Tajani cita studi sul vino che non ha capito bene

Il ministro degli Esteri parla di un primato dell’Italia, ma omette che nel 2025 le esportazioni sono diminuite
ANSA
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Il 9 aprile il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato sui social l’andamento del settore vitivinicolo italiano, citando alcuni dati sulla produzione e sull’export di vino. In un post pubblicato su X, Tajani ha rivendicato la solidità del commercio italiano sui mercati internazionali. «Il saper fare italiano cresce e primeggia in tutto il mondo. Nonostante i dazi le nostre esportazioni continuano a crescere e fanno dell’Italia la quinta potenza commerciale», ha scritto.

Nel post è presente anche una grafica con alcuni numeri sul vino italiano. In particolare, si legge che «l’Italia è prima per la produzione di vini al mondo» e che nel 2025 l’export del settore ha raggiunto «7,8 miliardi» di euro, presentato come un risultato positivo.
Ma è davvero così? In breve: Tajani cita correttamente alcuni dati contenuti in un recente report sul settore, ma li presenta in modo parziale, dando l’idea di una crescita delle esportazioni che il documento non evidenzia. Il report segnala invece una contrazione dell’export rispetto all’anno precedente.

Che cosa dice il report

Come si legge nel post pubblicato da Tajani, il ministro degli Esteri ha fatto riferimento con tutta probabilità al report “Focus On – Vino”, pubblicato lo stesso giorno da SACE, società assicurativo-finanziaria controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che analizza anche l’andamento del commercio internazionale del vino italiano.

Secondo il report, nel 2025 l’Italia è stata il primo produttore mondiale di vino, con 47,3 milioni di ettolitri, davanti a Francia (35,9) e Spagna (29,4). Il documento evidenzia inoltre che il nostro Paese continua a occupare una posizione di primo piano nel commercio internazionale del settore, confermandosi al secondo posto, dopo la Francia, tra i maggiori esportatori di vino al mondo. L’analisi di SACE mostra anche come il vino italiano sia fortemente orientato ai mercati esteri. Gli Stati Uniti restano il principale Paese di destinazione, seguiti da Germania e Regno Unito, mentre gli spumanti hanno contribuito in modo significativo alla crescita delle esportazioni negli ultimi anni.

Allo stesso tempo, il report segnala che il contesto internazionale è diventato più incerto. Negli ultimi due anni il consumo mondiale di vino ha registrato una lieve diminuzione – pari a circa lo 0,7 per cento – mentre la domanda risente di diversi fattori, tra cui l’incertezza economica e le tensioni commerciali. Tra le possibili criticità del settore ci sono l’aumento dei costi dell’energia e dei fertilizzanti, gli effetti del cambiamento climatico e i nuovi dazi, in particolare sul mercato statunitense, che rappresenta uno dei principali sbocchi per il vino italiano.

Fin qui, quindi, il post di Tajani richiama correttamente alcuni elementi presenti nel report, come il primato produttivo dell’Italia e il ruolo di rilievo del settore sui mercati internazionali. Il punto critico riguarda però l’interpretazione di questi dati.

Il dato di 7,8 miliardi

Nel report di SACE si legge che nel 2025 l’export italiano di vino ha raggiunto i 7,8 miliardi di euro. Si tratta di un valore elevato, che conferma il peso del settore nel commercio estero italiano. Preso da solo, questo dato può sembrare coerente con la lettura proposta da Tajani. Tuttavia, il report non lo presenta come il segnale di una crescita delle esportazioni, come si potrebbe pensare dal post del ministro degli Esteri. 

Al contrario, il documento chiarisce che il 2025 «non è stata una “buona annata” per il comparto». In particolare, si legge che «l’export di vini, infatti, si è contratto del 3,7 per cento raggiungendo i 7,8 miliardi di euro». Il dato citato nella grafica diffusa dal ministro rappresenta quindi il risultato di una diminuzione rispetto all’anno precedente, non di un aumento. Secondo SACE, il calo ha riguardato diverse categorie di prodotto. Il documento evidenzia che «nessuna tipologia è stata esente dal segno negativo», con una flessione particolarmente marcata per i vini rossi e rosé fermi, ma con segnali negativi anche per spumanti, vini bianchi e vini frizzanti. In altre parole, la contrazione non è limitata a una singola categoria, ma riflette una dinamica più ampia del settore.

Il report collega questa dinamica anche a un contesto internazionale meno favorevole. Come già ricordato, negli ultimi due anni «il consumo di vino negli ultimi due anni, infatti, è diminuito in media dello 0,7 per cento», mentre tra i fattori di incertezza per il futuro vengono citate «le possibili tariffe sui principali mercati di destinazione, in particolare quello statunitense».

In sostanza, il dato dei 7,8 miliardi conferma la posizione di rilievo dell’Italia nel mercato internazionale del vino, ma non dimostra una crescita recente dell’export, ed è anzi il risultato di una contrazione delle esportazioni. 

La parte che Tajani omette

Insomma, il problema del post di Tajani non riguarda l’accuratezza dei numeri citati, ma il modo in cui vengono presentati. Il messaggio diffuso dal ministro lascia intendere che le esportazioni del vino siano in aumento, «nonostante i dazi». L’analisi di SACE offre invece un quadro più articolato: il vino italiano resta competitivo sui mercati internazionali, ma il 2025 è stato un anno di calo delle esportazioni.

Secondo il report, questa flessione si inserisce in un contesto internazionale meno favorevole. SACE evidenzia infatti che negli ultimi due anni il consumo globale di vino è diminuito e che la domanda risente di diversi fattori di incertezza. Tra questi vengono citati anche i possibili effetti delle tariffe commerciali, in particolare sul mercato statunitense, che rappresenta il principale Paese di destinazione del vino italiano.

Il documento, quindi, non mette in discussione la rilevanza del settore né il ruolo dell’Italia nel commercio internazionale del vino, ma segnala allo stesso tempo un rallentamento recente dell’export rispetto all’anno precedente. Questo elemento non emerge dalla grafica pubblicata sui social del ministro, che cita i dati senza inserirli nel giusto contesto. 

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