Pubblicato: martedì 6 luglio 2021
Photo: Ansa
​Non sappiamo realmente quanto valga il fenomeno dell’Italian sounding

Da diversi anni ormai si parla di Italian sounding, termine utilizzato per indicare tutti quei prodotti che richiamano in qualche modo l’Italia ma che in realtà non sono in alcun modo collegati al nostro Paese, né per tradizione né per filiera produttiva. Generalmente questi prodotti sfruttano – in maniera legittima, salvo che si tratti di contraffazione, come vedremo più avanti – i colori della nostra bandiera o adottano nomi simili a quelli dei prodotti nostrani (come Parmesan o Prosek nel settore agroalimentare).

Il 2 luglio il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha sostenuto (min. 13:40) che al momento «abbiamo 40 miliardi di Made in Italy vero nel mondo e 100 miliardi di Made in Italy falso». Il giorno precedente Luca De Carlo, responsabile del Dipartimento Agricoltura di Fratelli d’Italia, aveva affermato, parlando di agroalimentare, che il fenomeno dell’Italian sounding causa ogni anno perdite per oltre «100 miliardi di euro», mentre lo scorso aprile il governatore della Lombardia Attilio Fontana (Lega) aveva quantificato il danno in «60 miliardi di euro».

Ma a quanto ammontano davvero i danni causati dalla commercializzazione di prodotti identificabili come Italian sounding? Abbiamo verificato e non è facile stabilire una cifra precisa soprattutto a causa della mancanza di fonti chiare e trasparenti che supportino i numeri in circolazione.

Un fenomeno senza definizione

Il problema iniziale sta nel circoscrivere il fenomeno dell’Italian sounding. Alcuni politici o associazioni infatti lo usano come un “termine ombrello” dentro cui far ricadere tutti i prodotti simil-italiani, attinenti a ogni settore industriale, dalla moda al cibo. È quello che sembra fare Di Maio quando parla di «100 miliardi» di prodotti Made in Italy falsi.

Adotta questa prospettiva anche Confartigianato, l’organizzazione italiana dell’artigianato e delle piccole e micro imprese, che in un comunicato del 10 luglio 2017 ha stimato in 54 miliardi di euro il giro d’affari dei prodotti Italian sounding (circa la metà della cifra indicata da Di Maio). Come vedremo questa cifra era già stata citata nel 2012 da Federalimentare, che però sembrava riferirla soltanto al mondo agroalimentare.

Al contrario altri politici, come De Carlo, utilizzano il termine per riferirsi esclusivamente ai prodotti del settore agroalimentare. Come vedremo adottano questa prospettiva, oltre alla citata Federalimentare, anche Coldiretti.

In ogni caso non esiste una definizione chiara e univoca del termine “Italian sounding”. La difficoltà di circoscrivere un fenomeno si riflette anche sul quantificarne l’impatto economico.

I numeri di Coldiretti

Passiamo alle stime che riguardano il settore agroalimentare. Il 16 giugno 2021 Coldiretti, la principale associazione di rappresentanza per l’agricoltura italiana, ha rilasciato un comunicato stampa dedicato proprio al tema dell’Italian sounding. Qui si legge che nel corso dell’ultimo anno «l’emergenza Covid, con la frenata del commercio internazionale, spinge ad oltre 100 miliardi di euro il valore dei falsi Made in Italy nel mondo, sottraendo risorse ed opportunità di lavoro all’Italia».

Le stime di Coldiretti sul fenomeno dell’Italian sounding circolano da diversi anni. Già nel 2015 il terzo Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, curato da Coldiretti ed Eurispes (un ente di ricerca privato) stimava in 60 miliardi di euro il valore del falso Made in Italy esclusivamentealimentare sul mercato globale.

L’ultimo Rapporto sui crimini agroalimentari è stato pubblicato a gennaio 2019 ed è relativo al periodo 2017-2018. Già allora il fatturato dell’«agropirateria internazionale», che utilizza «parole, colori, immagini, ricette e denominazioni che richiamano l’Italia, senza avere in realtà alcun legame con il nostro Paese», era stimato in 100 miliardi di euro.

La cifra dei 100 miliardi di euro è stata ripresa diverse volte anche da enti ufficiali. La ritroviamo, per esempio, in un’indagine del 2018 condotta da Assocamerestero, l’associazione delle Camere di Commercio italiane all’estero, o nel Piano strategico nazionale 2019-2020 del Consiglio nazionale anticontraffazione, un organismo interministeriale che punta a contrastare la contraffazione. In entrambi i casi la fonte citata è Coldiretti.

Non è chiaro però quali dati l’associazione abbia utilizzato per arrivare a questa cifra. Nel comunicato viene menzionata «l’azione di contrasto svolta dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm)», ma non abbiamo trovato alcun report pubblico sul tema rilasciato da Adm.

L’ufficio stampa di Coldiretti ha detto a Pagella Politica che la quota deriva da un’aggregazione di «report fatti da organismi ufficiali» e rilevazioni proprie dell’associazione. Abbiamo quindi chiesto maggiori informazioni riguardo alle fonti utilizzate, ma al momento della pubblicazione di questo articolo siamo ancora in attesa di risposta.

Le altre stime, tra 60 e 100 miliardi

Sul tema è intervenuta anche Federalimentare – la Federazione italiana dell'industria alimentare, legata a Confindustria – che nel 2012 aveva stimato per l’Italian sounding un mercato da 54 miliardi di euro, a cui si aggiungono 6 miliardi di euro derivanti dalla vera e propria contraffazione (un fenomeno diverso e definito per legge, ci torneremo). Nove anni fa il totale complessivo raggiungeva quindi i 60 miliardi.

Nel 2018 Federalimentare ha invece affermato che «contraffazione e diffusione dell’Italian sounding equivalgono a 90 miliardi di euro persi per la nostra economia», un numero tutto sommato non troppo distante dai 100 miliardi stimati da Coldiretti. Abbiamo contattato Federalimentare per conoscere le fonti e la metodologia utilizzate per raggiungere queste cifre, e siamo in attesa di risposta.

Infine, troviamo altri numeri sull’Italian sounding nella Relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta della Camera sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale, approvata nel 2013. Qui si legge: «A livello mondiale, si stima che il giro d’affari dell’Italian sounding superi i 60 miliardi di euro l’anno, una cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari», che nel 2009 – periodo a cui fa riferimento la relazione – era pari a 23,3 miliardi di euro. Non viene però citata la fonte del dato.

Sebbene le cifre riportate da Coldiretti, Federalimentare e dalla Camera siano piuttosto coerenti tra loro, non è chiaro come queste siano state ottenute. E dunque vanno prese con molta cautela e col beneficio del dubbio.

Le stime più affidabili che abbiamo sono quelle che riguardano l’impatto economico della sola contraffazione (un sottoinsieme dell’Italian sounding, oltretutto punito dalla legge) dei prodotti Made in Italy.

Un fenomeno difficile da calcolare

Un rapporto pubblicato nel 2018 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo internazionale (Ocse), in collaborazione con il Ministero per lo Sviluppo economico italiano, ha calcolato che nel 2016 «il valore del commercio mondiale di prodotti contraffatti italiani era di 31,7 miliardi di euro». Di questi circa 4 miliardi erano legati al settore alimentare: una cifra decisamente inferiore rispetto ai 100 miliardi citati da Coldiretti, dalla quale però rimangono esclusi molti casi di Italian sounding.

Contraffazione e Italian sounding, come anticipato,sono infatti due fenomeni collegati ma diversi. In base al codice penale, e alla giurisprudenza della Cassazione, la contraffazione c’è quando un marchio viene alterato in modo da ingannare i consumatori (ad esempio un marchio di moda a cui venga cambiata solo una lettera e venga mantenuto un logo pressoché identico) ed è punita con multe e anche con la reclusione in carcere.

Non tutti i prodotti che utilizzano immagini o termini che ricordano l’Italia possono essere però considerati come esempi di contraffazione o come una violazione sui diritti sulla proprietà intellettuale. Ad esempio, utilizzare un nome che suoni italiano per un prodotto che non è fatto in Italia, non è contraffazione (ma è Italian sounding).

Come si legge in un’altra analisi di Assocamerestero dedicata al fenomeno dell’Italian sounding in Asia, dietro a questi prodotti «spesso si nascondono ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi caratterizzati da scarsa trasparenza».

Non necessariamente quindi i prodotti in questione intendono copiare marchi italiani, ma tentano invece di creare un’immagine che ricordi l’Italia per trarre in inganno il consumatore straniero e convincerlo di stare acquistando un prodotto tipico. Se però il marchio originale non viene modificato, e la ricetta o i metodi di lavorazione adottati sono diversi, non possiamo parlare di vera e propria contraffazione. Di qui molto probabilmente la differenza abissale tra la stima del valore delle contraffazioni del made in Italy (4 miliardi nell’agroalimentare) e la stima del valore dell’Italian sounding (100 miliardi).

Inoltre, sempre l’Ocse ha identificato diversi problemi che rendono molto difficile arrivare a stabilire cifre certe per il fenomeno in questione, tra cui la mancanza di database completi e la generale sfuggevolezza e volubilità del tema.

In conclusione

Nell’ultimo periodo diversi esponenti politici hanno parlato nuovamente di Italian sounding, termine utilizzato per riferirsi ai prodotti, tra cui quelli alimentari, che vengono commercializzati utilizzando parole o elementi grafici che ricordano l’Italia, ma che in realtà non hanno nulla a che fare con il nostro Paese.

In particolare, a inizio luglio il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dichiarato che oggi «abbiamo 100 miliardi di Made in Italy falso», mentre il senatore di Fratelli d’Italia Luca De Carlo ha sostenuto che il fenomeno dell’Italian sounding causi ogni anno danni per 100 miliardi di euro. Ancora, lo scorso aprile il presidente della Lombardia Attilio Fontana aveva quantificato la portata del fenomeno in 60 miliardi di euro.

Già da diversi anni circolano diverse stime sull’Italian sounding. Federalimentari ha stimato il fenomeno per 54 miliardi di euro nel 2021 e per 90 miliardi nel 2018, mentre Coldiretti ha parlato di 60 miliardi di euro nel 2015 e 100 miliardi nel 2021. Queste due organizzazioni sembrano riferirsi soltanto al campo agroalimentare, mentre nel 2017 Confartigianato ha stimato in 54 miliardi di euro il valore complessivo dei prodotti Italian sounding in tutti i settori.

Il problema principale di questi numeri sta nella mancanza di trasparenza. Nessuna delle realtà citate infatti dichiara quali fonti e metodologie sono state utilizzate per arrivare ai numeri citati. Abbiamo contattato gli uffici stampa di Coldiretti e Federalimentari, ma al momento della pubblicazione di questo articolo non abbiamo ancora ricevuto risposta.

Sebbene le stime che circolano in rete sono relativamente coerenti tra loro, senza sapere su che dati si basano è impossibile verificarne la correttezza. I dati più affidabili che abbiamo – come quelli contenuti nel rapporto dell’Ocse del 2018 – prendono in esame solo una parte del fenomeno, quella legata alla contraffazione vera e propria (che circa i marchi italiani varrebbe circa 4 miliardi di euro) che è un reato sanzionato dal codice penale.

Insomma, in assenza di stime chiare, non è possibile sapere quanto valga davvero il fenomeno dell’Italian sounding nel suo complesso.

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