Pubblicato: lunedì 2 novembre 2020
Photo: Ansa
Perché anche un nuovo lockdown avrebbe effetto dopo molti giorni

Con il continuo aumento dei contagi da nuovo coronavirus, in Europa è tornata di moda la parola lockdown. Negli ultimi giorni gli altri grandi Paesi europei, ossia Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, hanno infatti introdotto – chi più e chi meno – forti limitazioni agli spostamenti delle persone e all’apertura delle attività economiche, non ancora però paragonabili con le restrizioni della prima ondata. Per esempio, questa volta si è per lo più optato per lasciare aperte le scuole, che erano state tra le prima a essere chiuse con l’arrivo della pandemia.

Al momento è ancora presto per individuare degli effetti di queste nuove decisioni. Ma che cosa succederebbe invece se nel nostro Paese, sulla base dei numeri attuali, si decidesse di introdurre un lockdown simile a quello della scorsa primavera?

Abbiamo fatto un po’ di calcoli e un eventuale lockdown, seppure nella sua forma più stretta, non avrebbe per nulla un effetto immediato. Richiederebbe infatti del tempo – anche più di dieci giorni – affinché porti dei miglioramenti sia sulla curva epidemica sia su quella ospedaliera e dei decessi.

Vediamo nel dettaglio i numeri, partendo dai dati sui nuovi contagi.

Periodo di incubazione e ritardi dei dati

Una persona infettata dal nuovo coronavirus non mostra i sintomi da subito, ma dopo alcuni giorni (è il cosiddetto “periodo di incubazione”). Secondo gli studi più autorevoli sul tema (per esempio, si veda qui e qui), tra il contagio e la comparsa dei sintomi passano circa cinque giorni.

Come abbiamo già spiegato in passato, i dati che ogni giorno le regioni comunicano al Ministero della Salute soffrono però di diversi ritardi. In particolare, per quanto riguarda il periodo di incubazione, i dati che ci interessano di più sono due: il tempo che passa tra quando si sviluppano i sintomi e quando si viene sottoposti a test; e il tempo che passa tra l’analisi del tampone e la notifica al sistema di raccolta dati. Si tratta in entrambi i casi di due ritardi che variano nel tempo e da regione a regione.

Secondo i dati aggiornati al 27 ottobre dell’Istituto superiore di sanità (Iss), metà dei tamponi viene fatta entro tre giorni dalla comparsa dei sintomi, e l’altra metà dopo. A marzo, quando furono prese le prime misure, il tempo prima di essere sottoposti a tampone era addirittura di circa cinque giorni (Grafico 1).

Il ritardo nella notifica, invece, è più complesso da stimare, non essendoci dati ufficiali, ma è stimabile all’incirca nell’ordine dei tre giorni (a marzo era probabilmente maggiore).

Grafico 1. Tempo che intercorre tra la data di inizio dei sintomi e l’esecuzione del tampone – Fonte: Iss

Dunque, i numeri che si vedono “oggi” sui nuovi casi sono una fotografia di quanto avvenuto giorni fa – sia per il periodo di incubazione che per i ritardi nella comunicazione dei dati – e di conseguenza la decisione di introdurre un lockdown vedrebbe i primi effetti dopo un certo periodo di tempo. Ma quanto lungo? Possiamo fare delle stime.

L’effetto sulla curva dei contagi

Per evitare i problemi dei ritardi che c’erano a marzo, abbiamo utilizzato i dati che ogni giorno l’Iss pubblica sulla sua dashboard per quanto riguarda i casi da Covid-19, divisi per data di inizio dei sintomi e per data di esecuzione del tampone.

A marzo il governo prese prima alcuni provvedimenti locali e poi due misure importanti a livello nazionale. L’11 marzo, con il decreto “#IoRestoaCasa” venne ordinata la sospensione delle attività commerciali al dettaglio, delle attività didattiche, dei servizi di ristorazione e il divieto di assembramenti in pubblico. Il 21 marzo fu invece vietato il trasferimento al di fuori del proprio comune e si decise di chiudere tutte le attività, anche produttive, ritenute non necessarie.

Considerando un periodo di incubazione del virus di circa cinque giorni, i primi effetti sulla curva della comparsa dei sintomi si sarebbero dovuti vedere intorno al 16 marzo, mentre per la data di esecuzione del tampone intorno al 21 marzo.

Nel Grafico 2 si possono vedere le curve relative all’inizio dei sintomi, per data di prelievo o diagnosi e per notifica, e le linee che indicano quando sono stati presi i provvedimenti.

Il picco dei casi per data di sintomi è arrivato il 16 marzo con 5.175 casi, mentre quello per data di prelievo il 25 marzo, con 5.505 casi. La prima curva ha rispettato esattamente quando previsto, mentre la seconda ha superato il picco nei giorni successivi: questo è spiegato molto probabilmente dal fatto che il ritardo tra l’avvenuto contagio e l’esecuzione del tampone sia stato maggiore di quanto stimabile dai dati dell’Iss.

Infine, se si guarda alla curva per data di notifica, si vede che il picco è stato raggiunto il 26 marzo, con 5.643 casi. Questo livello è stato quindi raggiunto dopo la sospensione delle attività produttive, ma probabilmente questo provvedimento non ha influenzato particolarmente il raggiungimento del picco. Quest’ultimo è arrivato dopo rispetto a quanto previsto a causa soprattutto degli elevati ritardi nel prelievo e nella comunicazione dei dati (Grafico 2).

Dunque, con un nuovo lockdown nazionale possiamo stimare che sarebbero necessarie almeno due settimane prima di vedere scendere la curva dei nuovi casi giornalieri.

L’effetto sugli ospedali

Vediamo adesso che effetti ci sarebbero sui ricoverati in ospedale.

Secondo l’Iss, tra quando una persona sviluppa i sintomi e quando viene ricoverata in ospedale – nel caso il decorso della malattia lo richieda – passano circa cinque giorni. Di conseguenza, si sarebbe tentati di dire che gli effetti di un nuovo lockdown sulle terapie intensive e su gli altri posti letto arriverebbero dopo dieci giorni dall’introduzione delle misure restrittive. In realtà non è così.

Durante la prima ondata, il picco delle terapie intensive è stato raggiunto solo il 3 aprile, con 4.068 persone, mentre quello dei ricoverati è arrivato il 4 aprile, con 29.010 pazienti. In questo caso i due picchi sono stati raggiunti quasi due settimane dopo i dieci giorni ipotizzati in precedenza (Grafico 3).

Questa discordanza è probabilmente dovuta alla variabilità dei tempi di permanenza negli ospedali. Non esistono dati pubblici precisi al riguardo, ma uno studio sulla prima ondata in Lombardia – pubblicato a luglio scorso – stimava in 12 giorni il tempo mediano di permanenza in terapia intensiva. Quindi, il momento con il massimo numero di ricoveri contemporanei avviene parecchi giorni dopo il numero massimo di nuovi ingressi giornalieri.

Va comunque considerato che a differenza di oggi, a marzo e aprile la Protezione Civile comunicava giornalmente non solo i dati dei pazienti positivi al virus ricoverati, ma anche quelli dei negativizzati ancora in cura a causa della Covid-19. Nei primi giorni di maggio si è poi deciso di togliere i negativizzati dal computo degli ospedalizzati.

Questo diverso metodo di conteggio non ha effetti trascurabili sull’andamento della curva, come dimostra l’esempio del Veneto, l’unica regione che comunica i dati dei ricoverati negativizzatisi dal virus. All’1 novembre, per esempio, negli ospedali veneti c’erano infatti 858 pazienti positivi al coronavirus e in più anche 104 pazienti che si erano negativizzati.

Dunque, per quanto riguarda le curve dei posti letto negli ospedali e nelle terapie intensive, possiamo stimare che con un nuovo lockdown un calo degli andamenti molto probabilmente non arriverebbe prima di 20 giorni.

L’effetto sui decessi

Vediamo poi che cosa potrebbe succedere con i numeri sui morti da Covid-19. Qui i ritardi di comunicazione sono i più elevati di tutti: a riguardo non esiste un dato depurato dalle incongruenze e liberamente accessibile.

Durante la prima ondata, il picco è stato raggiunto il 2 aprile con 821 decessi notificati in un singolo giorno, secondo le statistiche diffuse dalla Protezione Civile. Qui stiamo parlando di un dato espresso in media mobile, un particolare tipo di media che permette di limare la variabilità dei singoli dati giornalieri. Se si guarda ai dati grezzi, si vede che durante la prima ondata il picco dei morti è stato raggiunto il 27 marzo, con 969 decessi.

Il maggior numero dei morti è quindi arrivato pressoché in contemporanea con quello degli ospedalizzati. Questa correlazione può essere spiegata, in parte, dall’enorme pressione a cui fu sottoposto il sistema sanitario italiano durante il primo lockdown, in particolare in regioni come la Lombardia.

Possiamo inoltre guardare ai dati più recenti sull’eccesso di mortalità in tutti i comuni italiani, rispetto alla media registrata tra il 2015 e il 2019. Qui si vede che il picco dei decessi è stato raggiunto il 28 marzo, circa 17 giorni dall’introduzione del lockdown.

Il 28 marzo è anche la data del picco dei decessi ufficiali che si ottiene guardando al grafico dell’Iss per data di registrazione del decesso, ossia quando è realmente avvenuto e non solo notificato. Secondo l’Iss a marzo tra lo sviluppo dei sintomi e il decesso, passavano in media 12 giorni (di cui 7 passati in media in ospedale). Contando i circa cinque giorni di periodo di incubazione, otteniamo così una corrispondenza con i 17 giorni visti prima (Grafico 4).

Per quanto riguarda le morti, un nuovo lockdown avrebbe molto probabilmente un effetto sul calo della curva dopo una ventina di giorni scarsi.

L’esempio di Israele

Infine, possiamo vedere che cosa è successo nel resto del mondo negli ultimi mesi per trovare una pietra di paragone. In realtà, ad oggi, non ci sono ancora molti esempi di Stati entrati in un secondo lockdown a causa del dilagare dell’epidemia e per i quali sia passato abbastanza tempo da valutare gli effetti dati alla mano. Abbiamo a disposizione però l’esempio di Israele.

Dal 18 settembre il governo del primo ministro conservatore Benjamin Netanyahu ha infatti imposto una serie di nuove forti restrizioni; quel giorno Israele stava registrando in media mobile circa 4.400 casi al giorno.

Il picco dei nuovi casi giornalieri è arrivato il 29 settembre – 11 giorni dopo l’introduzione del nuovo lockdown – con 6.222 casi. Da allora la curva è iniziata a scendere e ad oggi siamo intorno ai 700 nuovi casi giornalieri. Il numero dei decessi è rimasto ancora relativamente elevato, ma il picco è stato raggiunto il 14 ottobre, addirittura quasi un mese dopo l’arrivo delle nuove misure.

Grazie al miglioramento della situazione, intorno al 16 ottobre Israele ha iniziato ad allentare le restrizioni. Complessivamente, in Israele l’effetto del nuovo lockdown si è visto circa 11 giorni dopo la sua introduzione e in un mese ha permesso di ridurre di molto le nuove diagnosi.

In conclusione

L’effetto di un nuovo lockdown in Italia – severo come quello introdotto nella prima ondata – non sarebbe immediato. Si vedrebbe dopo pochi giorni sulla curva dei nuovi contagi per data di comparsa dei sintomi, dopo circa due settimane su quella del bollettino della Protezione Civile e dopo quasi tre settimane su quella degli ospedalizzati.

In generale, al di là del discorso su un secondo lockdown, quando si adottano nuove restrizioni – come quelle approvate negli ultimi Dpcm – bisogna aspettare circa 14 giorni prima di vedere un loro possibile effetto.

Ad oggi, sembra comunque improbabile che il governo opti per misure simili a quelle di marzo, per adottare invece delle restrizioni più leggere. Una decisione di questo tipo – un nuovo lockdown “soft”, per così dire – ritarderebbe giocoforza le tempistiche viste in precedenza sul calo delle curve dell’epidemia.

di Lorenzo Ruffino

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