No, l’economia reale non smentisce i messaggi negativi sull’Italia

Fratelli d’Italia sostiene che l’economia vada meglio delle previsioni, ma sceglie con accuratezza i dati di cui vuole parlare
ANSA
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Sabato 27 giugno l’account Instagram di Fratelli d’Italia ha pubblicato un post riprendendo il titolo di un articolo del quotidiano Il Messaggero: «I messaggi negativi smentiti dall’economia reale». Il sottotitolo aggiunto da Fratelli d’Italia nel post sostiene inoltre che ci sia un «boom di investimenti, export inarrestabile, PIL e crescita acquisita oltre le previsioni».

L’articolo su cui si basano queste affermazioni, però, non sembra contenere un quadro completo dello stato dell’economia italiana, ma pare limitarsi a selezionare una serie di informazioni apparentemente positive, senza una contestualizzazione efficace. Questo fenomeno è detto cherry-picking (letteralmente “selezione delle ciliegie”) e indica un’analisi in cui si prendono in considerazione solo i dati che sostengono la propria tesi. Per capire se davvero la cosiddetta “economia reale” smentisce dati e previsioni, occorre considerare le diverse statistiche citate nell’articolo originale.

Cosa dicono i dati sulla crescita

La tesi di un’Italia che va meglio del previsto si basa innanzitutto su un dato: secondo Eurostat, nel primo trimestre di quest’anno il Prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente e dello 0,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Questo fa sì che la variazione acquisita finora nell’anno sia del +0,6 per cento. In poche parole, se negli altri tre trimestri non si dovesse registrare una variazione del PIL, nel 2026 l’Italia avrebbe comunque una crescita del +0,6 per cento.

L’articolo sostiene che questo dato dovrebbe smentire vari istituti di ricerca economica, come l’OCSE o il Fondo monetario internazionale, dato che avevano stimato un +0,5 per cento per il PIL italiano nel 2026. Un’affermazione di questo tipo, però, è fuorviante: innanzitutto, non è detto che il PIL crescerà almeno dello 0,6 per cento, dato che nei prossimi mesi potrebbe anche calare e ridurre la crescita acquisita. Inoltre, è impossibile pretendere delle previsioni precise al millimetro, soprattutto se sono fatte con un certo anticipo. È naturale che le condizioni macroeconomiche e politiche cambino, soprattutto in un periodo di incertezza internazionale come quello attuale.

Per valutare l’accuratezza di una stima è più interessante osservare come è cambiato il dato per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Nella sua stima preliminare di inizio aprile, il Fondo monetario internazionale aveva previsto per il 2026 una crescita dello 0,5 per cento per l’Italia, dello 0,9 per cento per la Francia e del 2,1 per cento per la Spagna. Un dato effettivo paragonabile, anche se non identico, è la crescita tra il primo trimestre 2025 e lo stesso periodo del 2026: secondo i dati pubblicati a fine aprile da Eurostat, l’Italia è cresciuta dello 0,7 per cento, la Francia dell’1,1 e la Spagna del 2,7 per cento. Non c’è dunque nessun complotto per affossare l’economia italiana: semplicemente, i dati a disposizione del Fondo monetario, meno recenti e completi di quelli di Eurostat, avevano offerto una stima al ribasso un po’ per tutti.

Nel testo dell’articolo si sottolinea come le istituzioni internazionali «hanno dimostrato di non azzeccarne una», mentre gli unici ad aver previsto in modo corretto sarebbero i ricercatori di Confcommercio, che hanno stimato un +0,9 per cento. Se prendiamo tutti questi paragoni per buoni, però, la dimensione dell’errore di Confcommercio (0,2 punti percentuali rispetto al dato effettivo preso come riferimento) è identica a quella del Fondo monetario. Peraltro, le stime di Confcommercio sono state pubblicate a giugno, e si distaccano dalle previsioni ufficiali di Eurostat nonostante siano state elaborate con dati più aggiornati. La loro pubblicazione è infatti avvenuta due mesi dopo quelle del Fondo monetario internazionale e oltre un mese dopo i dati preliminari sul primo trimestre pubblicati da Eurostat.

L’accuratezza dei dati ottimistici sull’economia

L’analisi prosegue con una serie di altri dati che dovrebbero contestare la retorica per cui l’Italia non cresce. Nel testo dell’articolo si ricorda infatti che «i messaggi negativi sono tanti, letteralmente ci sovrastano, ma si scontrano regolarmente con la realtà».

Per esempio, si ricorda che l’export italiano verso Paesi extra-UE è aumentato in valore del 6,3 per cento a maggio 2026 rispetto allo stesso mese del 2025. Il dato è corretto, ma questa crescita potrebbe essere dovuta al semplice aumento dei prezzi. Non abbiamo a disposizione il dato in volume, ossia il numero di beni esportati, ma sappiamo per esempio che ad aprile la crescita dell’export italiano è stata dell’8,8 per cento in valore e del 3,5 per cento in volume. La crescita in valore dipende quindi molto anche dall’andamento dei prezzi e il dato apparentemente eclatante sulla crescita delle esportazioni va in parte ridimensionato. Inoltre, la statistica citata nell’articolo riguarda solo il commercio dell’Italia verso Paesi extra-UE, un’altra visione parziale del quadro generale.

Infine, si parla dei dati sul turismo, che starebbe registrando un aumento di presenze molto importante. Qui l’articolo cambia orizzonte temporale, citando il +20 per cento di presenze turistiche tra il 2019 e il 2025. Non è chiarissimo da dove sia stata presa questa statistica, dal momento che Eurostat rende disponibile il dato per l’Italia solo fino al 2024. Secondo Eurostat la crescita di pernottamenti in Italia è stata del +6,7 per cento tra il 2019 e il 2024, rispetto a una crescita del 5,1 per cento per la media UE. Al di là dell’accuratezza dei dati, non è chiaro perché una crescita del turismo dovrebbe smentire i messaggi negativi sull’economia italiana. Come spiegato in Conti in tasca, la newsletter di economia di Pagella Politica, uno sviluppo eccessivo di settori a basso valore aggiunto, come il turismo, l’edilizia o il commercio, può ridurre il potenziale di crescita di un Paese. Senza considerare i problemi legati all’overtourism, il fenomeno per cui le città rimangono soffocate da un arrivo eccessivo di turisti. Proprio nell’articolo da cui si è ispirato il post di Fratelli d’Italia si legge che «basta cercare di attraversare le vie del centro di Roma per farsi una idea dell’affollamento turistico».

Il confronto internazionale

Al di là del cherry picking sulle statistiche, l’analisi riproposta da Fratelli d’Italia ha principalmente due difetti: il primo riguarda l’orizzonte temporale considerato, mentre il secondo è l’assenza di un confronto completo con Paesi simili. Per capire che i «messaggi negativi» sull’economia italiana si basano su dati di realtà basta un confronto: la crescita del PIL dal pre pandemia a oggi. Come si vede nel grafico sotto, nell’orizzonte temporale della ripartenza post-Covid, l’Italia si trova dietro rispetto a Paesi paragonabili.
È vero che il risultato italiano è migliore di quello di Francia e Germania, ma si tratta anche di due economie più mature, che si trovano di fronte a crisi strutturali. Inoltre, tutti i Paesi considerati nel grafico non hanno usufruito di un PNRR così imponente come quello italiano. La Spagna, il secondo beneficiario dei fondi Next generation EU, ha costruito un piano nazionale da 102 miliardi (79 a fondo perduto, 23 in prestiti), contro i 194 miliardi dell’Italia (72 a fondo perduto, 122 in prestiti). Considerando che nel 2019 il PIL spagnolo valeva il 73 per cento del PIL italiano, il nostro Paese ha ricevuto uno stimolo dai fondi PNRR del 39 per cento superiore in proporzione rispetto alla Spagna. Eppure, la crescita del PIL nei sei anni successivi è stata inferiore.

L’unica nota positiva deriva dal PIL pro capite: il suo valore reale, ossia al netto dell’inflazione, è aumentato più della media UE e della maggior parte dei Paesi simili al nostro, Spagna compresa. Anche qui, però, occorre spiegare perché: negli ultimi sei anni, tra i Paesi presi in considerazione nei grafici, l’Italia è l’unica insieme alla Grecia (-2,4 per cento) ad aver registrato un calo di popolazione: -1,5 per cento, quasi un milione di residenti in meno in sei anni. Meno persone, meno necessità di spartire le risorse pro capite. Ma anche meno potenziale di crescita in futuro.

Nel complesso, i dati citati da Fratelli d’Italia mostrano alcuni segnali positivi dell’economia italiana. Questi dati, però, non bastano a smentire le critiche sulla debolezza della crescita del nostro Paese. Per farlo servono confronti più ampi e una lettura meno selettiva delle statistiche disponibili.

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