Pubblicato: giovedì 18 luglio 2019
Photo: Ansa
Come sono decollate le teorie del complotto sulla Luna

In queste settimane, si sta celebrando in tutto il mondo il cinquantesimo anniversario del primo sbarco sulla Luna, avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969. Gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero piede sul suolo lunare, mentre il loro collega Michael Collins rimase in orbita, senza scendere sul satellite.

La missione dell’Apollo 11 fu dunque un successo: faceva parte di un programma della National aeronautics and space administration (Nasa) che tra luglio 1969 e dicembre 1972 portò un totale di dodici astronauti sul satellite terrestre.

Molti però credono che questo in realtà non sia mai avvenuto: l’essere umano non sarebbe mai andato sulla Luna e la storia appena raccontata sarebbe soltanto il frutto di un complotto.

Secondo le numerose teorie cospirazioniste in circolazione, infatti, diverse “prove” – basate su foto, video e documenti – dimostrerebbero che gli Stati Uniti hanno inscenato lo sbarco, per distogliere l’attenzione pubblica dagli insuccessi della guerra in Vietnam e per certificare la supremazia americana nella corsa verso lo Spazio contro la concorrenza della Russia.

Non ci soffermiamo a smentire queste teorie, ma rimandiamo al lavoro del debunker Paolo Attivissimo – uno dei massimi esperti di teorie del complotto in Italia – che ha creato il sito Complotti lunari in cui da anni spiega perché le ipotesi negazioniste dello sbarco sulla Luna non reggono alla prova dei fatti.

Ma come sono nate queste idee? Da quando, per così dire, sono andate in orbita le credenze che le immagini di Armstrong sul suolo lunare siano il risultato di una grande messa in scena cinematografica?

Abbiamo ricostruito la nascita di queste teorie.

Uno scetticismo motivato

Ospite il 12 giugno della serie podcast della Cnn dedicata alla missione Apollo 11, la divulgatrice scientifica Elizabeth Svoboda ha spiegato (min. 0:24:04) dove poggiano le radici delle prime teorie del complotto sullo sbarco lunare.

Secondo Svoboda, i «semi» di queste credenze furono piantati nei giorni stessi dello sbarco, attraverso le lacune della copertura mediatica dell’evento. Nel 1969, le notizie che apparivano alla Tv e sui giornali erano infatti limitate e mancavano di molti dettagli tecnici.

Inoltre, il progresso tecnologico all’epoca era stato molto rapido: nel 1961 il russo Jurij Gagarin era stato il primo uomo a volare nello spazio, e appena otto anni dopo l’essere umano era riuscito ad arrivare addirittura sulla Luna. Questo, secondo Svoboda, avrebbe ampliato (min. 0:23:20) le prime sensazioni di incredulità nell’interesse pubblico sull’impresa, che con il tempo hanno poi preso derive cospirazioniste.

Come ha spiegato Attivissimo il 17 luglio 2019 in un’intervista alla rivista Vanity Fair, «all’epoca era giusto essere scettici, perché non era mai stato fatto niente del genere. C’erano persone incredule a buona ragione».

Dopo pochi anni comparve quella che è passata alla storia come la prima formulazione accurata della teoria cospirazionista lunare.

Il primo libro del complotto

Come ha ricostruito Peter Knight – professore dell’Università di Manchester, esperto in letteratura americana del Novecento e della diffusione delle teorie del complotto – la prima pubblicazione che ha sistematicamente accusato di falso le immagini diffuse dalla Nasa sullo sbarco lunare è stata auto-pubblicata nel 1976.

In quell’anno, infatti, uscì il libro – qui consultabileWe never went to the Moon: America’s thirty billion dollar swindle (in italiano, “Non siamo mai andati sulla Luna: la truffa all’America da 30 miliardi di dollari”), scritto dall’ex ufficiale della marina statunitense Bill Kaysing.

L’argomentazione di Kaysing partiva dalla questione accennata in precedenza: a fine anni Sessanta, la tecnologia a disposizione della Nasa non le avrebbe permesso di condurre con successo una missione simile a quella dell’Apollo 11.

A rafforzare la tesi di Kaysing, c’era il fatto che l’ex militare fosse stato per sette anni – dal 1956 al 1963 – un dipendente della Rocketdyne, un’azienda che si era occupata della progettazione del razzo Saturn V, quello che mandò in orbita gli astronauti della Nasa.

In realtà, in questa società Kaysing non si occupava direttamente dello studio sui razzi, e il suo scetticismo – come ha scritto nel libro – si basava sui numerosi tentativi di lancio falliti a cui aveva assistito durante la sua esperienza lavorativa.

È in We never went to the Moon che per la prima volta si presentò un’argomentazione basata sulle immagini diffuse dall’agenzia spaziale statunitense, considerate da Kaysing la prova principale che lo sbarco sia stato solo una messa in scena.

Le presunte prove fotografiche – come in molte altre teorie del complotto (si pensi a quelle sugli attentati dell’11 settembre) – sono ancora oggi tra le più utilizzate per difendere le ipotesi cospirazioniste.

Una delle più famose riguarda l’assenza di stelle negli scatti degli astronauti della Nasa. La spiegazione di questa mancanza sta però nella tecnica fotografica di base: «Le stelle non ci sono perché non ci devono essere: sono troppo fioche rispetto al suolo lunare fortemente illuminato dal sole», ha spiegato Attivissimo sul sito Complotti lunari.

La successiva diffusione

Quando ancora i social network non esistevano, le teorie cospirazioniste sullo sbarco lunare presero forza dai media e mezzi di intrattenimento tradizionali.

Nel 1977, per esempio, uscì il film Capricorn One – diretto dal regista Peter Hyams – che raccontava la storia del fallimento di una prima missione della Nasa per mandare una squadra di astronauti su Marte. Secondo la trama del film, per non perdere i fondi del progetto, i partecipanti alla missione decisero di inscenarla, ricostruendo l’ambiente marziano in uno studio cinematografico.

Si trattava chiaramente di un rimando alle idee diffuse negli anni precedenti sulla Luna, rafforzate anche da una generale crisi di fiducia degli americani verso le loro istituzioni.

Secondo Knight, infatti, «nel 1971 i cittadini avevano letto i Pentagon Papers che mostravano come l’amministrazione del presidente Lyndon Johnson avesse sistematicamente mentito sulla guerra in Vietnam. Ogni sera, si sintonizzavano per scoprire novità e aggiornamenti sullo scandalo Watergate e i successivi insabbiamenti».

Non solo. In quegli anni furono diffusi i rapporti ufficiali delle commissioni del Parlamento statunitense che indagarono sugli assassini del presidente John F. Kennedy e del reverendo Martin Luther King, presentando risultati discordanti rispetto a quelli pubblicati dalle autorità anni prima.

Il contesto culturale, dunque, sembra aver aiutato la diffusione di idee cospirazioniste sulla Luna, in una dinamica che per certi versi ricorda quella dei giorni nostri.

Ma quanti italiani credono a queste teorie?

Nel corso dei decenni, le tesi del complotto sono arrivate anche nel nostro Paese, e continuano a essere difese nonostante decenni di smentite argomentate.

Nel 2017, infatti, il regista e blogger italiano Massimo Mazzucco ha pubblicato il documentario American Moon,in cui ha messo in dubbio la veridicità delle foto della Nasa sullo sbarco lunare.

Il numero di nostri connazionali che credono a questa teoria è ancora alto. Nello stesso anno dell’uscita di questo documentario, tre ricercatori italiani hanno infatti pubblicato i risultati della diffusione delle teorie cospirazioniste in Italia.

Secondo rilevazioni relative al 2016, nel nostro Paese circa il 20 per cento del campione intervistato credeva fermamente nella seguente affermazione: «L’allunaggio non è mai avvenuto e le prove sono state create dalla Nasa e dal governo statunitense». Il 42 per cento pensava invece che questa ipotesi fosse del tutto falsa, mentre il restante 38 per cento si era dichiarato soltanto scettico.

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