Pubblicato: mercoledì 9 giugno 2021
Che cosa c’è scritto nei verbali “desecretati” della task force prima dell’arrivo dell’epidemia in Italia

L’8 giugno 2021 il Ministero della Salute ha reso pubblici i verbali della task force sul coronavirus (scaricabili qui), il gruppo istituito il 22 gennaio 2020 per coordinare le iniziative relative all’emergenza e rimasto attivo circa un mese, fino al 21 febbraio 2020, per poi essere sostituito dal più celebre Comitato tecnico scientifico (Cts).

La pubblicazione dei verbali è arrivata dopo che a maggio scorso una sentenza del Tribunale amministrativo (Tar) del Lazio aveva ordinato al dicastero guidato dal ministro Roberto Speranza di non negare più l’accesso agli atti, accogliendo un ricorso del deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.

I membri della task force erano parecchio diversi per provenienza. Ne facevano infatti parte la Direzione generale per la prevenzione e altre direzioni generali del Ministero della Salute, i Carabinieri dei nuclei antisofisticazioni e sanità (Nas), l’Istituto Superiore di Sanità (Iss), l’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, gli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera (Usmaf), l’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa), l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e il Consigliere diplomatico.

In un mese di attività la task force si riunì con cadenza quotidiana e l’analisi dei verbali delle riunioni permette di farsi un’idea più chiara di come le istituzioni sanitarie italiane si siano preparate all’arrivo della pandemia. Vediamo quali sono i punti più significativi dei documenti ora online.

Gli ultimi giorni di gennaio

Partiamo con i primi verbali, relativi all’ultima settimana di gennaio 2020. Ricordiamo che all’epoca non c’erano prove di una circolazione del virus del nostro Paese e che, più in generale, si sapeva ancora poco delle modalità di diffusione del Sars-CoV-2.

Il primo argomento di cui si è occupato la task force sono stati i voli aerei provenienti in Italia dalla Cina e la gestione dei controlli da chi arrivava dalla città di Wuhan, allora sotto un rigido lockdown. Già al secondo incontro, il 23 gennaio, la task force raccomandava al governo di controllare tutti i voli dalla Cina e, tre giorni dopo, di controllare la temperatura a tutti i passeggeri provenienti dalla Cina. Il 30 gennaio l’esecutivo Conte II avrebbe poi disposto – primo Paese in Europa – la sospensione dei voli diretti dalla Cina all’Italia.

Nel frattempo la task force aveva iniziato a parlare più attivamente anche di quanto stava accadendo in Cina. Nel verbale del 27 gennaio, per esempio, si legge: «La capacità diagnostica della Cina non è sufficiente a monitorare tutti i soggetti» – un problema, come sappiamo, che sarebbe diventato evidente anche con l’arrivo della prima ondata in Italia.

Tra il 28 e il 29 gennaio la task force iniziò a occuparsi del problema dei cittadini italiani bloccati a Wuhan e di dove far fare loro la quarantena una volta arrivati in Italia (si sceglieranno poi tre strutture a Cecchignola, a sud di Roma). Mentre Giovanni Rezza dell’Iss spiegava come fosse necessario capire quali fossero le situazioni in cui poteva avvenire la trasmissione da persona a persona, il 31 gennaio il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito diceva: «Non esistono rischi rilevanti per la trasmissione» tra i circa 60 italiani in Cina che dovevano essere rimpatriati in Italia.

Il 31 gennaio – quando il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza, ancora oggi in vigore – la task force si è poi occupata dei due cittadini cinesi che a Roma, il giorno precedente, erano stati trovati positivi al virus. Nonostante avessero viaggiato tra Verona, Parma e Firenze non si considerava possibile il contagio di altre persone.

I primi segnali di preoccupazione

Con l’inizio di febbraio, le preoccupazioni della task force sul virus si sono intensificate, ma come vedremo tra poco, portarono comunque a controlli non molto restrittivi.

Nel verbale del 2 febbraio si evidenzia come la Cina stesse riuscendo a contenere i casi nella provincia di Hubei, ma che allo stesso tempo stessero spuntando contagi in molti altri Paesi del mondo. Inoltre, si riteneva che la trasmissione asintomatica fosse un fenomeno raro, con Rezza che evidenziava come fosse la tosse «lo strumento attraverso cui il virus si diffonde». Il 4 febbraio Silvio Brusaferro dell’Iss sosteneva che le misure prese fuori dalla Cina stessero limitando l’epidemia.

Nei primi giorni di febbraio la task force ha continuato a parlare moltissimo della necessità di fare controlli agli aeroporti con i termoscanner, facendo compilare moduli ai viaggiatori. Questa era sostanzialmente la principale preoccupazione dell’epoca – se ne parla in quasi tutti i verbali – e non si fa mai cenno alla possibilità di istituire controlli più severi anche ai confini.

Per la prima volta, il 2 febbraio, si affrontò poi il tema dei dispositivi di protezione individuale evidenziando come una ditta «sembrasse» avere in deposito 800 mila mascherine chirurgiche e potesse averne altre 400 mila in dieci giorni. Due giorni dopo si prese invece nota che Confindustria aveva sospeso le vendite ai privati di dispositivi medici e che lo stock fosse sufficiente sino ad aprile.

In quel periodo iniziava a diventare fonte di preoccupazione il tasso di mortalità del coronavirus. Secondo lo Spallanzani e l’Iss, interpellati dal ministro Speranza, la diffusione del virus era paragonabile a quella dell’influenza, anche se il decorso clinico del coronavirus fosse «molto più importante» dell’influenza, nonostante i sintomi simili.

Anche dal 6 febbraio in poi alcuni membri della task force, come lo Spallanzani, ripeterono che l’andamento dell’epidemia fosse simile a quello dell’influenza, mentre l’Iss evidenziava come la crescita in Cina fosse dovuta alla «popolazione molto numerosa», considerando non possibile la trasmissione senza sintomi.

In quella data l’Iss suggeriva anche di predisporre un piano per implementare nuovi posti in terapia intensiva, ricevendo la pronta risposta della Direzione generale della programmazione sanitaria (Dgprogs), secondo cui non era una cosa che si potesse fare in poco tempo.

Il virus in Italia «non c’è»...

Come abbiamo anticipato, a inizio febbraio nessuno nella task force pensava che il virus stesse già circolando nel nostro Paese. «Oggi in Italia non c’è circolazione del virus», affermava l’Iss il 7 febbraio, con Ippolito che aggiungeva: «Il virus non è arrivato in Italia». Alcuni casi erano stati registrati in Francia e ad oggi sappiamo – ma qui è molto facile parlare con il senno di poi – che in realtà all’epoca c’erano sicuramente casi in Italia, non diagnosticati, visto che molte persone riscontrate poi positive hanno detto di aver avuto i primi sintomi tra fine gennaio e inizio febbraio.

… e i vaccini

Insieme ai commenti sull’assenza del virus nel nostro Paese, gli esperti iniziavano già a parlare dei vaccini. L’8 febbraio, per esempio, Rezza evidenziava come all’Università di Oxford avesse iniziato a lavorare sul primo vaccino, con il coinvolgimento dello stabilimento di Pomezia nel Lazio. Ma i tempi lunghi per l’approvazione erano già messi in preventivo. «Passerà circa un anno», disse Rezza, prima dell’autorizzazione, e Stati Uniti, Regno Unito e Cina sarebbero stati i Paesi nel quale sarebbe stato sviluppato il vaccino (previsione confermata anche il 20 febbraio dall’Iss).

Anche la questione relativa ai test diagnostici iniziava a farsi pressante, mentre si cercava di riportare in Italia «Niccolò», un ragazzo italiano trovato positivo al coronavirus a Wuhan. Il 9 febbraio l’Iss spiegava per esempio che fare 6 mila tamponi sarebbe stato problematico in termini organizzativi.

A metà febbraio continua l’incertezza

«In Europa il virus non circola», spiegava l’Iss nel verbale dell’11 febbraio, aggiungendo che il periodo di incubazione – quello tra il contagio e lo sviluppo dei sintomi – fosse tra i due e 12 giorni. Secondo lo Spallanzani, la mediana del periodo di incubazione era di 12 giorni e la quarantena di 14 giorni era sufficiente. Si tratta di un ragionamento poco chiaro: se la mediana fosse stata di 12 giorni, avrebbe voluto dire che metà delle persone positive sviluppava sintomi dopo i 12 giorni e quindi anche fuori dal periodo di quarantena. Oggi sappiamo che in realtà il periodo di incubazione è di 5-6 giorni.

Dopo i primi dieci giorni di febbraio, si tornò a discutere delle risorse a disposizione e dei dispositivi medici. L’11 febbraio il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri evidenziava che si sarebbe dovuta fare una ricognizione dei reparti di malattie infettive, del numero di respiratori e del personale. La Dgprogs comunicava che lo si stava già facendo, mentre il segretario generale del dipartimento sosteneva che fosse «sufficiente», nell’organizzazione della risposta, ipotizzare uno scenario di bassa gravità.

Lo stesso giorno il segretario generale evidenziava come la carenza di dispositivi medici potesse essere «uno dei problemi», ma che comunque si potesse derogare al codice degli appalti. Nel verbale del 12 febbraio si legge che «non giungono buone notizie» perché «la disponibilità dei dispositivi è limitata», ma Speranza sosteneva che l’ordine di approvvigionamento si potesse disporre il giorno stesso (non è chiaro se questo sia stato fatto o meno).

Le preoccupazioni sull’Africa e la mancanza di un piano pandemico

Tra le discussioni della task force rientra anche l’Africa. Leggendo i verbali, sembra infatti che gli esperti fossero particolarmente preoccupati della possibilità che il virus si diffondesse nel continente africano, con un caso individuato in Egitto e lo scarso funzionamento delle misure di contenimento nei Paesi asiatici.

Il 15 febbraio appare un tema su cui è poi discusso per mesi e che ancora oggi solleva forti critiche nei confronti del ministro Speranza. Quel giorno la task force aveva infatti posto il problema di aggiornare il piano nazionale contro una pandemia influenzale, che non veniva rivisto dal 2009, decidendo di iniziare l’aggiornamento il 18 febbraio. Il piano era comunque già stato citato il 29 gennaio, con il direttore Ippolito che consigliava di adeguarlo seguendo le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Il 17 febbraio – a pochi giorni dai primi casi di trasmissione locale in Italia – Speranza spiegava che si dovesse aumentare l’utilizzo di gel disinfettante nei luoghi più affollati. C’era lo spettro che si dovessero disporre misure «più drastiche», ritenute in quel momento però non opportune.

Arriva il “paziente zero”

Siamo così giunti al 21 febbraio, con la task force operativa ormai da circa un mese. È il giorno del cosiddetto “paziente zero”, il primo vero caso di positività riscontrato in Italia. Si trattava di un trentottenne di Codogno, Mattia Maestri, che dopo essere stato il 18 e 19 febbraio al pronto soccorso fu ricoverato in terapia intensiva.

In quel giorno i membri della task force ripeterono varie volte le stesse informazioni, ognuno aggiungendo un pezzo. Brusaferro evidenziava per esempio come anche la moglie e un amico di Maestri si fossero contagiati e che quest’ultimo avesse cenato con una persona tornata dalla Cina. L’Agenzia regionale emergenza urgenza (Areu) della Lombardia invece sosteneva che l’amico avrebbe potuto essersi contagiato mentre faceva jogging insieme a Maestri.

L’Iss suggeriva così di chiudere le scuole, mentre il ministro Speranza proponeva una più mite chiusura dell’azienda dove lavorava il contagiato. Angelo Borrelli, della Protezione civile, spiegava che si stessero censendo le strutture alberghiere, con la necessità di trovare una struttura di isolamento.

In generale, quello che emerge dai verbali è che ci fosse molta confusione su come fare il tracciamento dei contatti. Era evidente che non si fosse preparati a questa eventualità. Viene annunciato l’isolamento di diversi contatti di Maestri, come gli operatori sanitari, ma il quadro dei partecipanti alla riunione è tutto fuorché chiaro.

L’incontro del 21 febbraio è terminato con la discussione su un italiano da rimpatriare da Tokyo, in Giappone. Sarà l’ultimo tema affrontato dalla task force, che passerà le sue funzioni al Comitato tecnico scientifico (Cts), istituito due settimane prima.

In conclusione

I verbali della task force istituita a gennaio 2020 per affrontare l’emergenza coronavirus – e rimasta in funzione fino al 21 febbraio 2020 – evidenziano in generale una bassa preoccupazione su un possibile arrivo dell’epidemia in Italia e una generale sottovalutazione del rischio.

All’inizio c’è molta preoccupazione per i voli, ma non per il controllo dei confini terrestri. Si riteneva che il virus non circolasse nel nostro Paese, nonostante non si facessero test per cercarlo, e che i sintomi fossero confondibili con quelli di altre malattie. Quando poi si è riscontrato il primo contagio di Codogno, il 21 febbraio, è diventato evidente come non ci fosse un protocollo per il tracciamento dei contatti. In generale, dai verbali emerge che c’era molta confusione su cosa si dovesse fare per contenere l’arrivo dell’epidemia.

di Lorenzo Ruffino

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