Le contraddizioni della riforma Calderoli sulla montagna

I nuovi criteri sui comuni montani rischiano di escludere centinaia di località, soprattutto negli Appennini, e di cambiare l’accesso a fondi e servizi pubblici
ANSA
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Alpi contro Appennini, Sud contro Nord, fondovalle contro vetta. La legge «per il riconoscimento e la promozione delle zone montane», varata a settembre 2025 su proposta del ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli, introduce una nuova classificazione dei comuni montani. Il testo non definisce direttamente quali territori rientrino nelle zone di montagna, ma rimanda a successivi criteri tecnici questo compito.

Si tratta però di una scelta tutt’altro che neutra, perché dalla classificazione dipende l’accesso a fondi, agevolazioni fiscali e deroghe previste dalla normativa. È proprio su questi criteri, elaborati dal ministero nelle ultime settimane, che si sono concentrate le critiche di amministratori locali ed esponenti dei partiti all’opposizione.

Secondo la proposta ministeriale, circa un terzo dei comuni che oggi sono considerati montani rischia di restare escluso dalla nuova definizione, in particolare molti centri lungo la dorsale appenninica. Finora in Italia erano circa 4 mila i comuni classificati come montani e quindi destinatari di fondi e agevolazioni. Con le nuove regole, il numero scenderebbe a circa 2.800.

Questa riduzione non è solo una questione statistica, ma tocca direttamente l’idea stessa di che cosa significhi “montagna” in un Paese come l’Italia. «La montagna va considerata come un sistema, una rete interconnessa: non si possono creare divisioni, fratture e classificazioni rigide», ha detto a Pagella Politica Marco Bussone, presidente dell’Unione nazionale dei comuni e degli enti montani (UNCEM).

La nuova mappa della montagna

La legge varata dal ministro Calderoli disciplina diversi ambiti legati alla vita nelle aree montane, dalla sanità alla scuola, passando per la valorizzazione dei pascoli e dei rifugi. Il provvedimento stabilisce inoltre che entro novanta giorni dalla sua entrata in vigore, su proposta del ministro per gli Affari regionali e le Autonomie e d’accordo con la Conferenza Stato-regioni, siano «definiti i criteri per la classificazione dei comuni montani che costituiscono le zone montane» e sia redatto con un decreto del presidente del Consiglio (DPCM) l’elenco ufficiale dei comuni interessati. Nelle scorse settimane questi criteri sono stati effettivamente proposti, ed è qui che si è concentrata la parte più controversa della riforma.

Il 17 dicembre, intervenendo alla Camera, Calderoli ha spiegato che «i nuovi criteri di classificazione sono il frutto di un lavoro istruttorio svolto con il coinvolgimento di esperti designati dagli enti territoriali, le cui proposte sono confluite nel regolamento appena trasmesso alla Conferenza unificata». «Sulla base dei nuovi criteri, saranno montani 2.844 comuni, distribuiti in modo equilibrato tra le diverse zone del Paese», ha aggiunto il ministro. 

I criteri individuati dal ministero non sono tre condizioni da rispettare tutte insieme, ma due strade alternative per ottenere la qualifica di comune montano, a cui si aggiunge una regola speciale per alcuni casi particolari. In primo luogo, un comune è considerato montano se, escluse superfici come laghi e lagune, almeno il 25 per cento del territorio si trova sopra i 600 metri di quota e almeno il 30 per cento della superficie ha una pendenza superiore al 20 per cento. In alternativa, basta che l’altitudine media complessiva superi i 500 metri. Infine, è considerato montano anche un comune “intercluso”, cioè circondato solo da altri comuni già classificati come montani, se ha un’altitudine media pari o superiore ai 300 metri.

È uno schema basato esclusivamente su parametri geografici e altimetrici, chiaro sulla carta ma molto selettivo nella pratica. «Non sono stati presi in considerazione i fattori socioeconomici o demografici ed è stata introdotta una distinzione molto “leghista” tra Alpi e Appennini, penalizzando questi ultimi, spesso più impervi», ha dichiarato il deputato del Partito Democratico Federico Fornaro.

Questa classificazione, però, non serve solo a stabilire un’etichetta formale. Da essa dipende l’accesso a un pacchetto articolato di misure economiche previste dalla legge, che riguardano famiglie, lavoratori e imprese.

Sul fronte della residenza e della casa, per esempio, la norma introduce per il 2026 e il 2027 il cosiddetto “bonus smart working”. La misura consente ai datori di lavoro che permettono ai dipendenti di trasferirsi e lavorare da remoto in comuni montani sotto i 5 mila abitanti di ottenere uno sgravio contributivo totale fino a 8 mila euro annui per lavoratore. A questo si affianca un credito d’imposta per l’abitazione, destinato a chi accende un mutuo per acquistare o ristrutturare la prima casa in area montana, oltre a un’agevolazione che copre fino al 60 per cento delle spese per acquisto o affitto di immobili nei comuni riconosciuti. La percentuale sale al 75 per cento nelle zone con minoranze linguistiche storiche.

Anche le imprese sono tra i destinatari principali delle misure previste. Tra il 2025 e il 2027 le aziende che operano nelle zone montane possono accedere a un credito d’imposta del 10 per cento per interventi di miglioramento ambientale e climatico, che raddoppia al 20 per cento nei piccoli comuni con minoranze linguistiche. Restano inoltre attive misure specifiche a favore dell’imprenditoria giovanile under 41, con l’obiettivo dichiarato di contrastare lo spopolamento.

Un altro capitolo centrale riguarda l’agricoltura. Per il biennio 2026-2027 è prevista la redazione di linee guida per l’utilizzo razionale e la valorizzazione sostenibile dei sistemi agro-silvo-pastorali montani. Sono poi previsti contributi per gli imprenditori agricoli e forestali che effettuano investimenti con benefici per l’ambiente e il clima, per esempio attraverso interventi di manutenzione del territorio.

Dunque, essere inclusi o esclusi dalla categoria di “comune montano” può tradursi in un vantaggio economico significativo oppure in una perdita netta di risorse. Ed è qui che emergono le principali contraddizioni del nuovo sistema.

Chi perde e chi guadagna

La classificazione tracciata a tavolino genera infatti diversi paradossi territoriali. In Valle d’Aosta e in Trentino-Alto Adige le perdite della qualifica di “montano” sarebbero quasi nulle, così come per l’80 per cento dei comuni alpini e per il 90 per cento dei comuni veneti. Lo scenario è invece molto diverso lungo la dorsale appenninica. In Piemonte si stima che verrebbero esclusi 114 comuni, 61 in Liguria e quasi il 40 per cento in Emilia-Romagna. Al Sud la Campania perderebbe 125 comuni montani e in regioni come la Puglia la riduzione oscillerebbe tra il 45 per cento e il 65 per cento.

Il problema non è solo numerico, ma riguarda il senso stesso dell’intervento pubblico nelle aree più fragili. L’articolo 44 della Costituzione stabilisce che la montagna debba essere sostenuta, sottintendendo che si tratti di territori strutturalmente svantaggiati, ma non ne fornisce una definizione puntuale. I cortocircuiti prodotti dalla legge Calderoli nascono anche da questa ambiguità. Così la ricca Cortina d’Ampezzo continuerà a essere considerata montagna a tutti gli effetti e a beneficiare degli aiuti, mentre Monteverde – piccolo centro isolato dell’Avellinese a 740 metri sul livello del mare, con il paese più vicino a 19 chilometri e il primo ospedale a oltre 50 – rischia l’esclusione perché una porzione del suo territorio in fondovalle abbassa la media altimetrica.

Lo stesso accade a San Giorgio Scarampi, a 655 metri sui rilievi tra Astigiano e Liguria, spesso innevato, che resterebbe fuori dalla classificazione, mentre Varazze, nota località balneare ligure, continuerebbe a rimanere classificata come montagna grazie ai 1.287 metri del monte Beigua.

Un’altra contraddizione riguarda la scuola, un servizio essenziale in territori già colpiti dallo spopolamento. La legge conferma che le scuole montane potranno rimanere aperte, come già stabilito da una norma del 2011, anche con un numero inferiore di alunni rispetto a quelle non montane. Ma con la nuova classificazione questa tutela rischia di diventare incoerente sul territorio. «Il mio paese sarà considerato montano secondo i criteri di Calderoli, ma i nostri bambini frequentano le scuole del fondovalle che perderanno la qualifica e rischiano la chiusura dei plessi: anche se noi saremo montani, dove ci sono le scuole non più, ma tutti siamo di fronte alla desertificazione», ha avvertito Franco Cirio, sindaco di Roccaverano, nella Langa astigiana. «La montagna non è solo un picco innevato, ma una rete di comunità tra cime e fondovalle, e tracciare confini sulla carta è complesso», ha ribadito Bussone.

Il conto per i comuni

Oltre agli effetti sui servizi, la nuova mappa dei comuni montani ha conseguenze dirette anche sui conti degli enti locali: i comuni che non saranno più considerati montani rischiano infatti tagli consistenti.

Il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane ammonta a 200 milioni di euro annui, in parte gestiti dallo Stato e in parte dalle regioni. Chi uscirà dalla classificazione perderà l’accesso a queste risorse, con un impatto significativo sui bilanci, spesso già fragili.

Diverso è il caso delle esenzioni IMU, cioè dell’imposta dovuta per il possesso di fabbricati, aree edificabili e terreni agricoli. Queste non saranno toccate dalla legge sulla montagna. «Non si pagava prima e non si pagherà dopo, perché i criteri di esenzione derivano da una tabella ministeriale rimasta invariata», ha assicurato il deputato della Lega Andrea Giaccone, impegnato in queste settimane nelle fasce preappenniniche astigiane per ricucire lo strappo con il territorio.

Nonostante questa rassicurazione, il malcontento resta diffuso. «Da noi in molti votavano Lega, non so che cosa succederà dopo questa legge», ha concluso Marco Listello, presidente dell’Unione montana Langa Astigiana e sindaco di San Giorgio Scarampi.

Per ora, comunque, la partita non è ancora chiusa. Le trattative per la redazione definitiva della classificazione dei comuni montani sono tuttora in corso. In questi giorni la Commissione Montagna della Conferenza delle regioni si sta riunendo per formulare una controproposta da sottoporre al ministro Calderoli. In gioco non c’è soltanto una definizione amministrativa, ma l’accesso alle politiche pubbliche e alle risorse destinate alla montagna nei prossimi anni.

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