Pubblicato: martedì 2 aprile 2019
Photo: Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano "La Verità". Credits: Ansa/Angelo Carconi
Davvero le tasse in Italia aumentano sempre dagli anni ’70?

Il 18 marzo Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano La Verità, è stato ospite di Stasera Italia (Rete 4). Durante il suo intervento ha parlato di come in Italia la pressione fiscale sia sempre cresciuta dagli anni Settanta ad oggi, portando ad un aumento della tassazione e ad un debito pubblico elevato.

Secondo Belpietro (min. 0'44") in Italia «le tasse erano più basse negli anni Settanta e sono continuamente aumentate», portando «ad una tassazione elevatissima e un debito pubblico ancora più elevato».

È davvero così? Scopriamolo.

Gli anni Settanta e le tasse

All’inizio degli anni Settanta, il sistema tributario italiano andò incontro a una profonda riforma che introdusse aspetti riconoscibili ancora oggi. A fine ottobre del 1972, durante il governo Andreotti II, venne stata introdotta in Italia l’Iva, entrata poi in vigore nel 1973; ancora oggi è la più importante imposta indiretta del nostro sistema tributario. Le riforme, che seguivano i principi di una legge del 1971, furono fatte con una serie di decreti, tutti datati 26 ottobre 1972: in quella stessa occasione venne introdotta l’imposta comunale sull’incremento di valore degli immobili e furono state modificate le imposte di registro, successioni, ipotecarie e catastali, le imposte di bollo, il contenzioso tributario, l’imposta comunale sulla pubblicità e i diritti sulle pubbliche affissioni, l’imposta sugli spettacoli e le tasse sulle concessioni governative.

Risale, poi, al 1974 l’introduzione dell’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) e l’Irpeg (l’imposta sul reddito delle società, dal 2004 sostituita dall’Ires). Queste imposte sono nate in sostituzione di altre che si pagavano in precedenza, come quella sulla ricchezza mobile o l’imposta complementare sul reddito.

L’Iva e l’Irpef costituiscono ancora oggi l’architrave del nostro sistema fiscale e sono tra le principali fonti di entrate per lo Stato. Nel 2018 le entrate fiscali derivanti dall’Iva sono state pari a circa 133,4 miliardi di euro. Il gettito Irpef, invece, è risultato pari a circa 187,4 miliardi di euro.

Oltre a esse troviamo anche l’Ires (l’imposta sul reddito delle società), introdotta nel 2004, che - per l’appunto - non riguarda i redditi delle persone fisiche ma di società. Altre entrate significative sono poi date dalle imposte sui carburanti e sui monopoli di Stato.

A partire da metà anni Ottanta il nostro Paese ha poi conosciuto una stagione di decentramento amministrativo che ha portato, negli anni Novanta e Duemila, a dotare gli enti locali di maggiore autonomia: a essi veniva riconosciuto più potere decisionale e dunque anche di spesa. Per sostenere finanziariamente tali cambiamenti nel nostro sistema tributario vennero introdotte, tra le altre, due importanti imposte di carattere locale: l’Ici e l’Irap.

L’introduzione dell’Ici (l’imposta comunale sugli immobili) risale al 1992. L’intento era quello di dotare i Comuni di risorse finanziarie e si pagava in base al possesso di immobili. La sua portata fu ridimensionata nel 2008 e dal 2012 è stata rimpiazzata dall’Imu.

L’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive) è invece un’imposta che colpisce le attività produttive e il cui gettito è destinato alle regioni. Altre imposte dirette al sostentamento finanziario dei comuni oggi sono la Tasi e la Tari che, dal 2014, concorrono assieme all’Imu a formare l’Iuc (l’imposta unica comunale).

Come hanno inciso i cambiamenti dagli anni Settanta ad oggi

Il database messo a disposizione dall’Ocse, una delle più importanti istituzioni economiche mondiali, aiuta a inquadrare l’andamento nel tempo delle entrate fiscali italiane.

Un primo indicatore utile allo scopo è quello relativo alle entrate fiscali in percentuale del Pil - la cosiddetta “pressione fiscale” - che indica la quota del prodotto interno lordo che è incanalata dallo Stato attraverso le tasse.

Grafico 1: Entrate fiscali in percentuale del Pil (in rosso il trend italiano, in nero la media dei Paesi Ocse) - Fonte: Ocse

Nel 1973 lo Stato prelevava mediante le imposte il 23 per cento del Pil. Nel 2017, secondo l’Ocse, tale valore è cresciuto fino al 42 per cento. La tendenza di lungo periodo è quindi chiara: in un quarantennio, la pressione fiscale è quasi raddoppiata in percentuale, ed è stata registrata una leggera inversione del trend solo in periodi limitati (tra cui gli ultimi anni).

Nel frattempo, anche la media Ocse è cresciuta, ma in modo molto meno netto - passando dal 27 per cento circa del 1973 al 34 per cento circa del 2017. L’Italia ha una pressione fiscale superiore alla media Ocse dall’inizio degli anni Ottanta.

C’è poi da fare un’altra considerazione: il Pil degli anni Settanta è molto diverso da quello degli anni Duemila. Secondo i dati della Banca Mondiale, infatti, la ricchezza prodotta dal nostro Paese valutata a prezzi costanti nel 1973 ammontava a 52 miliardi di euro, mentre nel 2016 ammontava a 1.681 miliardi. Possiamo quindi stimare che nel 1973 il prelievo totale ammontasse a 12 miliardi di euro circa mentre nel 2016 la pressione fiscale, sulla base dei medesimi dati, può essere stimata in circa 700 miliardi. Quindi il prelievo dello Stato dal 1973 ad oggi è cresciuto sia in termini percentuali che in termini assoluti.

Se poi guardiamo ai vari tipi di tributi fiscali, la curva relativa all’Irpef (che tassa cioè i guadagni delle persone fisiche) ha un andamento molto simile a quello delle entrate fiscali in generale. Qui la differenza con gli altri Paesi Ocse è più evidente, perché altrove le imposte sui redditi sono, in media, in leggero calo da circa trent’anni.

Grafico 2: Valore delle imposte sul reddito in percentuale del Pil (in rosso il trend italiano, in nero il trend della media dei Paesi Ocse) – Fonte: Ocse

Meno simile la tendenza relativa alle imposte su beni e servizi, tra le quali è ricompresa l’Iva, anche se un trend di crescita è ben visibile anche qui (grafico 3).

Grafico 3: Valore delle imposte su beni e servizi in percentuale del Pil (in rosso il trend italiano, in nero il trend della media dei Paesi Ocse) – Fonte: Ocse

Il dato relativo alle imposte sulla proprietà invece vede un aumento più “tardivo” rispetto alle imposte viste finora. La crescita marcata inizia a partire dagli anni Novanta, come conseguenza dell’introduzione dell’Ici. Anche in questo caso però si nota un trend di crescita, con un calo tra il 2005 e il 2008 e una nuova impennata nel 2011 al momento dell’introduzione dell’Imu (grafico 4).

Grafico 4: Tasse sulla proprietà in percentuale al Pil (in rosso il trend italiano, in nero la media dei Paesi Ocse) - Fonte: Ocse

L’evoluzione del debito pubblico

Maurizio Belpietro ha indicato la tassazione come conseguenza dell’impennata del debito pubblico. Non è possibile stabilire con certezza se ci sia una correlazione diretta fra debito e tassazione, ma è possibile farsi un’idea confrontando i trend dei due indici nel tempo.

Il rapporto debito/Pil è uno degli indicatori più usati per avere una misura dell’indebitamento o meno di un Paese e, grazie ad esso, possiamo confrontare l’andamento del debito con quello delle entrate fiscali.

Il trend degli ultimi quarant’anni circa è sintetizzato nel grafico che segue.

Grafico 5: Rapporto debito/Pil, anni 1973-2017 – Fonte: Fondazione Luigi Einaudi

In una generale crescita di lungo periodo, possiamo notare due fasi di crescita separate: un primo ciclo va dal 1973 fino al 1995, durante il quale la crescita del rapporto è legata all’aumento delle spese sociali (tra le tante riforme di quegli anni, nel 1978 fu varato il Servizio Sanitario Nazionale) e a scelte di politica economica orientate all’espansione della spesa per guidare la crescita. Un secondo ciclo va dal 2008 ad oggi, e si è caratterizzato per la diretta correlazione con la crisi finanziaria.

Non dobbiamo dimenticare che quello fra debito e Pil è un rapporto e può aumentare sia se aumenta il numeratore (cioè il debito) sia se diminuisce il denominatore (cioè il Pil). Nel primo ciclo (1973-1995) la variazione del rapporto debito/Pil è associata a un aumento sostenuto del debito, nel secondo è invece legata ad una diminuzione del Pil. Fra i due periodi di crescita, è da segnalare un periodo di contrazione di questo rapporto, fra il 1995 e il 2007: causa di ciò è stata l’adesione dell’Italia all’euro con la conseguente necessità di adeguarsi ai parametri di Maastricht (i requisiti economici che gli Stati dell’Unione devono soddisfare per l’ingresso nell’Unione economica e monetaria dell’Ue). Uno dei mezzi principali per adeguarsi ai parametri europei e per fare in modo di non sforarli nei periodi di crisi successivi è stato la tassazione.

Un altro indicatore che possiamo usare è l’andamento della spesa pubblica a tutti i livelli di governo e, quindi, l'insieme delle risorse finanziare che lo Stato utilizza. Uno studio della Ragioneria Generale dello Stato realizzato nel 2011 mostra l’andamento della spesa pubblica dall’Unità d’Italia fino al 2009. La curva della spesa relativa all’Italia segue lo stesso andamento delle curve di pressione fiscale e rapporto debito/Pil.

Questo studio, pur aiutandoci ad avere un’idea sull’andamento della spesa pubblica durante il periodo che stiamo analizzando, non riporta però in maniera puntuale le stime annuali fino ad oggi. Per guardare a questi dati ricorriamo nuovamente alla banca dati Ocse, con la precisazione che questi valori sono disponibili, per il nostro Paese, dal 1995. I dati sono comprensivi di interessi sul debito.

Grafico 7: Spesa pubblica in percentuale del Pil 1995-2017 - Fonte: Ocse

Come per i dati di entrate fiscali e rapporto debito/Pil, anche in questo caso notiamo una crescita costante della spesa pubblica dai primi anni Settanta alla fine degli anni Ottanta, una forte impennata nei primi anni Novanta cui segue una discesa e una stabilizzazione a cavallo del nuovo millennio e una nuova salita allo scoppio della crisi.

Inoltre, sempre secondo i dati Ocse, il debito pubblico italiano è il terzo valore più elevato al mondo, preceduto solo dal Giappone e dalla Grecia.

Tiriamo le somme

Per agevolare il confronto fra i diversi indicatori analizzati, li abbiamo riassunti in un unico grafico.

Grafico 8: Entrate fiscali, rapporto debito/Pil e spesa pubblica - Fonte: Rielaborazione di Pagella Politica su dati Ocse e Fondazione Einaudi

Mettendo assieme i tre grafici, è evidente come il raddoppio delle entrate fiscali in percentuale di Pil nell’arco di quarant’anni è stato insufficiente a far fronte alla spesa pubblica. Questo vale anche nel periodo più “virtuoso” degli anni in esame (dal 1995 al 2007). In generale, quindi, il debito pubblico è cresciuto nel tempo nonostante l’aumento delle tasse.

In conclusione

Maurizio Belpietro ha ragione quando afferma che la pressione fiscale è andata sempre aumentando dagli anni Settanta ad oggi: come abbiamo visto, ciò vale sia in termini di percentuale del Pil sia in termini assoluti, con pochi periodi di eccezione.

Ha ragione anche nell’affermare che ad oggi ci ritroviamo con una tassazione molto alta, nel confronto con gli altri Paesi: la media dei Paesi Ocse (la linea nera del primo grafico) per quanto riguarda la percentuale di entrate fiscali si aggira attorno al 32 per cento al 2017, mentre il dato italiano è di dieci punti superiore (42 per cento). Quanto al debito pubblico, il nostro rapporto debito/Pil è oltre il 131 per cento (152 per cento se consideriamo nel dato anche i debiti delle amministrazioni locali).

Una correlazione fra l’incremento delle imposte e l'aumento del debito pubblico non è immediatamente visibile e verificabile. È però possibile evidenziare che la crescita della tassazione nel tempo, sebbene sostanziosa, non è stata in grado di far fronte all’aumento delle uscite della pubblica amministrazione. Uno dei risultati è stato il debito pubblico che ben conosciamo.

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