No, la condanna di Almasri in Libia non dà ragione al governo Meloni

Lo ha sostenuto Fratelli d’Italia, ma la sentenza non cancella le contestazioni mosse all’Italia dalla Corte penale internazionale, che avrà l’ultima parola sul caso
ANSA
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Negli ultimi giorni, Fratelli d’Italia è tornata a parlare del “caso Almasri”. Almasri, al secolo Osama Almasri Njeem, è l’ex capo della polizia giudiziaria libica ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI), che a gennaio 2025 era stato prima arrestato e poi rimpatriato dall’Italia. Lunedì 22 giugno il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pubblicato sul proprio sito ufficiale un comunicato dal titolo «Almasri: condanna in Libia conferma che espulsione fu corretta».

Il riferimento è alla condanna comminata dal Tribunale di Tripoli contro Almasri, che dovrà scontare 7 anni e 4 mesi di carcere per violazioni dei diritti dei detenuti. Secondo Fratelli d’Italia, questa notizia «conferma che il governo Meloni aveva ragione ed ha agito correttamente». Il generale libico, sostiene il partito, «rappresentava un pericolo per la sicurezza nazionale e quindi andava espulso velocemente, assicurandolo alla giustizia libica che infatti ha fatto il suo corso».

Le cose però non stanno davvero come sostiene Fratelli d’Italia. Vediamo perché.

Il “caso Almasri”

La vicenda è iniziata il 18 gennaio 2025, quando la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Almasri. L’allora capo della polizia giudiziaria libica era accusato di diversi crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dal febbraio 2015 in Libia, tra cui tortura, omicidio e violenza sessuale. Il giorno successivo, il 19 gennaio, Almasri è stato arrestato dalle autorità italiane a Torino, ma appena due giorni dopo è stato scarcerato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato.

Il governo, incalzato dalla Corte penale internazionale, dal Parlamento e dalla magistratura ha tentato di fornire diverse spiegazioni, spesso anche contraddittorie. Come abbiamo spiegato in un precedente articolo, Meloni aveva detto che la decisione di scarcerare Almasri era stata presa dalla Corte d’appello di Roma e che la richiesta non era stata trasmessa al Ministero della Giustizia. Al contrario, il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva affermato che il suo ministero aveva sì ricevuto la richiesta, ma che al suo interno aveva notato delle criticità che ne avrebbero messo in discussione la legittimità. Tuttavia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva motivato l’espulsione di Almasri con la pericolosità del soggetto che sarebbe emersa dal mandato della CPI, atto che però Nordio aveva giudicato nullo. 

Ai primi di aprile, la Corte penale internazionale ha reso pubblica la decisione con cui ha deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati che aderiscono allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la CPI, per non aver eseguito il mandato d’arresto. Anche a questa procedura della Corte penale contro l’Italia abbiamo dedicato un articolo.

La condanna in Libia

Passiamo agli ultimi sviluppi della vicenda Almasri. Il 22 giugno è stata diffusa in Italia la notizia che il tribunale di Tripoli ha condannato il generale libico a 7 anni e 4 mesi di reclusione per «aver violato i diritti dei detenuti». Fratelli d’Italia, nel suo comunicato, ha presentato la vicenda come una conferma della pericolosità del generale libico e della correttezza della decisione di rimpatriarlo in Libia.

Questa ricostruzione però è fuorviante. Almasri, infatti, non era soltanto oggetto di un procedimento in Libia, perché – come detto – nei suoi confronti era stato emesso un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Avendo sottoscritto e ratificato lo Statuto di Roma, ossia il trattato che ha dato vita alla CPI, l’Italia ha riconosciuto la sua giurisdizione e ha assunto l’obbligo di cooperare pienamente con la Corte, anche dando seguito ai suoi mandati d’arresto. Per questi motivi, l’Italia aveva l’obbligo di eseguire il mandato d’arresto di Almasri. La valutazione sulla pericolosità del generale libico non cancellava questo obbligo di cooperazione. Allo stesso modo, la condanna pronunciata in Libia può confermare la gravità del profilo del generale libico, ma non dimostra che l’Italia abbia agito correttamente rimpatriandolo invece di consegnarlo alla Corte penale internazionale. Inoltre la decisione del tribunale di Tripoli riguarda reati diversi e minori rispetto a quelli contestati dalla CPI, che quindi dovrà comunque valutare se il caso resti di sua competenza, nonostante la sentenza in Libia.

Insomma, la sentenza del Tribunale penale di Tripoli non cambia il punto centrale del caso Almasri. Alla gestione del governo Meloni viene contestato il fatto di non aver eseguito la richiesta di arresto e consegna della CPI e di aver rimpatriato Almasri in Libia, nonostante il mandato della Corte. Per questo, la condanna in Libia non può essere presentata come una conferma della correttezza dell’espulsione decisa dal governo. Ora spetterà alla stessa CPI valutare nel merito la condanna nei confronti di Almasri e di conseguenza decidere se quest’ultima può cambiare la posizione dell’Italia.

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