Pubblicato: mercoledì 17 marzo 2021
Photo: Ansa
Direttiva Bolkestein: perché se ne parla e perché è difficile cancellarla

Il 17 marzo Matteo Salvini ha scritto sui suoi profili social che la direttiva Bolkestein «va superata, archiviata, cancellata», in quanto «le spiagge, le piazze e i mercati italiani sono una ricchezza nazionale e non sono in svendita».

Vediamo allora di fare chiarezza su che cosa sia la direttiva Bolkestein, perché spesso se ne parli (e perché se ne stia parlando anche adesso) e perché cancellare questa norma è più facile a dirsi che a farsi.

Che cos’è la direttiva Bolkestein

Come abbiamo spiegato nel nostro progetto che teneva traccia delle promesse mantenute dal primo governo Conte (Traccia il contratto), la direttiva Bolkestein (direttiva dell’Unione europea 2006/123/CE) è una norma approvata nel 2006, quando la Commissione Europea era guidata da Romano Prodi. Ma non è entrata subito in vigore: gli Stati hanno avuto tempo fino al 28 dicembre 2009 per dare attuazione al suo contenuto. In Italia questo è avvenuto con il d. lgs 59/2010, adottato in base alla delega contenuta in una legge comunitaria dell’anno precedente.

La direttiva Bolkestein ha l’obiettivo di promuovere la parità di professionisti e imprese nell’accesso ai mercati dell’Unione europea. Prende il nome da Frederik Bolkestein, economista e politico olandese del partito liberale (Vvd) che era commissario europeo per il mercato interno nella Commissione Prodi. Secondo la direttiva, ad esempio, concessioni e servizi pubblici possono essere affidati a privati solo con gare pubbliche aperte a tutti gli operatori presenti in Europa.

Perché se ne parla

Di direttiva Bolkestein in Italia si parla quasi sempre – come testimonia anche la recente dichiarazione di Salvini – in relazione alle concessioni balneari e a quelle agli ambulanti.

Secondo la direttiva, gli spazi occupati da ambulanti e stabilimenti dovrebbero essere messi a gara, a livello europeo, al momento della scadenza della concessione. I titolari delle concessioni hanno quindi sempre fatto pressione perché questo non accadesse, per il timore di perdere gli spazi in questione, e spesso le loro ragioni sono state accolte dal legislatore. Facciamo un breve ripasso di quel che è successo negli ultimi anni.

Breve storia di come i governi italiani hanno disatteso la direttiva

Come abbiamo spiegato in una nostra analisi dedicata al tema delle concessioni balneari, fino al 2009 (quando è scaduto il termine per attuare i contenuti della direttiva Bolkestein) nel nostro Paese era previsto il “diritto di insistenza”, in base al quale al concessionario uscente veniva offerto un regime preferenziale nel rinnovo della concessione.

Come spiega un rapporto del Parlamento Ue dedicato al tema, a seguito dell’apertura di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Ue contro l’Italia, questo diritto era stato formalmente abrogato a fine 2009, per poi essere di fatto reinserito nelle vesti di un rinnovo automatico delle concessioni demaniali di sei anni in sei anni.

Ma anche questo nuovo regime non rispettava la normativa europea a favore della concorrenza. Dopo vari tentativi falliti di sanare la situazione per via legislativa, accompagnati da rinnovi delle concessioni balneari (nel 2012 furono rinnovate fino a fine 2020), si è arrivati a una sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue del 14 luglio 2016 che ha ribadito la necessità di dare corretta applicazione alla direttiva e censurato il comportamento dell’Italia.

Ma anche questo non è bastato. Il governo Lega-M5s, con la legge di Bilancio per il 2019 (art. 1, commi dal 682 al 686), da un lato ha allungato di 15 anni la durata di tutte le concessioni balneari – fino al 2033 – e dall’altro ha rimosso gli spazi destinati agli ambulanti dai settori a cui si applica la direttiva. Il governo Conte II ha poi sostanzialmente ribadito questa scelta nel decreto “Rilancio”, accogliendo gran parte di un emendamento presentato da Deborah Bergamini, di Forza Italia.

A dicembre 2020 la Commissione europea ha quindi aperto una nuova procedura di infrazione contro l’Italia per violazione della direttiva Bolkestein. Se la situazione non verrà sanata, il Paese rischia gravi sanzioni economiche.

Perché se ne è parlato di recente

Oltre alla recente apertura di una nuova procedura di infrazione a carico dell’Italia, ha riportato nel dibattito politico il tema della Bolkestein anche la recente decisione del sindaco di Roma, Virginia Raggi (M5s), di mettere a gara le concessioni degli ambulanti della capitale, contraddicendo la normativa nazionale che abbiamo appena ricordato.

Raggi aveva infatti interpellato l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) sul punto e le è stato risposto che sono illegittimi e vanno disapplicati tutti i provvedimenti legislativi nazionali e regionali in materia di rinnovi delle concessioni di posteggio per il commercio su area pubblica, oggi in vigore, in contrasto con la direttiva Bolkestein.

L’Agcm, ricordiamo, non è un organo giurisdizionale e dunque il suo parere non ha l’effetto di una sentenza. C’è dunque incertezza al momento su quali potranno essere gli sviluppi della vicenda, visto il probabile ricorso alla magistratura da parte degli ambulanti romani.

Come si può cancellare la Bolkestein

Vediamo ora perché cancellare la direttiva è più facile a dirsi che a farsi. La strada finora perseguita dall’Italia è stata quella di cercare di aggirare il contenuto della direttiva ma, come abbiamo visto, questo finora ha portato allo scontro con le istituzioni comunitarie, all’apertura di procedure di infrazione e al rischio di sanzioni economiche.

Ma cancellare una direttiva non è semplice. In primo luogo, non lo possono fare gli Stati nazionali. Le direttive sono infatti norme europee che vengono approvate dal legislatore europeo. A differenza dei regolamenti, che sono già immediatamente applicabili, le direttive impongono degli obblighi di risultati agli Stati, che hanno normalmente due anni per raggiungerli. Se non lo fanno, si aprono le procedure di infrazione.

Nessun Paese europeo può contraddire il contenuto di una direttiva, con le proprie norme nazionali, senza andare incontro alla procedura di infrazione e alle possibili sanzioni. Il diritto comunitario infatti prevale sui diritti nazionali.

Quindi, in parole povere, per cancellare una direttiva europea bisogna agire a livello europeo e non nazionale. Si dovrebbe quindi trovare una maggioranza di eurodeputati nel Parlamento europeo favorevole alla cancellazione della Boklestein e una maggioranza di Stati nel Consiglio dell’Ue dello stesso avviso. Uno scenario, questo, che al momento pare del tutto improbabile.

In conclusione

Matteo Salvini il 17 marzo è tornato a parlare della direttiva Bolkestein, chiedendo la sua cancellazione.

La direttiva impone una serie di norme a favore della concorrenza, ma in Italia se ne parla soprattutto per quanto riguarda le concessioni di balneari e ambulanti.

Finora l’Italia ha sempre provato ad aggirare i contenuti della direttiva, ma in maniera illegittima, come stabilito anche dalla Corte di Giustizia dell’Ue nel 2016. Proseguire sulla strada dei rinnovi delle concessioni e del mancato rispetto della direttiva, come fatto di recente anche nel 2018 e nel 2019, rischia quindi di portare il Paese a gravi sanzioni economiche da parte dell’Ue.

Anche cancellare la direttiva, come si è visto, non è semplice. Impossibile farlo a livello nazionale; sarebbe necessario intervenire a livello europeo, ma al momento non sembra che ci siano le condizioni politiche.

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