Pubblicato: giovedì 1 gennaio 1970
Qualche numero sul lavoro (come se non ne aveste abbastanza)

“Lavoro, è resa dei conti”. Così titolano i giornali e i telegiornali in questi giorni di scontro sulla riforma del mercato del lavoro. I sindacati minacciano lo sciopero generale, l’ala “bersaniana” del Partito Democratico rumoreggia e le opposizioni si preparano a sfruttare le tensioni interne alla maggioranza (il dibattito si sta accendendo così tanto che perfino la Conferenza Episcopale Italiana si è pronunciata sull’articolo 18).

Per quanto però siano chiari i paletti politici dei principali attori della vicenda, non sempre il tema del lavoro viene affrontato con trasparenza e precisione. Pagella Politica si propone di fare un pizzico di chiarezza, non per avallare un’ipotesi o l’altra ma per incoraggiare tutte le parti a usare dati corretti nelle discussioni sul mercato del lavoro.

Come va l’occupazione in Italia?

Una domanda alla quale governo e opposizione danno due risposte diverse. Renato Brunetta ama ripetere che rispetto al 2011 abbiamo un milione di disoccupati in più. Purtroppo è vero. I dati Istat di fine luglio parlano di 3 milioni 220 mila disoccupati in Italia, rispetto ai 2 milioni e 92 mila del luglio 2011.

E gli occupati? Ad agosto erano 22 milioni e 360 mila. Su questi numeri Matteo Renzi ha riportato nelle scorse settimane una statistica un po’ fuorviante. Secondo il Premier, infatti, dal giugno 2013 al giugno 2014 il numero di occupati sarebbe aumentato di 83 mila unità. Decisamente meglio di niente, in epoca di crisi. Peccato che Renzi confonda il numero di occupati con il numero di nuovi rapporti di lavoro, ossia i nuovi contratti. La differenza tra i due indicatori si spiega facilmente. Immaginiamo il caso di un lavoratore che in un anno cambia azienda due volte: figurerà due volte nelle statistiche dei nuovi rapporti di lavoro ma solo una volta nel computo degli occupati. Aggiungiamo, inoltre, che il numero di posti di lavoro creati può ovviamente essere inferiore al numero di rapporti di lavoro conclusi. Ed è per questo che, nonostante da giugno 2013 a giugno 2014 il numero di nuovi rapporti di lavoro sia aumentato di circa 81 mila unità, la disoccupazione è calata lievemente.

Quanti sono i lavoratori tutelati dall’articolo 18?

Ennesimo tema su cui si citano numeri per portare acqua al proprio mulino. A farne le spese, come spesso accade, sono i lettori che vorrebbero capire da che parte sta la verità. Susanna Camusso sostiene che il 60% di chi lavora è tutelato dall’articolo 18, mentre Renzi sminuisce dicendo che “noi stiamo discutendo di una cosa importantissima che riguarda circa 3.000 persone l’anno in un Paese di 60 milioni di abitanti”.

Ricordiamo che l’articolo 18 si applica ai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato di imprese con più di 15 addetti e alle imprese agricole con più di 5 addetti. Nel 2011 i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato in imprese con più di 15 addetti erano circa 6,5 milioni. Non ci sono numeri certi su quanti occupanti nel comparto agricolo siano tutelati dall’articolo 18, ma si tratta di qualche centinaio di migliaia di unità al massimo, dal momento che tutto il settore conta 850 mila addetti. A questi abbiamo scelto di aggiungere i 3,3 milioni di dipendenti pubblici a tempo indeterminato poiché, secondo l’Ocse, hanno tutele sostanzialmente equiparabili all’articolo 18. Arriviamo così ad un totale di circa 9,7 milioni di lavoratori a contratto indeterminato, circa il 42% del totale degli occupati.

Se Camusso da un lato esagera, dall'altro Renzi sembra fare altrettanto. Ma le apparenze ingannano. Come possiamo vedere dal video riportato in alto, il Presidente del Consiglio si riferiva ai casi portati in tribunale. Purtroppo non è attualmente disponibile un registro delle cause che coinvolgono l’articolo 18 (cosa che invece esiste per le quelle di divorzio). I numeri che ha citato Renzi sono però confermati dal giuslavorista (e senatore) Pietro Ichino, raggiunto al telefono da Pagella Politica, e escono dal Ministero della Giustizia (dati ritenuti plausibili anche dall’associazione degli avvocati del lavoro). Se i numeri sono giusti il senso del ragionamento è però sbagliato, ed è stato lo stesso Ichino a sottolinearlo in un’intervista a Mix 24. Bisogna infatti non sottovalutare la capacità di dissuasione dell’articolo 18, il quale potrebbe scoraggiare migliaia di datori di lavoro dal procedere con il licenziamento. E' bene precisare e ripetere che anche se viene impugnato solo in 8 mila casi, tutela milioni di dipendenti.

Il reintegro previsto dall’articolo 18 è una esclusiva tutta italiana?

E’ un tema clou del dibattito attuale. Se a Ballarò il 16 settembre Renato Brunetta diceva che “in nessuna parte del mondo in ragione del licenziamento illegittimo c’è la reintegra” (01:39:21), a sinistra è Pierluigi Bersani a sostenere che “esiste in tutta Europa”.

Facciamo un passo indietro. L’attuale articolo 18 consente al giudice, in caso di licenziamento illegittimo, di scegliere tra il reintegro in azienda ed il risarcimento. Prima della riforma Fornero, il reintegro era invece obbligatorio e il lavoratore poteva scegliere se sostituirlo con un risarcimento. Secondo uno studio dell’associazione Ius Laboris - che raggruppa giudici ed esperti del lavoro da tutto il mondo - la reintegra esiste in numerosi Paesi d’Europa. Un esempio tra gli altri è la Germania, dove un licenziamento dichiarato illegittimo richiede l’immediata ripristino del rapporto di lavoro. Una delle due parti può in seguito fare “ricorso” (nel caso in cui il rapporto di lavoro diventasse intollerabile) e chiedere l’annullamento. Non solo. In Germania il reintegro si applica anche nel caso in cui le giustificazioni “economiche” del datore di lavoro non si fossero in seguito verificate. Per esempio, se un lavoratore è licenziato per mancanza di ordini, e successivamente tali ordini arrivano, deve essere reintegrato. Insomma, la nostra unicità non si riscontra nei fatti.

E’ vero che un giovane su due è disoccupato?

In tutto ciò, si presume che si ambisca a riformare il mercato del lavoro per aiutare chi ha più difficoltà a entrare a farne parte. Tra questi vi sono sicuramente i giovani tra i 15 ed i 24 anni di età, il cui tasso di disoccupazione è pari al 42,9%

La definizione di “tasso di disoccupazione giovanile” ha però colto in fallo numerosi esponenti politici, da Letta a Grillo passando per Berlusconi e Renzi. Un tasso al 50% o al 25% non equivale infatti a un giovane su due o un giovane su quattro disoccupati. Questo perché il tasso viene calcolato sul totale dei giovani lavoratori o in cerca di lavoro. Esclude quindi tutti coloro che studiano - e che sono molti, considerata la fascia d’età di riferimento (15-24). L’idea che in una stanza con dieci giovani perfettamente rappresentativi della società italiana 4 o 5 siano disoccupati è quindi fuorviante. E’ infatti lo stesso Istat a ricordare che “l'incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all'11,8%”. Poco più di uno su dieci. E’ vero anche che questo numero non la dice proprio tutta. Come abbiamo spiegato nelle analisi alle dichiarazioni dei politici sopracitati, il totale di giovani che non sono né in istruzione/formazione né nel mercato del lavoro sono quasi il doppio di quelli contati nel ‘semplice’ tasso di disoccupazione. Sono i cosiddetti “Neet”. Tuttavia, anche aggiungendoli nel computo, non si arriva ad avere la famosa e fuorviante proporzione di “un giovane su due” disoccupato.

E l’occupazione femminile?

Chiudiamo con un altro capitolo infelice del nostro mercato del lavoro. La bassa proporzione di donne occupate in Italia è un dato di fatto. Siamo infatti al penultimo posto nell’Unione Europea, con appena il 46,4% di partecipazione femminile al mercato del lavoro. Anche nelle statistiche Ocse siamo in fondo: quart’ultimi davanti a Sudafrica, Messico e Turchia. E’ un tema su cui Renzi si è espresso (pur imprecisamente) nel discorso per la fiducia al Senato, e particolarmente caldo adesso in Giappone, dove il Premier Abe si è impegnato ad eliminare gli ostacoli esistenti per le donne di entrare nel mercato del lavoro e sprigionare gli effetti positivi della cosiddetta “Womenomics”.

Concludendo, che si sia d’accordo con Fassina o con Brunetta, che si sostengano le ragioni di Camusso o di Renzi, questi sono i dati da cui partire e che Pagella Politica vi fornisce per permettervi di farvi una vostra personale opinione a riguardo. Con la speranza che in futuro i nostri politici si preoccupino di informarsi e citare i numeri corretti.

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