguarda invece un fatto che può avere rilevanza penale, ma che potrebbe essere stato commesso in una situazione prevista dalla legge. 

Sulla carta, il nuovo registro non è riservato alle forze dell’ordine, anche perché avrebbe potuto sollevare critiche sul piano costituzionale. La legge si riferisce in generale alla «persona cui è attribuito il fatto» e può quindi essere applicata a chiunque. Lo dimostra il caso di Bologna, dove nel modello 45-bis sono stati annotati anche quattro operatori sanitari. Nella pratica, però, è probabile che venga usato più spesso nei procedimenti che coinvolgono agenti e altri pubblici ufficiali, perché sono tra le categorie che possono trovarsi più frequentemente ad agire in situazioni di questo tipo.

È davvero uno “scudo penale”?

Dal punto di vista giuridico, parlare di “scudo penale” è impreciso. Il modello 45-bis non garantisce l’immunità, non blocca le indagini e non impedisce che le persone coinvolte vengano in seguito iscritte nel registro ordinario degli indagati. Allo stesso tempo, il nuovo registro prevede un trattamento iniziale diverso. La persona non è formalmente indagata, ma possiede gli stessi diritti e le stesse garanzie difensive di chi è iscritto nel registro degli indagati. Può quindi, per esempio, nominare un avvocato. 

La relazione illustrativa ha spiegato che il nuovo registro serve a evitare «l’effetto stigmatizzante» dell’iscrizione nel registro degli indagati, cioè il rischio che una persona venga considerata colpevole, con possibili conseguenze sulla propria reputazione, prima ancora che i fatti siano chiariti. Il Consiglio superiore della magistratura (CSM) ha però contestato questa motivazione, ricordando che la legge già tutela la presunzione di non colpevolezza. 

In altre parole, il modello 45-bis non protegge dalle indagini né da eventuali responsabilità penali. Evita però, almeno nella prima fase, che la persona venga formalmente indicata come indagata. È soprattutto in questo senso che il nuovo registro offre una tutela diversa rispetto alla procedura ordinaria.

Le reazioni politiche

Tornando al confronto politico, le opposizioni hanno concentrato le loro richieste soprattutto sugli accertamenti e sulla necessità che il governo riferisca in Parlamento. Alla Camera, il deputato del Partito Democratico Andrea De Maria e la deputata del Movimento 5 Stelle Gilda Sportiello hanno chiesto un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Entrambi hanno sollecitato chiarimenti sulla dinamica della morte e sulle eventuali responsabilità. La senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi ha presentato un’interrogazione al ministro, richiamando i rischi legati ad alcune tecniche di immobilizzazione e chiedendo un’indagine «rapida, rigorosa e indipendente». 

Nel centrodestra invece la posizione di Meloni è rimasta più prudente rispetto alle reazioni di esponenti del suo partito e di altri alleati. Non ha detto che gli agenti abbiano agito correttamente e ha lasciato aperta la possibilità che emergano responsabilità. Allo stesso tempo, ha condannato gli attacchi generici alla polizia e le violenze avvenute durante le proteste successive.

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