Licia Ronzulli

I dati dicono davvero che l’app Immuni è «inutile»?

«[Immuni] non ha raggiunto il target e quindi risulta inutile. È stata scaricata da 4,4 milioni di persone; doveva raggiungere il 60 per cento, ma ha raggiunto soltanto il 12 per cento [...] Ha permesso di individuare, pensate bene, 46 cittadini e di avvertirne 23» (min. 2:00:09)

Pubblicato: 30 lug 2020
Data origine: 28 lug 2020
Macroarea questioni sociali

Il 28 luglio Licia Ronzulli (Forza Italia) ha criticato in Senato i risultati ottenuti fino a oggi da Immuni, l’app governativa per il tracciamento dei contatti di chi risulta positivo alla Covid-19.

Secondo Ronzulli, Immuni è stata scaricata (min. 2:00:09) da 4,4 milioni di persone e ha quindi raggiunto «solo il 12 per cento» del «target», mentre avrebbe dovuto raggiungerne il 60 per cento: per questo, l’app risulterebbe «inutile». Inoltre, Immuni ha individuato 46 cittadini positivi e ne ha allertati altri 23.

Abbiamo controllato e l’affermazione di Ronzulli contiene numeri veri ma ne fa discendere una conseguenza che invece non necessariamente lo è. Andiamo a vedere i dettagli.

Immuni: un ripasso

Come abbiamo già spiegato in passato, Immuni è l’unica applicazione ufficiale di contact tracing attualmente disponibile in Italia, sviluppata dal governo in collaborazione con le società pubbliche Sogei e PagoPa e la compagnia privata Bending Spoons.

L’app serve per identificare i contatti avuti dalle persone positive alla Covid-19, in modo da rendere più semplice la gestione dell’epidemia e riuscire a fermare i contagi.

Immuni è stata resa disponibile per il download il 1° giugno scorso. In quella data è partito un periodo di prova in otto regioni italiane, mentre per l’applicazione su tutto il territorio nazionale si è dovuto aspettare il 15 giugno.

Una volta scaricata e attivata, il sistema sfrutta la tecnologia Bluetooth – quindi non il Gps: l’app non conosce la posizione dell’utente – per riconoscere i dispositivi elettronici che si trovano nelle vicinanze e che hanno a loro volta installato Immuni, memorizzando un codice alfanumerico per ogni dispositivo con cui si trovi a meno di due metri di distanza per almeno 15 minuti. Nel momento in cui un cittadino risulta positivo al nuovo coronavirus, il suo codice, previa autorizzazione, viene segnalato al sistema centrale che provvede a inviare una notifica a tutti i dispositivi che hanno registrato un contatto con lui o lei.

L’app è stata al centro di una serie di polemiche e preoccupazioni per quanto riguarda il rispetto della privacy degli utenti. Come si legge anche sul sito ufficiale, però, Immuni non è in alcun modo in grado di tracciare gli spostamenti degli utenti, e i codici alfanumerici che vengono immagazzinati non permettono di risalire all’identità della persona a cui sono collegati.

Sono state contestate anche le modalità di gara e appalto che hanno portato allo sviluppo di Immuni. L’app infatti è stata progettata dalla già citata Bending Spoons, che ha offerto gratuitamente il codice al governo. Come abbiamo già spiegato, è vero che le procedure si sono svolte in modo molto rapido e senza un vero e proprio appalto pubblico, ma bisogna anche considerare l’urgenza e le condizioni straordinarie che hanno reso necessario lo sviluppo dell’applicazione.

Come sta andando Immuni

Vediamo dunque quanti utenti hanno scaricato Immuni, e quanti contagi sono stati tracciati fino ad ora.

I download

Secondo quanto affermato (min. 2:00:09) dalla senatrice Ronzulli, l’app Immuni «è stata scaricata da 4,4 milioni di persone; doveva raggiungere il 60 per cento, ma ha raggiunto soltanto il 12 per cento» del target, cioè il pubblico di riferimento. Questi dati sono corretti.

Durante un intervento in Senato del 23 luglio (quindi poco più di un mese dopo l’attivazione su scala nazionale), la ministra per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano (M5s) ha detto (min. 0:56) che «l’app è stata installata da oltre 4 milioni e 300 mila utenti» e ha poi aggiunto che il dato rappresenta «circa il 12 per cento della popolazione italiana tra i 14 e i 75 anni in possesso di smartphone».

Ronzulli ha quindi ragione riguardo al numero di download e alla percentuale di utenti in proporzione al «target», cioè i residenti dotati di smartphone tra i 14 e i 75 anni.

Ma dove arriva il «60 per cento» previsto? E davvero l’applicazione è stata inutile?

La soglia del 60 per cento

La quota riportata da Ronzulli è stata citata in passato anche da diversi esponenti del governo. Il 20 aprile scorso, ad esempio, fonti di stampa riportano che durante una conferenza con le Regioni la ministra Pisano e il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia (Pd) hanno chiesto ai vari governatori di impegnarsi per fare in modo che l’app venisse utilizzata almeno dal 60 per cento della popolazione. Il dato è stato indicato come soglia minima per garantire l’efficacia del tracciamento dei contatti anche da diversi giornali.

Nell’intervento in Senato del 23 luglio Pisano, dopo aver riportato i dati sopra visti, ha citato (min. 1:55) nuovamente la soglia del 60 per cento, attribuendola a uno studio della Oxford University. Ma, come vedremo meglio tra poco, Pisano ha sottolineato che secondo gli scienziati il raggiungimento di questa soglia o meno non determina il successo o il fallimento dell’applicazione. Andiamo con ordine.

Lo studio di Oxford esiste (si può scaricare dal sito dell’Università) ed è stato coordinato da un team di ricercatori di diverse università o aziende attive nel campo del digitale tra cui, oltre a Oxford, IBM, l’Alan Turing Institute di Londra e la compagnia faculty.ai.

I risultati sono stati riassunti in un blogpost pubblicato sul sito di Oxford il 16 aprile scorso dove Christophe Fraser – uno degli autori dello studio, membro del Big Data Institute del Nuffield Department of Medicine dell’università britannica – ha sostenuto che «è possibile fermare l’epidemia se all’incirca il 60 per cento della popolazione utilizza un’applicazione di contact tracing». In particolare, lo studio identifica (pag. 3) come soglia ideale di utilizzo l’80 per cento dei possessori di smartphone, che corrispondono al 56 per cento della popolazione totale: è da qui che arriva il dato approssimato del 60 per cento.

Come ha fatto notare (min. 2:05) anche Pisano il 23 luglio, però, Fraise ha precisato che «anche con un numero inferiore di utenti stimiamo comunque una riduzione nel numero di casi e decessi legati al coronavirus».

Insomma, la soglia del 60 per cento della popolazione è una sorta di scenario ideale, cioè indica il numero di download che permetterebbero all’app di funzionare al meglio delle sue potenzialità e fermare l’epidemia. Anche con un numero inferiore di utenti, però, è possibile ottenere risultati positivi.

La questione è stata approfondita anche dalla Massachussets Institute of Technology Review (la rivista del Mit, l’università con sede a Boston, negli Stati Uniti), che ha chiarito come le app di contact tracing funzionino anche con un numero di download inferiore al 60 per cento della popolazione.

L’articolo del Mit riporta un grafico sviluppato dall’Università di Oxford che mostra quanto i contagi potrebbero potrebbero ridursi durante un periodo di lockdown in base a diverse percentuali di utilizzo dell’app.

Figura 1: Livello di efficacia delle app di contact tracing, in base al numero di download – Fonte: MIT Technology Review

Secondo questa stima il numero di casi giornalieri diminuirebbe sensibilmente se almeno il 56 per cento della popolazione utilizzasse un’app di contact tracing durante la quarantena, ma ci sarebbero risultati positivi anche con una percentuale di utilizzo del 14 per cento.

Quindi è sbagliato dire, come fa Ronzulli, che Immuni sia «inutile» perché non ha raggiunto il 60 per cento del target: l’app è comunque utile e contribuisce a diminuire il numero di contagi e dei decessi, seppur in misura minore rispetto a quanto potrebbe fare con più utenti.

Le notifiche inviate

Secondo Ronzulli, infine, l’app Immuni avrebbe (min. 2:00:30) fino a ora permesso di individuare 46 cittadini positivi, e di avvertirne 23 riguardo al possibile rischio di contagio.

Ancora una volta i dati sono stati forniti da Pisano durante l’intervento in Senato del 23 luglio. La ministra ha detto (min. 1:18) che, secondo il Ministero della Salute, «i soggetti positivi in possesso dell’applicazione che hanno acconsentito all’avvio del messaggio di notifica sono 46», mentre dal 13 luglio al momento dell’audizione, quindi il 23 luglio, «i soggetti allertati dall’applicazione» sono stati 23.

Anche qui quindi Ronzulli non sbaglia, anche se il numero di notifiche inviate fa riferimento a un periodo di 10 giorni, non all’intero arco di vita dell’app.

Il verdetto

Il 28 luglio la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ha detto che l’app Immuni per il tracciamento dei contatti è stata scaricata da 4,4 milioni di cittadini, il 12 per cento del target contro l’obiettivo del 60 per cento: l’applicazione risulterebbe per questo motivo «inutile». La senatrice ha anche aggiunto che l’app ha fino ad ora individuato 46 positivi e ha inviato 23 notifiche di allerta.

Abbiamo controllato e l’affermazione di Ronzulli contiene numeri corretti ma ne fa discendere una conseguenza che invece non necessariamente lo è, ossia che Immuni sia «inutile».

Le cifre, infatti, ricalcano effettivamente quanto detto dalla ministra per Innovazione e digitalizzazione Paola Pisano durante un intervento in Senato del 23 luglio: Immuni è stata scaricata da 4,3 milioni di italiani, il 12 per cento dei possessori di smartphone tra i 14 e i 75 anni. Le persone positive che hanno acconsentito all’invio delle notifiche sono state 46, e le persone notificate – ma solo dal 13 al 23 luglio – sono state 23.

Non è però corretto dire che l’app è «inutile» perchè non ha raggiunto il 60 per cento del «target»: secondo uno studio dell’Università di Oxford il sistema di contact tracing funziona comunque ed è in grado di portare risultati positivi anche con percentuali di utilizzo inferiori alla soglia indicata dalla senatrice.

In conclusione, “Nì” per Ronzulli.

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