Pubblicato: venerdì 22 gennaio 2021
Photo: Ansa
​Numeri alla mano, il governo è nei guai nelle commissioni

Il governo non è ancora al sicuro. Dopo i voti di lunedì 18 gennaio alla Camera e martedì 19 al Senato, l’esecutivo di Giuseppe Conte ha la fiducia del Parlamento, sulla carta, ma con numeri troppo risicati per tirare davvero un sospiro di sollievo. Soprattutto al Senato, dove i sì a favore del governo si sono fermati a quota 156: sufficienti a ottenere la maggioranza relativa, ma poco rassicuranti per la gestione quotidiana dei lavori parlamentari.

Che cosa significa, in concreto? La maggioranza ha perso il controllo di molte commissioni fra Camera e Senato, alcune fondamentali.

Non è solo un aspetto tecnico, è sostanziale: nelle commissioni si concentra tutto il lavoro preparatorio sui disegni e le proposte di legge. I testi rischiano di essere bloccati prima ancora di arrivare in aula. E nell’agenda del Parlamento nei prossimi mesi ci sono documenti fondamentali, a partire dal Recovery Plan.

Sulla base dei voti di fiducia, abbiamo ricostruito gli schieramenti all’interno delle commissioni alla Camera e al Senato. Si tratta di una simulazione di quali sarebbero le situazioni più problematiche se i parlamentari continuassero a votare come hanno fatto per la fiducia.

Vediamo i dettagli, un passo per volta.

Che cosa fanno le commissioni

Le commissioni sono organi collegiali all’interno di Camera e Senato chiamati a svolgere gran parte del processo legislativo: l’esame dei provvedimenti, la scelta di un testo base e il lavoro di modifica tramite gli emendamenti. A stabilirlo è la Costituzione, all’articolo 72: «Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale». Le commissioni riproducono in piccolo la composizione politica dell’assemblea. Semplificando: se un partito ha il 20 per cento dei seggi, sarà rappresentato anche dal 20 per cento dei membri di una commissione.

Possono essere temporanee e speciali (ad esempio, quelle di inchiesta) o permanenti: qui ci concentreremo su queste ultime, proprio perché sono alla base dell’attività quotidiana del Parlamento. Le commissioni permanenti sono 14 in entrambe le camere e ognuna lavora su un tema specifico (la Commissione Giustizia, la Commissione Bilancio, ecc.).

Andiamo a guardare i numeri, alla luce del nuovo assetto (non tanto stabile) all’interno della maggioranza.

Gli equilibri alla Camera

Il 13 gennaio, il leader di Italia viva Matteo Renzi ha ritirato la delegazione del suo partito dal governo. Venendo a mancare l’appoggio di Iv, si è resa necessaria per il presidente del Consiglio una verifica dei numeri in Parlamento.

Lunedì 18 gennaio Conte ha ottenuto la fiducia alla Camera con 321 sì, 259 contrari e 27 astenuti, ovvero i deputati di Italia viva. Che cosa succederebbe proiettando questi voti all’interno delle commissioni?

Considerando i deputati in base al voto che hanno espresso in occasione della fiducia, abbiamo ricostruito gli equilibri attuali a Montecitorio (Tabella 1).

Tabella 1: Schieramenti all’interno delle commissioni alla Camera sulla base dei voti alla fiducia.

Alla Camera i partiti a sostegno del governo, senza Italia viva, non hanno la maggioranza in tre commissioni: Trasporti, Attività produttive e Difesa. Questo significa, per esempio, che se volessero far passare anche solo un emendamento non potrebbero farlo senza i sì delle opposizioni e del partito di Renzi.

In altre due commissioni, Affari costituzionali e Giustizia, la situazione sarebbe di parità, almeno sulla carta. E il pareggio fra voti favorevoli e contrari equivale a una bocciatura del testo al voto.

Si tratta in questo caso di due commissioni particolarmente importanti. Se il governo riuscisse a rimanere in piedi e a stilare un nuovo “patto di legislatura”, la Affari costituzionali sarebbe chiamata a mettere a punto la legge elettorale, che è fra i provvedimenti più spinosi. E la Giustizia, prima o poi, dovrebbe occuparsi di tutte le riforme in materia comprese anche nella programmazione del Recovery plan.

Il vero problema: il Senato

Ma il vero campo minato per il governo è al Senato. Come abbiamo visto, a Palazzo Madama Conte ha incassato una fiducia debole: 156 favorevoli, 140 contrari e 16 astenuti.

Anche in questo caso, abbiamo fotografato le divisioni all’interno delle commissioni in base al voto di fiducia (Tabella 2). Con una precisazione: nel calcolo totale dei membri delle commissioni abbiamo escluso i sei senatori a vita, compresi i tre che hanno votato a favore del governo (Elena Cattaneo, Liliana Segre e Mario Monti). Questo perché – seppure il loro appoggio abbia aiutato il governo nel voto per la fiducia – i senatori a vita generalmente non partecipano all’attività delle commissioni e non sarebbe realistico conteggiarli. Tre di loro, peraltro, erano assenti anche martedì 19, nonostante la giornata fosse decisiva (Carlo Rubbia, Renzo Piano e il presidente emerito Giorgio Napolitano).

Tabella 2: Schieramenti all’interno delle commissioni al Senato sulla base dei voti alla fiducia – N.B. Non sono stati calcolati i senatori a vita

La situazione della maggioranza a Palazzo Madama, nelle commissioni, è oggettivamente problematica. I partiti a favore del governo, senza Italia viva, controllano solo quattro commissioni sulle 14 totali: Finanze, Agricoltura, Lavoro e previdenza e Difesa. In quest’ultima, la maggioranza ha potenzialmente un solo voto in più, quello di Andrea Causin, uno dei due senatori di Forza Italia che ha votato a favore del governo (e per questo è stato espulso dal proprio partito).

Ai blocchi di partenza i numeri sarebbero di parità in altre cinque commissioni, e anche qui alcune delle più decisive: Affari costituzionali, Giustizia, Affari esteri, Bilancio e Politiche dell’Unione europea. Anche al Senato, quando i voti sono pari, il testo in esame viene respinto.

Infine, in cinque commissioni sulla carta la maggioranza sarebbe già “sotto”, insomma avrebbe meno voti di quelli di opposizioni e Italia viva sommati insieme: Istruzione, Lavori pubblici, Sanità e Ambiente.

Sottolineiamo un’ovvia cautela: la simulazione riproduce gli orientamenti espressi durante il voto di fiducia. Ma non è detto che deputati e senatori non decidano di appoggiare il governo su un provvedimento specifico o anche solo per l’approvazione di un emendamento. Ad esempio +Europa, il partito di Emma Bonino, non ha votato la fiducia al governo ma ha dato l’ok ad alcune leggi della maggioranza in passato, fra le ultime il decreto dedicato all’immigrazione.

In linea di massima, però, c’è un dato politico rilevante. Di volte in volta, in dieci commissioni su 14 al Senato, i voti decisivi potrebbero essere quelli di Italia viva.

Il quadro delineato è indubbiamente di instabilità. Anche nelle commissioni di cui la maggioranza ha ancora il controllo, lo scarto è minimo (spesso un solo voto) e basterebbero uno o due assenti per ridurre i partiti di governo in minoranza.

In conclusione

Ottenuta la fiducia delle camere, il governo si trova comunque a dover fare i conti con lavori parlamentari difficili da controllare a causa della situazione nelle commissioni. Senza Italia viva, la maggioranza ha perso tre commissioni alla Camera e si trova in parità in due delle più importanti, Affari costituzionali e Giustizia.

Il bilancio è ancora più preoccupante al Senato, dove i partiti a sostegno del governo hanno i voti solo in quattro delle 14 commissioni. In altre cinque sono già sulla carta in minoranza. E nelle rimanenti (tutte strategiche) appaiono in pareggio.

Non si tratta di un aspetto meramente tecnico. Non avere i voti all’interno delle commissioni significherebbe, se i numeri della maggioranza rimanessero questi, non riuscire a portare avanti la propria agenda legislativa. O almeno non senza convincere e ottenere voti aggiuntivi dalle opposizioni e dagli ex alleati di Italia viva.

Serena Riformato

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