Pubblicato: venerdì 6 novembre 2020
Diversi politici della Lega rilanciano le bufale pro-Trump anche in Italia

Dopo la conclusione del voto per le elezioni americane del 3 novembre 2020, Donald Trump ha deciso di proclamarsi vincitore quando lo spoglio dei voti era ancora in corso – lo è ancora: alle 9 del mattino italiane di oggi è dato favorito Joe Biden – e di denunciare senza alcuna prova presunti brogli elettorali.

Attualmente stanno circolando negli Stati Uniti e nel resto del mondo numerosi contenuti sui social network e non solo tesi a dimostrare l’esistenza di estesi brogli elettorali in molti stati americani coinvolti nel voto, che però sono privi di fondamento.

In Italia, come vedremo nel dettaglio tra poco, diversi esponenti della Lega hanno convintamente preso le parti dei sostenitori di Donald Trump e hanno rilanciato sui social questi contenuti falsi o fuorvianti a proposito dei brogli.

Lo status “bignami” della disinformazione di Guglielmo Picchi

Uno degli esempi più notevoli è lo status pubblicato su Facebook nella tarda serata del 4 novembre da Guglielmo Picchi, deputato della Lega al quarto mandato e già sottosegretario agli Affari esteri durante il primo governo Conte. Si intitola «Perché Donald Trump ha vinto. E come i democratici provano a rubare le elezioni».

Nella mattinata del 6 novembre, lo status ha ricevuto centinaia di commenti ed è stato condiviso oltre 2.200 volte. Il post di Picchi è una sorta di bignami di numerose false accuse di brogli promosse dai sostenitori di Donald Trump – riprese talvolta dal presidente stesso – all’indomani della chiusura delle urne. Ma analoghi contenuti di disinformazione sono stati pubblicati anche sui profili social di diversi altri esponenti leghisti, come ad esempio Silvano Pironi, Mara Bizzotto, Edoardo Ziello, Simone Pillon e Giovanni Barbagallo.

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Andiamo con ordine e verifichiamo le principali informazioni contenute nel post di Picchi, che in molti casi si sovrappongono a quelle pubblicate dai colleghi di partito citati.

Non ci sono irregolarità in Georgia e North Carolina

Picchi sostiene che Donald Trump abbia in realtà vinto alle urne, ma «i Democratici» starebbero mettendo in moto una serie di contromisure truffaldine per impedire che le operazioni di conteggio dei voti si svolgano regolarmente.

Scrive Picchi: «Georgia e North Carolina pur con considerevole vantaggio di Trump interrompono o rallentano il conteggio dei voti e addirittura si fermano e non vengono assegnate».

Georgia e North Carolina, con i loro 31 delegati complessivi, si sono rivelati due tra gli Stati in bilico nella corsa alla Casa Bianca 2020 e, alle 5 pomeridiane italiane del 5 novembre, non risultano ancora assegnati dai principali media americani.

Il rallentamento del conteggio nello stato della Georgia, a cui fa riferimento Picchi, è avvenuto davvero. Secondo i media statunitensi è stato però causato dall’esplosione di una tubatura alla State Farm Arena di Atlanta, dov’era in corso il conteggio dei voti inviati via posta in tutta la contea di Fulton. I responsabili del processo elettorale hanno assicurato che l’acqua non ha rovinato le schede contenenti i voti. Il ritardo stimato nel conteggio è stato di circa quattro ore.

Nella contea di Fulton, dove si trova la città di Atlanta, i Democratici sono molto forti e non è quindi una sorpresa che oltre il 70 per cento dei voti sia andato a Biden.

Per quanto riguarda la situazione in North Carolina, invece, il rallentamento è dovuto al numero record di voti espressi prima del 3 novembre nello Stato (4,5 milioni su un totale di 5,5 milioni), in parte dovuto all’estensione di nove giorni della scadenza per l’accettazione dei voti postali approvata dalla Corte Suprema. I voti espressi in precedenza (absentee ballots) possono avvenire in molti modi, tra cui la consegna in presenza prima del 3 novembre e il voto per posta. Anche in questo caso, dunque, non c’è motivo di ritenere – in assenza di prove concrete – che il rallentamento abbia qualcosa a che fare con brogli in corso.

La legittimità dei voti espressi in anticipo è comunque stata messa in discussione anche dall’eurodeputata leghista Mara Bizzotto che il 4 novembre, parafrasando uno slogan di Trump, ha scritto su Facebook: «Siamo ancora lì a giocarcela fino all’ultima scheda, e chissà quali magheggi hanno combinato i democratici di Biden nei voti per posta».

Quanto al presunto stop nel conteggio, la responsabile del comitato elettorale del North Carolina Karen Brinson Bell ha dichiarato: «Il North Carolina ha smesso di contare solo perché non c’erano più voti da contare». Come spiega il sito americano di fact-checking PolitiFact, lo Stato del North Carolina non è ancora stato assegnato perché i due candidati sono separati da uno scarto troppo ristretto e molti voti inviati via posta non sono ancora stati ricevuti (grazie all’estensione della scadenza a nove giorni, come abbiamo ricordato sopra).

Non si registrano notizie di conteggi bloccati in modo anomalo neanche in Georgia, nonostante Donald Trump ne avesse chiesto lo stop.

...e nemmeno in Pennsylvania, Wisconsin e Michigan

Prosegue Picchi: «Nella Rust Belt Trump dimostra di avere numeri buoni e di essere tonico. Netto vantaggio in Pennsylvania Wisconsin e Michigan aldilà di ogni sondaggio. Anche qui si decide di interrompere la conta».

Anche gli stati del Midwest – Pennsylvania, Wisconsin e Michigan – hanno sperimentato un ritardo nel conteggio dei voti e anche in questo caso gran parte delle difficoltà sono dovute all’alto numero di voti espressi in anticipo. Mentre nella maggior parte degli stati i voti via posta potevano essere scrutinati in anticipo, le leggi statali di Pennsylvania, Wisconsin e Michigan non ammettevano tale possibilità.

Ma nei tre Stati il conteggio dei voti non si è mai interrotto. Contrariamente alla teoria di Picchi che siano stati «i Democratici» a intervenire per fermare il conteggio – che, di nuovo, non è mai stato interrotto – è stata anzi proprio il comitato elettorale di Trump ad aver intrapreso azioni legali per fermare la conta in Michigan e Pennsylvania.

Secondo la commissione elettorale del Wisconsin, gli absentee ballots (cioè i voti anticipati, espressi via posta o anche di persona) giunti nei giorni precedenti l’apertura delle urne sono stati 1,9 milioni (più del doppio rispetto a quelli arrivati quattro anni prima e il 63% delle preferenze totali espresse nel 2016), 3,1 milioni quelli del Michigan.

Come ricordavamo poco fa, proprio in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin lo scrutinio dei voti espressi in anticipo non è potuto cominciare prima della chiusura delle urne il 3 novembre, dato che – scrive Cnn – i Repubblicani in quegli stati si sono opposti a una modifica delle regole che avrebbe permesso di cominciare i preparativi in precedenza. Modifiche che sono state permesse in altri stati e che hanno potuto sveltire le operazioni di spoglio elettorale.

La falsa notizia dello stop al conteggio dei voti nel Midwest è stata riportata anche da Silvano Pironi, membro del direttivo della Lega a Veroli (Frosinone). «Ecco cosa sta succedendo. Trump stava vincendo nettamente in Georgia, Carolina del Nord, Pennsylvania e Michigan. Con questi stati Trump raggiunge 280 voti elettorali e vince le elezioni» ha scritto Pironi il 4 novembre, «Appena il deep state ha visto questa situazione, hanno smesso di contare i voti. Il piano per rovesciare Trump è appena iniziato».

Una falsa notizia sullo spoglio in Michigan è stata inoltre diffusa da Simone Pillon, senatore della Lega eletto in Lombardia, che il 5 novembre ha scritto su Facebook «A Detroit hanno addirittura schermato le finestre degli uffici elettorali impedendo l'accesso agli osservatori».

Il riferimento è a quanto avvenuto al Tcf Center di Detroit, dove gli operatori del seggio hanno davvero ricoperto le finestre con alcuni cartoni della pizza, non per impedire «l’accesso agli osservatori» ma per ostruire la visuale a centinaia di sostenitori di Trump che si erano radunati all’esterno e cantavano diversi slogan, tra cui alcuni sull’interruzione del conteggio. In un’atmosfera molto tesa, i manifestanti hanno spinto porte e finestre, portando gli scrutatori ad agire.

No, l’Arizona non è stata assegnata prima che cominciasse lo scrutinio

«Senza troppi complimenti l'Arizona viene assegnata prima ancora di cominciare lo scrutinio a Biden anche se molti indicatori facevano presagire che Trump potesse essere competitivo».

Questa affermazione è del tutto falsa. Nonostante l’Arizona non scegliesse un candidato democratico dal 1996 (in quel caso era stato Bill Clinton), lo stato del Gran Canyon è stato assegnato da alcuni media americani poche ore dopo la chiusura delle urne: intorno alle 11 di sera a Washington, quando erano stati contati il 73 per cento dei voti circa. Non prima dell’inizio dello scrutinio, come scrive Picchi.

Uno dei primi network a tingere di blu – il colore dei Repubblicani – l’Arizona è stata l’emittente Fox News, non esattamente ostile al presidente in carica. Per questo motivo Fox News è stata al centro di pesanti critiche da parte di una parte dell’elettorato repubblicano.

In Michigan sono stati dati quasi 140 mila voti a Biden, ma per un errore

«In Michigan Biden riceve in un solo colpo un aggiornamento da 138.339 voti e Trump ZERO. Circostanza e numero troppo evidente per sfuggire all'attenzione dei commentatori compreso il sottoscritto».

Si tratta di una teoria nata su Twitter, quando l’influencer conservatore Matt Mackowiak ha pubblicato due screenshot che mostrerebbero come, tra un aggiornamento e l’altro, Biden avrebbe guadagnato oltre 138mila voti e Trump neanche uno.

Come spiegato dai colleghi di Facta, il mistero è stato tuttavia risolto sempre su Twitter, quando il consulente politico Arieh Kovler, contattando la società di statistica autrice del grafico, ha scoperto che gli screenshot erano stati pubblicati al contrario.

I 138mila voti di differenza sono stati infatti tolti a Biden, dopo che in un primo momento gli erano stati attribuiti a causa di un errore di battitura da parte di un’impiegata della contea. Matt Mackowiak ha infine cancellato il tweet originale, ma la bufala ha continuato a circolare (persino in Italia). Lo stesso Picchi ha poi riportato la versione dell’errore di battitura, ma suggerendo – senza alcuna prova – che si sia trattato di «un maldestro tentativo di favorire Biden».

Niente di strano nel “balzo” di Biden in Wisconsin

Il quarto evento sospetto elencato da Picchi riguarda di nuovo il Wisconsin:

«In Wisconsin all'improvviso un aggiornamento di dati mostra Biden recuperare e chiudere un gap di 4,1% nei confronti di Trump con il solito metodo del 100% voti Biden e ZERO Trump»

Nella notte elettorale, alcuni supporter di Donald Trump hanno denunciato un recupero troppo rapido di Biden nei confronti di Trump, in Wisconsin. Come spiega un articolo di fact-checking di Usa Today, la rimonta è dovuta ai quasi 170 mila voti espressi in anticipo nella città di Milwaukee – il centro urbano più popoloso dello Stato – che erano stati contati ma non ancora registrati dal sistema. I risultati sono arrivati tutti insieme e, trattandosi di un centro urbano in cui i democratici sono particolarmente forti (ma soprattutto di un’alta percentuale di voti arrivati via posta, modalità che in questa elezione è stata preferita dai Democratici), hanno causato un aumento dei voti che ha favorito soprattutto Biden. Sul tema è intervenuto anche l’ufficio elettorale del Wisconsin, che ha rimarcato la regolarità delle operazioni.

Accuse di voti «magicamente spariti» sono state rivolte sui social anche da Giovanni Barbagallo ed Edoardo Ziello, rispettivamente esponente leghista di Giarre (Catania) e deputato eletto in Toscana con il partito di Salvini. Come avevamo spiegato in questo articolo, non esiste alcuna prova che dia credito all’ipotesi di voti spariti o non contati.

La bufala dei “pennarelli appuntiti” dell’Arizona

Una delle ultime “prove” di presunti brogli riportata da Picchi è la seguente:

«In Arizona qualcuno ha manomesso le schede elettorali tramite oggetti appuntiti che rendono difficile la lettura delle scheda parte delle macchine per la conta. Naturalmente è avvenuta in sezioni elettorali molto favorevoli al GOP e che ha prodotto l’invalidazione di molte centinaia se non migliaia di schede».

In questo caso la falsa dichiarazione potrebbe essere dovuta a un banale errore di traduzione. Nel corso della notte elettorale americana, su Twitter è entrato in tendenza il termine “Sharpie”, ovvero “pennarello”. Si tratta, in sintesi, di un’accusa mossa da alcuni supporter conservatori che, in seguito a un video diventato virale in cui veniva denunciato l’uso del pennarello come irregolare, hanno sostenuto che molti voti potessero essere invalidati proprio a causa dell’uso del pennarello usato per votare in alcuni seggi dell’Arizona.

A placare gli animi è immediatamente intervenuta la Segretaria di Stato dell’Arizona Katie Hobbes, con un tweet in cui spiegava che i voti espressi con il pennarello sarebbero stati comunque ritenuti validi (come da indicazioni già emanate dallo Stato). Qual è allora il problema? Guglielmo Picchi potrebbe aver confuso il termine “sharpie” (“pennarello”) con “sharp” (“appuntito”).

In conclusione

Trump e i suoi sostenitori stanno facendo circolare numerose informazioni false, illazioni e accuse non dimostrate per quanto riguarda brogli nel conteggio dei voti alle elezioni del 3 novembre.

In Italia il leghista Guglielmo Picchi, insieme a diversi altri membri del suo stesso partito, ha diffuso un vasto campionario di queste falsità e illazioni. Abbiamo verificato diverse di quelle accuse e possiamo confermare che si tratta di disinformazione.

Non c’è niente al momento che autorizzi sospetti di brogli nelle dinamiche dello spoglio di North Carolina, Georgia, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Non è vero che l’Arizona sia stata assegnata prima ancora che cominciasse lo scrutinio, non è vero che in Michigan a Biden siano stati dati quasi 140 mila voti in un colpo solo mentre a Trump zero, e infine non è vero che le schede sono state manomesse in Arizona con “oggetti appuntiti” (un probabile errore di traduzione).

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