Pubblicato: lunedì 12 ottobre 2020
Photo: Ansa
Seconda ondata: quali sono le regioni e le province che preoccupano di più

Dai primi giorni di ottobre in Italia si è assistito a una rapida crescita dei casi di contagio da nuovo coronavirus, che nell’ultima settimana ha portato ad avere circa il doppio dei nuovi contagi rispetto alla precedente (e il triplo di due settimane fa).

Andiamo a vedere, numeri alla mano, quali sono le aree del Paese che destano maggiore preoccupazione.

Quanto stanno crescendo i casi e i decessi

La crescita dei nuovi contagi sta riguardando tutta l’Italia: negli ultimi giorni di settembre la media era di circa 1.600-1.700 nuovi casi al giorno, mentre tra il 9 e l’11 di ottobre si sono superati i 5.000, avvicinandosi anche ai 6.000.

La crescita è stata particolarmente pronunciata nell’ultima settimana, passando da un andamento semi-lineare a uno esponenziale, come già accaduto ad altri Paesi europei negli ultimi mesi (Grafico 1).

La crescita sta coinvolgendo tutte le regioni, ma con intensità e tempistiche diverse. Nel Sud Italia i casi hanno iniziato a crescere già negli ultimi dieci giorni di settembre, mentre nel Nordovest l’esplosione è tutta concentrata negli ultimi giorni. Anche le regioni del Centro e del Nordest hanno avuto una crescita negli ultimi giorni, ma a differenza delle regioni occidentali l’incremento è stato più limitato.

Se si guardano poi i dati sull’incidenza dei nuovi contagi – ossia i nuovi casi giornalieri rapportati alla popolazione regionale – si osserva che al momento le regioni con i numeri più preoccupanti sono Valle d’Aosta e Liguria (dove peggiora Genova, dopo il preoccupante periodo vissuto da La Spezia), insieme con la Provincia autonoma di Bolzano. Le regioni con la minore incidenza per milione di abitanti sono invece concentrate nel Sud Italia: si tratta di Calabria, Molise e Basilicata (Grafico 2).

Inoltre, come scrivevamo di recente, i dati sui casi che si stanno registrando “oggi” sono il risultato di comportamenti attuati circa una decina di giorni fa. Tra il contagio e i sintomi infatti passano in media cinque giorni e tra i sintomi e il tampone due; vanno poi tenuti in considerazione i ritardi di notifica delle regioni, che si possono aggirare anche oltre i tre giorni.

Nonostante le numerose teorie estive sul presunto indebolimento del virus – prive di fondamento scientifico – in Italia anche i decessi sono ripresi a salire. A fine agosto i decessi giornalieri erano tra i cinque e i sette, mentre negli ultimi giorni sono in media tra i 20 e i 25.

Questa crescita dei decessi a causa della Covid-19, legata all’aumento dei nuovi contagi, è stata registrata anche in altri Paesi, in particolar modo in Spagna e Francia, dove la “seconda ondata” è arriva prima rispetto a noi.

Quali sono le province più preoccupanti

Oltre alla differenze regionali, ci sono poi considerevoli differenze da provincia a provincia.

In Veneto, per esempio, all’11 ottobre la provincia di Belluno aveva un’incidenza di 209 nuovi casi per milione di abitanti: la peggiore in Italia. Ad avere un’incidenza di più di 100 casi per milione di abitanti sono diverse province, tra cui Pisa, Genova, Napoli, Prato, Arezzo e Cuneo.

Le province dove la situazione è migliore si trovano ancora una volta in Calabria, la regione meno colpita dall’aumento dei casi: Cosenza, Crotone e Vibo Valentia. La regione mediana, ossia quella che si trova esattamente a metà come numeri, è quella di Fermo, nelle Marche.

In generale, anche all’interno della stessa regione, si possono registrare andamenti diversi. Per esempio, in Lombardia – la regione protagonista della prima ondata e dove negli ultimi giorni c’è stato un forte aumento dei casi – a Bergamo l’incidenza è di 28 casi per milione di abitanti, mentre a Milano e a Monza è quasi a 100.

Più tamponi, più casi?

Come abbiamo già spiegato a fine agosto, è scorretto dire che l’aumento dei nuovi contagi è dovuto al fatto che si fanno semplicemente più test rispetto a prima.

Per capirlo bisogna guardare al tasso di positività, ossia al numero di casi rapportato al numero di tamponi. Se il tasso di positività sale con il tempo, significa che a parità di tamponi cresce il numero di casi trovati: sintomo che il virus sta circolando di più nel Paese.

In Italia il tasso di positività dei tamponi è in crescita costante dai primi giorni di agosto. A settembre è stato tra l’1 per cento e il 2 per cento, mentre negli ultimi giorni si è attestato tra il 3 e il 4 per cento.

Questo significa che il sistema di testing non riesce a reggere al meglio l’impatto dell’aumento dei contagi. La capacità regionale di fare tamponi è infatti stata incrementata nell’ultimo mese, passando da 50 mila tamponi in media ad agosto agli oltre 100 mila di adesso, ma non in modo sufficiente. Il problema è che un sistema di testing necessita di macchinari, reagenti e personale, cose che non possono essere triplicate o più in pochi giorni.

Quanto è preoccupante un tasso di positività nazionale del 4 per cento circa? La soglia di allarme per considerare un’epidemia sotto controllo è pari al 5 per cento. In un documento pubblicato a maggio 2020, tra i criteri epidemiologici l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha inserito la necessità di stare sotto il 5 per cento di test positivi per almeno due settimane, assumendo che la sorveglianza dei casi sospetti sia completa, ossia che siano effettivamente testati tutti i sospetti positivi (Grafico 3).

L’aumento del numero di casi a parità di tamponi rischia anche di mettere sotto pressione il sistema di tracciamento dei contatti, che già prima del peggioramento della situazione aveva mostrato di avere grossi problemi e ampie differenze regionali.

La pressione sugli ospedali

L’aumento dei contagi sta iniziando ad avere effetti anche sul numero di persone ricoverate e in terapia intensiva. A livello nazionale, l’11 agosto c’erano 850 persone ospedalizzate, l’11 settembre erano 2.024 e l’11 ottobre sono arrivate a essere 4.939.

Anche in questo caso la forte crescita è guidata dalle regioni meridionali e centrali, in particolar modo dalla Campania e dal Lazio. Nelle regioni settentrionali si sta vedendo un aumento, ma più contenuto, in particolar modo nell’area del Nord-Est.

Come abbiamo spiegato in passato, nelle sue analisi sul rischio il Ministero della Salute considera tra i vari indicatori per identificare una situazione “problematica” anche i tassi di occupazione degli ospedali, concentrandosi in particolar modo sui posti ordinari di terapia intensiva e delle aree mediche rilevanti per la Covid-19, cioè quelli delle malattie infettive e tropicali, di medicina generale e di pneumologia.

All’11 ottobre, era occupato il 25 per cento dei posti ordinari di terapia intensiva in Valle d’Aosta, il 18 per cento in Sardegna e tra il 12 e il 13 per cento in Campania, Lazio, Liguria e Umbria. Per quanto riguarda le aree mediche rilevanti sopra menzionate sono tra il 20 e il 25 per cento di occupazione il Lazio e la Campania, tra il 15 e il 20 per cento la Sicilia, la Puglia e l’Abruzzo.

L’allarme scatta quando le terapie intensive occupate da pazienti Covid-19 superano il 30 per cento e i posti letto delle tre aree il 40 per cento. Va comunque considerato che tendenzialmente gli ospedali non hanno posti letto costantemente liberi e che dedicarne una parte considerevole ai pazienti affetti da nuovo coronavirus può essere problematico.

Ne è un esempio la Regione Campania, che comunica giornalmente i tassi di occupazione sul numero di posti letto dedicati esclusivamente ai pazienti Covid. L’11 ottobre, la Campania aveva 61 posti occupati su 110 in terapia intensiva e 664 su 820 occupati nelle aree mediche rilevanti (malattie infettive e tropicali, medicina generale e pneumologia).

Questo comporta che con l’attuale trend nei prossimi giorni la Campania dovrà convertire altri reparti ospedalieri per ospitare nuovi pazienti affetti da Covid-19.

In conclusione

Negli ultimi giorni in Italia si sta verificando un rapido peggioramento dell’epidemia da nuovo coronavirus, con un andamento dei casi di tipo esponenziale e un breve tempo di raddoppio. L’aumento dei casi non è dovuto ai tamponi, che anzi non sembrano essere sufficienti, ma a una maggiore diffusione del virus.

La crescita dei casi si è già riflessa in un aumento dei decessi e sta iniziando a mettere sotto pressione gli ospedali e le terapie intensive. Nel complesso, però, la situazione appare tendenzialmente ancora sotto controllo.

A meno dell’introduzione di nuove misure restrittive, appare però difficile che si verifichi uno spontaneo calo dei casi. Bisogna infine ricordare che il virus ha sempre un “vantaggio” di almeno una decina di giorni, rispetto ai numeri comunicati ogni giorno.

di Lorenzo Ruffino

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