Pubblicato: mercoledì 28 agosto 2019
Photo: Ansa
Cambiare tutto, per non cambiare Conte

La crisi del governo M5s-Lega sembra destinata a un cambiamento di maggioranza, ma non di presidente del Consiglio. Al 27 agosto 2019, in base alle indiscrezioni che trapelano dalla trattativa tra Partito democratico e Movimento 5 stelle, sembra che si vada verso un nuovo governo presieduto però dallo stesso Giuseppe Conte.

La maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenere il “nuovo vecchio” presidente del Consiglio non sarà però più la stessa. Sostituiranno la Lega – dopo il fallito tentativo di Matteo Salvini di portare il Paese rapidamente alle urne – il Pd e, probabilmente, altre forze minori della sinistra ed esponenti del gruppo misto.

Negli ultimi giorni, sta inoltre circolando molto un tweet di Conte del 25 luglio scorso, in cui il presidente del Consiglio scriveva: «Che io possa andare in Parlamento a cercare maggioranze alternative o che io voglia addirittura dare vita a un mio partito è pura fantasia. Non facciamo i peggiori ragionamenti da Prima Repubblica».

Ma è mai successo nella storia repubblicana italiana che, nonostante il cambio della maggioranza parlamentare, il presidente del Consiglio sia rimasto lo stesso?

La risposta è sì: esistono numerosi precedenti, tutti tranne uno però risalenti alla cosiddetta Prima Repubblica (dal 1948 al 1994). Ma il caso di un eventuale Conte-bis sostenuto dal Pd e dal M5s sarebbe ugualmente eccezionale.

Vediamo perché.

La Prima Repubblica

Fin da subito, la Prima Repubblica è stata caratterizzata dalla permanenza al governo della Democrazia Cristiana (Dc), in alleanza – variabile – con altri partiti più piccoli. E fin dall’inizio dei governi repubblicani si è verificata l’eventualità che l’uscita dalla maggioranza di uno o più partiti non comportasse necessariamente il cambio del presidente del Consiglio.

Su 47 governi in totale che si sono avvicendati nella Prima Repubblica, questo è successo undici volte. Sono stati protagonisti di questi cambi di maggioranza sei presidenti del Consiglio su venti totali. Vediamo i dettagli.

Alcide De Gasperi, durante il suo quarto e quinto governo (il primo successivo allo scioglimento del Comitato di Liberazione Nazionale, di cui faceva parte anche il Partito comunista italiano) era sostenuto dalla Dc, dal Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli) – poi divenuto Partito socialista democratico italiano (Psdi) – dal Partito liberale italiano (Pli) e dal Partito repubblicano italiano (Pri).

Nel 1950, dopo l’uscita del Pli dalla coalizione di governo, De Gasperi rimase in carica per il suo sesto esecutivo. Nel 1951 uscì anche il Psli, ma De Gasperi guidò comunque il suo settimo governo. Il suo ottavo governo nel 1953 era sostenuto dalla sola Dc e non ottenne la fiducia del Parlamento.

Mariano Rumor (Dc) ebbe esperienze analoghe. Il suo primo governo, nel 1968, era sostenuto dalla Dc, dal Partito socialista unitario (Psu) – nato dalla fusione dello Psi (Partito socialista italiano) e dello Psdi – e dal Pri. Il suo secondo esecutivo, nato subito dopo la caduta del primo e durato dal 1969 al 1970, fu invece un monocolore della Dc. Il terzo esecutivo, sempre in continuità coi precedenti, vide invece il ritorno al fianco della Dc del Pri e dei due partiti socialisti Psi e Psdi (che si erano divisi nel frattempo).

Qualche anno dopo, nel 1974, ancora Rumor rimase in carica nonostante l’uscita dalla maggioranza che lo sosteneva – e la conseguente caduta del suo quarto governo – del Pri.

Nel frattempo, tra il 1972 e il 1973, anche Giulio Andreotti (Dc) aveva mantenuto la carica di presidente del Consiglio nonostante la maggioranza e il governo fossero cambiati. Nel 1972 il primo governo Andreotti era infatti un monocolore della Dc, mentre l’Andreotti II del 1973 era sostenuto anche da Psdi e Pli.

Per la Prima Repubblica, completano l’elenco anche i casi dei governi Fanfani III e Fanfani IV, Moro IV e Moro V, Andreotti III-IV e Andreotti V, Cossiga I e Cossiga II, e ancora Andreotti VI e Andreotti VII.

La Seconda Repubblica

Nella Seconda Repubblica c’è un unico caso in cui il presidente del Consiglio è rimasto lo stesso nonostante il cambio della maggioranza parlamentare e la conseguente caduta del governo: quello di Massimo D’Alema.

D’Alema ha guidato due esecutivi sostenuti da una coalizione di centrosinistra, tra il 1998 e il 2000. La sua prima esperienza terminò nel dicembre 1999, in seguito alla richiesta di dimissioni avanzata dallo Sdi (Socialisti democratici italiani) che chiese di sostituire il presidente del Consiglio con una figura che avesse maggiori possibilità di vittoria nelle future elezioni politiche del 2001. Questa richiesta era sostenuta anche da altri partiti minori – l’Udr di Cossiga e i Repubblicani di La Malfa – ma avversata dai principali partiti della maggioranza (Ds e Ppi soprattutto).

D’Alema, dopo una verifica della maggioranza parlamentare, si dimise, ottenne un nuovo incarico dal neoeletto presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e formò un nuovo governo, senza ministri dello Sdi e dell’Udr e sostenuto da una maggioranza leggermente diversa da quella precedente (ad esempio la Cdu di Buttiglione, fuoriuscita dall’Udr di Cossiga, tornò con il centrodestra di Berlusconi) ma sostanzialmente omogenea.

In conclusione

Come abbiamo visto, esistono numerosi precedenti nella storia repubblicana italiana di presidenti del Consiglio che hanno presieduto consecutivamente governi sostenuti da maggioranze parlamentari diverse. Questo è successo soprattutto durante la Prima Repubblica, ma c’è un caso, quello dei governi D’Alema, anche nella Seconda.

Ma il caso di un eventuale governo Conte bis, sostenuto dal Pd e dal M5s, dopo un primo esecutivo Conte invece supportato da Lega e M5s, sarebbe comunque eccezionale.

In passato i cambi di maggioranza hanno interessato soprattutto formazioni minori – fa eccezione l’uscita del Psu dalla maggioranza che sosteneva il primo governo Rumor rispetto al secondo, visto che il partito aveva preso alle precedenti elezioni quasi il 15 per cento dei voti – e soprattutto non si è mai verificata una “sostituzione” di un partito della maggioranza con una formazione su posizioni politiche tanto differenti quanto quelle di Lega e Pd.

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