Che cosa dicono i numeri: il punto sulla “variante inglese” in Italia

Ansa
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Il 14 febbraio il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato un provvedimento per vietare fino al 5 marzo lo svolgimento delle attività sciistiche amatoriali, che sarebbero dovute ripartire il 15 febbraio. Alla base di questa decisione ci sono alcuni dati pubblicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss), secondo i quali quasi un quinto dei nuovi contagi da coronavirus in Italia coinvolgerebbe la cosiddetta “variante inglese”.

Che cosa sappiamo ad oggi di questa variante del Sars-CoV-2? Quanto è diffusa nel mondo e in Italia? E che conseguenze ci sono, per esempio, sulla campagna vaccinale? Abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza.

Un virus più trasmissibile e forse più letale

Come abbiamo scritto in passato, la cosiddetta “variante inglese” – oppure, secondo la sigla scientifica, Sars-CoV-2 Voc 202012/01 o B.1.1.7 – è stata identificata per la prima volta in Inghilterra ad autunno scorso. In breve tempo è diventata la variante dominante nel Regno Unito, diffondendosi in alcune settimane dal Sud-Est al resto del Paese.

Negli ultimi due mesi sono state condotte diverse analisi per capire quale siano le caratteristiche della variante B.1.1.7. Una conclusione a cui si è arrivati è che sia più contagiosa delle altre varianti, anche se non ci sono certezze su quanto. Una recente ricerca, non ancora sottoposta al controllo della comunità scientifica, ha stimato che la B.1.1.7 sia tra il 43 e l’82 per cento più trasmissibile delle varianti di coronavirus preesistenti.

Ma come si analizza la maggiore trasmissibilità di una variante? Semplificando, esistono due modi. Il primo è analizzare e sequenziare i campioni dei casi positivi nel tempo, quantificando come cambia il peso delle varianti all’interno dei contagi. Il secondo modo è analizzare invece il cosiddetto “tasso di attacco secondario”, cioè quante persone contagia una persona infettata con la nuova variante rispetto a quella vecchia.

Secondo le stime basate sul primo metodo, la trasmissibilità della variante B.1.1.7 sembrava essere fino al 75 per cento più elevata, mentre il secondo metodo ha portato a stimare una contagiosità tra il 30 e il 40 per cento maggiore.

Non è chiaro se la variante presenti invece una letalità più accentuata. Un recente documento presentato dal Nervtag – un gruppo che fornisce consigli scientifici al governo britannico – elenca gli studi fatti da diversi centri di ricerca britannici che sembrano attestare una maggiore letalità della variante B.1.1.7. Le stime sono però molto diverse tra loro: si va da un 10 a un 70 per cento in più, ma sono ancora parecchio incerte. Gli intervalli di confidenza sono infatti ampi e a volte comprendono la possibilità che non ci sia, alla fine, nessun cambiamento particolare. Secondo il Nervtag, comunque, è «probabile» che la variante B.1.1.7 porti a un maggior rischio di ospedalizzazione e decesso.

Come abbiamo spiegato in passato, anche in assenza di maggiore letalità, una variante più contagiosa comporta un maggiore sovraccarico ospedaliero in minor tempo, con gravi conseguenze anche dal punto di vista dei decessi.

Quanto è diffusa la variante fuori dal Regno Unito

La variante B.1.1.7 si è poi diffusa progressivamente anche fuori dal Regno Unito. È presente infatti in almeno ottanta Paesi del mondo. I Paesi europei – tra cui l’Italia – sequenziano poco ed è quindi difficili capire la dinamica dell’evoluzione.

C’è però l’eccezione della Danimarca, che arriva ad analizzare quasi 4 mila campioni a settimana. I primi campioni positivi sono stati rilevati nella seconda settimana di novembre, ma fino a metà dicembre erano meno dell’un per cento dei campioni totali. Tra la prima e l’ultima settimana di gennaio, la variante è passata dal rappresentare il 4 per cento al 20 per cento e nella prima settimana di febbraio (gli ultimi dati disponibili) è stata pari al 27 per cento dei campioni.

In Germania la variante B.1.1.7 è stata rilevata nel 5,8 per cento dei campioni prelevati a inizio febbraio. Un’analisi condotta dal Robert Koch Institute – l’organismo tedesco che si occupa del controllo e della prevenzione delle malattie infettive – ha provato a fare alcune previsioni su come potrà evolvere l’epidemia. Se la variante fosse più contagiosa del 30 per cento, per fine aprile ci sarebbero 80 casi ogni 100 mila abitanti, se lo fosse del 40 per cento, i casi salirebbero a 300, e se lo fosse del 50 per cento, arriverebbero a essere mille. Il governo tedesco ritiene che l’attuale lockdown nazionale potrà essere allentato se l’incidenza dei casi sarà inferiore ai 50 casi ogni 100 mila abitanti.

In Francia un’indagine dell’agenzia governative Santé publique ha rilevato che a fine gennaio la prevalenza della variante B.1.1.7 era pari al 14 per cento a livello nazionale e saliva fino al 33 per cento in Bretagna. A inizio gennaio complessivamente la prevalenza era del 3,3 per cento.

In Italia, secondo i dati pubblicati dall’Iss il 12 febbraio, la variante B.1.1.7 è stata rilevata nel 17,8 per cento dei campioni analizzati dalle regioni e prelevati il 3-4 febbraio. Considerando il periodo di incubazione e i ritardi nel fare i tamponi, si tratta di contagi risalenti all’ultima settimana di gennaio. L’Iss ha però deciso di diffondere solo un comunicato stampa, senza particolari dettagli.

Non si sa quale sia la prevalenza regionale (solo 16 regioni hanno partecipato all’indagine) e neanche l’intervallo di confidenza della stima. Secondo fonti stampa, l’indagine sarà replicata nei prossimi giorni.

Secondo l’ultimo monitoraggio settimanale dell’Iss e del Ministero della Salute, l’indice Rt in Italia era pari a 0,84, ma visto che quasi un quinto dei casi è composto dalla variante B.1.1.7, è molto probabile che nelle prossime settimane questo indicatore a livello generale torni a superare la soglia di 1.

Una ricerca preliminare, pubblicata a inizio febbraio, ha inoltre mostrato come in assenza di nuove restrizioni la variante B.1.1.7 possa diventare quella dominante in diverse aree metropolitane, tra cui Milano e Roma, entro la fine di marzo.

Le misure restrittive funzionano

Nonostante la maggiore trasmissibilità e la probabile maggiore letalità, va tenuto conto che nei Paesi in cui si è diffusa la B.1.1.7 si è avuto un importante calo dei casi nel momento in cui sono state introdotte nuove restrizioni.

Nel Regno Unito il governo di Boris Johnson ha messo la maggior parte del Paese in lockdown nella seconda metà di dicembre e intorno metà gennaio si è raggiunto il picco dei casi. I casi sono al momento al livello di inizio dicembre.

In Danimarca le restrizioni sono state imposte il 25 dicembre per la prima volta e poi sono state prorogate fino a marzo. Una delle motivazioni di questa scelta è stata proprio la variante B.1.1.7, che è stata definita «preoccupante» dal ministro della Salute Magnus Heunicke nonostante all’epoca rappresentasse solo il 2-3 per cento dei contagi.

Anche in Israele, dove ormai la variante inglese è quella predominanteè stato imposto un terzo lockdown a fine dicembre, per limitare i contagi durante la campagna di vaccinazione. I primi casi di variante B.1.1.7 erano stati rilevati a fine dicembre.

I vaccini funzionano?

Capire se i vaccini funzionano contro la variante B.1.1.7 è a questo punto fondamentale. I primi risultati mostrano che i vaccini sviluppati da Pfizer-Biotech e Moderna – quelli fino ad oggi utilizzati in Italia – generano una forte risposta immunitaria contro questa nuova versione del Sars-CoV-2.

In Israele, dove la variante B.1.1.7 è ampiamente diffusa, i vaccini si stanno dimostrando efficaci. Il numero di casi, le persone che hanno sintomi severi e il numero di decessi tra gli over 60 – il gruppo demografico che ha ricevuto il maggior numero di vaccini – stanno mostrando un calo significativo.

In Germania, in una casa di riposo nella cittadina di Belm (Bassa Sassonia), 14 anziani sono stati contagiati dalla variante B.1.1.7, ma erano stati vaccinati con entrambe le dosi del vaccino di Pfizer e risultano essere asintomatici o con sintomi lievi.

Per quanto riguarda la cosiddetta “variante sudafricana” – un’altra variante che sta destando parecchia preoccupazione a livello internazionale – il quadro è invece più complicato. Il vaccino Moderna sembra funzionare, ma i livelli di protezione sono minori, motivo per il quale la società farmaceutica ha deciso di iniziare a lavorare su una versione leggermente modificata del vaccino.

A non funzionare contro la variante sudafricana potrebbe invece essere il vaccino sviluppato da AstraZeneca–Università di Oxford. Una ricerca preliminare ha mostrato infatti che questo vaccino non è efficace nel prevenire le malattie lievi e moderate. Va però osservato che i numeri dello studio sono molto piccoli, e quindi c’è ampia incertezza sui risultati, e che i ricercatori non sono riusciti a dimostrare se il vaccino sia efficace contro le forme più gravi di Covid-19. Questi dati hanno comunque spinto il governo del Sud Africa a sospendere l’utilizzo del vaccino AstraZeneca.

Anche Johnson and Johnson e Novavax, due vaccini in fase di sviluppo non ancora approvati nell’Unione europea, sembrano essere meno efficaci con la variante presente in Sud Africa, ma sembrano garantire comunque una protezione contro le forme più gravi della malattia.

Infine, una variante più trasmissibile fa sì che sia necessario raggiungere un livello più alto di immunità di gregge, cioè quella percentuale di persone vaccinate che consente di rallentare e poi bloccare la circolazione del virus. Con la variante standard, l’immunità di gregge si raggiungerebbe con un 60 per cento di popolazione vaccinata, mentre con la variante B.1.1.7 potrebbe essere necessario vaccinare fino al 75 per cento della popolazione.

In conclusione

La variante del Sars-Cov-2 B.1.1.7 si trasmette con una velocità maggiore rispetto a quella standard ed è probabilmente è anche più pericolosa, nonostante i risultati siano ancora preliminari.

La variante si è diffusa rapidamente fuori dal Regno Unito e nelle prossime settimane è probabile che diventerà la variante dominante in diversi Paesi, tra cui l’Italia. È dunque fondamentale intensificare gli sforzi per studiarne la diffusione per capirne l’evoluzione e introdurre misure in grado di fermarne la circolazione.

La maggior parte dei vaccini approvati finora si è dimostrata efficace su questa variante, mentre ci sono dubbi su altre varianti, come la cosiddetta “sudafricana”. Vedremo nelle prossime settimane come aumenterà la prevalenza della B.1.1.7 sui nuovi casi in Italia e se il sistema dei colori delle regioni sarà in grado di attutirne l’impatto.

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