Il paragone di Vannacci tra immigrati e Longobardi fa acqua da tutte le parti

Secondo il leader di Futuro Nazionale, nel Medioevo il popolo germanico si integrò con la popolazione italiana meglio degli immigrati attuali. Il confronto però non ha senso
Roberto Vannacci a In Onda su La7 – Fonte: video YouTube di Punto Italia
Roberto Vannacci a In Onda su La7 – Fonte: video YouTube di Punto Italia
Il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci non è nuovo ad avventurarsi in ricostruzioni storiche per sostenere le proprie posizioni politiche. In passato, per esempio, ha sostenuto che nel nazismo ci fosse un chiaro riferimento al socialismo, una ricostruzione smentita dagli storici. Più di recente, Vannacci è tornato a usare la storia per parlare di un tema a lui molto caro: l’immigrazione.

Il 12 luglio, ospite a In Onda su La7, Vannacci ha paragonato l’immigrazione di oggi in Italia all’arrivo dei Longobardi nella penisola italica, iniziato nel VI secolo. «L’invasione più grande che ha subito l’Italia è stata quella dei Longobardi, che – guarda caso – ha raggiunto al massimo il 4 per cento della popolazione autoctona dello Stivale», ha affermato (min. 7:45) il generale. Subito dopo, Vannacci ha confrontato quel dato con la presenza straniera oggi in Italia, sostenendo che siamo «al 10 per cento» e che il tasso di «stranieri non autoctoni» sarebbe quindi «più che raddoppiato», rispetto all’esempio dei Longobardi.

Al di là dei numeri, il leader di Futuro Nazionale ha aggiunto che i Longobardi si sarebbero assimilati alla popolazione locale e convertiti «immediatamente» al cristianesimo, a differenza – lascia intendere il suo ragionamento – di quanto avverrebbe oggi con l’immigrazione in Italia.

Abbiamo verificato queste affermazioni interpellando diversi storici. In breve, secondo gli esperti sentiti da Pagella Politica, il paragone proposto da Vannacci non sta in piedi. Anzi, oltre a mettere insieme fenomeni storici molto diversi, su alcuni punti il confronto finisce persino per giocare a sfavore della tesi del generale. Vediamo perché.

Gli stranieri oggi in Italia

Innanzitutto, prima di entrare nel dettaglio del paragone con i Longobardi, è utile chiarire a quale dato si riferisce Vannacci quando parla del «10 per cento» di stranieri oggi presenti in Italia.

Secondo l’Istat, al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti in Italia erano 5 milioni e 560 mila, in aumento di 188 mila unità rispetto all’anno precedente. La loro incidenza sulla popolazione totale era quindi pari al 9,4 per cento, una cifra abbastanza vicina a quella citata dal generale, che si può quindi considerare un arrotondamento del dato più aggiornato disponibile. 

Questo dato, però, va letto con attenzione. «All’interno di questo 9 per cento circa di stranieri, la metà riguarda persone provenienti da Paesi sviluppati, mentre l’altra metà proviene da Paesi in via di sviluppo», ha spiegato a Pagella Politica Irene Barbiera, professoressa di Demografia all’Università di Padova, i cui temi di ricerca riguardano anche la storia del mondo medievale. In altre parole, la categoria degli stranieri residenti è più ampia e varia di quella citata da Vannacci.

Va chiarito poi che il dato dell’Istat misura la cittadinanza, non l’origine delle persone. Tra gli stranieri residenti rientrano infatti i cittadini non italiani e le persone apolidi che vivono abitualmente in Italia. Sono quindi conteggiate anche le persone con cittadinanza straniera nate nel nostro Paese, mentre restano fuori dal dato quelle di origine straniera che però nel frattempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana.

Questo punto è importante perché Vannacci usa l’espressione «stranieri non autoctoni», che non coincide con le categorie Istat. Le statistiche ufficiali non misurano “l’autoctonia” – cioè, il fatto di essere originari di un determinato territorio – né l’origine familiare o l’appartenenza culturale delle persone, ma la loro cittadinanza. Molte persone, soprattutto giovani, sono autoctone ma non hanno la cittadinanza italiana, mentre molti cittadini italiani sono cresciuti fuori dall’Italia e quindi non sono autoctoni.

Quanto pesavano davvero i Longobardi

Chiarito che cosa misura il dato sugli stranieri residenti oggi, bisogna vedere quanto pesassero davvero i Longobardi sulla popolazione della penisola.

Secondo uno studio scientifico pubblicato nel 2024 da Barbiera e Gianpiero Dalla Zuanna, anche lui professore di Demografia all’Università di Padova, i Longobardi arrivati in Italia a partire dal 568 d.C. erano circa 100-150 mila. Nelle aree dove erano più concentrati, secondo le stime più autorevoli, potevano arrivare al 5-8 per cento della popolazione locale. Queste percentuali vanno però lette nel loro contesto. «Sono stime ragionevoli», ha detto a Pagella Politica Dalla Zuanna. «Il problema però è che i Longobardi erano concentrati in alcune zone e quasi assenti in altre, per esempio nell’Italia Meridionale». Per questo, una stima riferita alle aree di maggiore presenza longobarda non può essere estesa automaticamente all’intero territorio italiano.

Nel complesso, la popolazione della penisola italica nel VI secolo è stimata intorno ai 9-10 milioni di abitanti. Sull’intero territorio dell’epoca, dunque, i Longobardi rappresentavano poco più dell’1 per cento della popolazione. In questo senso il dato citato da Vannacci, secondo cui i Longobardi avrebbero raggiunto «al massimo il 4 per cento» della popolazione autoctona dello «Stivale», può dare l’idea di un ordine di grandezza a livello locale, ma non descrive il loro peso complessivo sulla popolazione della penisola.

Quello che i dati non dicono

Al di là delle percentuali, il punto centrale è capire se il confronto tra i Longobardi e l’immigrazione contemporanea abbia senso. Secondo gli esperti sentiti da Pagella Politica, il paragone mette insieme fenomeni storici troppo diversi.

La prima differenza riguarda la natura stessa dell’arrivo dei Longobardi. Non siamo davanti a una presenza straniera dentro uno Stato già formato, come nel caso degli stranieri residenti oggi in Italia. «Quella dei Longobardi fu un’invasione: conquistarono terre, presero proprietà e fondarono un regno», ha spiegato a Pagella Politica Sandro Carocci, professore di Storia medievale all’Università di Roma “Tor Vergata”. «Non arrivarono in qualità di lavoratori, come oggi, ma come classe dirigente».

Per questo, secondo Carocci, il confronto con l’immigrazione contemporanea è improprio: l’arrivo dei Longobardi cambiò i rapporti di potere nella penisola e portò all’affermazione di un nuovo gruppo dominante.

La questione dell’assimilazione

Un altro punto critico riguarda l’assimilazione dei Longobardi. Vannacci ha sostenuto che il popolo germanico si sarebbe assimilato alla popolazione locale e convertito «immediatamente» al cristianesimo. Anche in questo caso, la ricostruzione è imprecisa.

I Longobardi non arrivarono in Italia come un popolo estraneo al cristianesimo. «Erano già cristiani quando arrivarono nella penisola», ha spiegato Carocci. «Solo che non erano cattolici, ma ariani». L’arianesimo era una dottrina cristiana considerata eretica dalla Chiesa cattolica, diffusa tra diversi popoli germanici, tra cui i Longobardi. Dunque non si può dire che si convertirono subito al cristianesimo: il passaggio importante fu quello, più lento, verso il cattolicesimo della popolazione locale.

Anche l’assimilazione richiese tempo. Al momento dell’invasione, i Longobardi conservarono molti tratti della loro cultura e della loro organizzazione. Il loro avvicinamento alla popolazione locale avvenne gradualmente, anche attraverso il passaggio al cattolicesimo e, più avanti, l’abbandono della lingua longobarda. Nel processo ebbero un ruolo anche le istituzioni già presenti nella penisola. Come ha spiegato Dalla Zuanna, i Longobardi «dovettero appoggiarsi all’organizzazione amministrativa ereditata dal mondo romano».

Detto ciò, «neanche la popolazione italiana era così omogenea dal punto di vista religioso», ha spiegato Barbiera. «La conversione dei Longobardi fu un processo lento, avvenuto nel corso di circa un secolo». L’integrazione, quindi, non fu il risultato di una conversione immediata o di un’assimilazione spontanea, ma di un processo lungo, legato ai rapporti di potere, alla religione, alla lingua e alle istituzioni.

Un possibile autogol

Anche prendendo sul serio il confronto con i Longobardi, il paragone non sembra andare nella direzione suggerita da Vannacci. Secondo gli esperti sentiti da Pagella Politica, il punto non è solo quanti fossero i Longobardi, ma quale ruolo ebbero nei territori in cui arrivarono.

Come abbiamo visto, i Longobardi entrarono nella penisola come gruppo dominante, conquistando territori e cambiando gli equilibri di potere. Per rendere l’idea della distanza con l’immigrazione contemporanea, Carocci ha fatto questo esempio: «È come se oggi arrivassero gruppi di persone musulmane e noi iniziassimo a usare le loro leggi». 

Secondo Carocci, inoltre, se si cerca un precedente storico per grandi movimenti di popolazione verso la penisola, il caso dei Longobardi non è il più adatto. Nei primi secoli dell’Impero romano, ha spiegato lo storico, la presenza in Italia di persone provenienti dal Mediterraneo orientale e dal Medio Oriente fu molto più rilevante. «Se si vuole fare un paragone con l’immigrazione, bisognerebbe guardare ai primi secoli dopo Cristo. Quello che probabilmente Vannacci considera l’epoca d’oro dell’Impero romano», ha detto Carocci.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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