Tajani sbaglia: in Europa c’è già chi tassa gli extraprofitti sul petrolio

Il ministro degli Esteri l’ha definita una misura «da cultura comunista», ma ci sono già Paesi che la applicano e sono tutti guidati da alleati di Forza Italia
ANSA
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Il 1° settembre, in un’intervista al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Forza Italia) ha parlato di molti temi, dall’immigrazione alla politica europea, fino alle tensioni nella maggioranza sulle misure contro il caro energia.

Tra queste c’è la proposta della Lega di tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere, a cui Forza Italia è contraria. «Le grandi compagnie petrolifere devono dare una mano, ma il loro aiuto deve essere frutto di un accordo», ha detto Tajani. Alla domanda se considerasse ancora la tassa sugli extraprofitti una «tassa sovietica», come aveva sostenuto il 26 agosto al Meeting di Rimini, il leader di Forza Italia ha risposto: «Sì, una tassa da cultura comunista, che in Europa non sta mettendo nessuno».

Al di là del giudizio politico, su quest’ultimo punto Tajani sbaglia. Secondo le verifiche di Pagella Politica ad oggi almeno due Paesi dell’Unione europea applicano già prelievi straordinari al settore petrolifero, mentre altri due hanno avviato quest’anno l’iter per introdurre nuove windfall tax, ossia tasse sui profitti eccezionali delle società energetiche. Inoltre, in tutti e quattro i casi si tratta di governi guidati da esponenti di centrodestra, che condividono con il partito di Tajani la stessa famiglia politica europea, il Partito Popolare Europeo (PPE). 

Andiamo a vedere quali sono e come funzionano queste misure.

Il precedente UE

Innanzitutto, a differenza di quanto possano suggerire le parole di Tajani, le tasse sugli extraprofitti delle società energetiche non sono una novità in Europa.

Nell’ottobre 2022, durante la crisi energetica a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea aveva approvato un regolamento con una serie di misure contro il caro energia. Tra le misure c’era un «contributo di solidarietà temporaneo obbligatorio» sui profitti “extra” delle imprese attive nei settori del petrolio greggio, del gas naturale, del carbone e della raffinazione. Gli Stati membri dovevano introdurre questo prelievo oppure una misura nazionale equivalente.

Il contributo si applicava agli utili imponibili del 2022, del 2023 oppure di entrambi gli anni, per la parte che superava di oltre il 20 per cento la media registrata tra il 2018 e il 2021, i cosiddetti «utili eccedenti». L’aliquota minima era fissata al 33 per cento e il prelievo si aggiungeva alle imposte già previste nei singoli Paesi. La misura era temporanea, visto che il regolamento si applicava fino al 31 dicembre 2023, e quel meccanismo europeo oggi non è più in vigore. Questo non significa però che nessun Paese dell’Unione europea tassi i guadagni straordinari del settore energetico, come sostenuto dal ministro degli Esteri. Alcuni Stati hanno infatti mantenuto o introdotto autonomamente prelievi simili.

Il caso dell’Ungheria

Il caso che più chiaramente smentisce le parole di Tajani è quello dell’Ungheria, guidata dal maggio 2026 dal primo ministro di centrodestra Péter Magyar. Il suo partito, Tisza, fa parte peraltro del gruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo, lo stesso di Forza Italia. 

Nel Paese è rimasta in vigore pure quest’anno una tassa legata alla differenza di prezzo tra il Brent, il greggio usato come riferimento sui mercati internazionali, e il petrolio russo. Grazie a un’eccezione alle sanzioni europee, l’Ungheria può infatti ancora importare greggio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, da cui le forniture sono proseguite anche quest’anno. La Banca centrale ungherese ha spiegato che la tassa era del 95 per cento sulla parte della differenza tra il prezzo del Brent e quello del greggio Urals oltre i 5 dollari al barile.

Non solo, perché a luglio l’Ungheria ha ampliato il prelievo. Il Parlamento ha approvato una legge che, a partire da agosto di quest’anno, tassa al 50 per cento la parte del divario di prezzo compresa tra 2 e 5 dollari al barile e al 95 per cento quella superiore a 5 dollari. La stessa legge ha prorogato il prelievo anche al 2027. La Commissione europea ha inoltre segnalato che nel 2026 l’Ungheria ha mantenuto diverse tasse straordinarie su singoli settori, compreso quello energetico.

È quindi sbagliato sostenere che nessun Paese europeo stia applicando tasse straordinarie sugli utili o sui margini del settore petrolifero: l’Ungheria non solo ne applica una, ma l’ha ampliata e prorogata poche settimane prima delle parole di Tajani.

Il “contributo di solidarietà” rumeno

Quello dell’Ungheria, peraltro, non è il solo caso all’interno dell’Unione europea. Ad aprile il governo rumeno, guidato dal primo ministro di centrodestra Ilie Bolojan, ha introdotto un «contributo di solidarietà» per alcune imprese del settore petrolifero, nel contesto della crisi del mercato petrolifero e dell’aumento dei prezzi dei carburanti. Bolojan è peraltro esponente del Partito Nazionale Liberale (PNL), che – come per il partito di Magyar in Ungheria – fa parte del Partito Popolare Europeo insieme a Forza Italia. In ogni caso, il prelievo era legato alla situazione di crisi dichiarata dal governo, inizialmente prevista fino al 30 giugno.

Ma ad agosto il prelievo è tornato. Una nuova legge, entrata in vigore il 7 agosto, ha introdotto un «contributo sui ricavi eccezionali» per alcune compagnie che estraggono petrolio in Romania e lo vendono o lo utilizzano per produrre carburanti. La misura si applica durante la situazione di crisi, al momento prevista fino al 31 ottobre. 

Il contributo scatta quando il prezzo medio mensile del Brent supera i 70 dollari al barile o quello internazionale del gasolio supera i 630 dollari per tonnellata. Per le compagnie che estraggono e vendono direttamente il greggio, il prelievo è del 60 per cento sulla parte del prezzo di vendita oltre i 70 dollari al barile. Per le raffinerie, invece, l’aliquota varia in base ai prezzi internazionali di Brent e gasolio, dall’1,5 fino all’11,9 per cento.

Il sistema rumeno quindi non è una classica tassa sugli utili delle imprese, ma colpisce direttamente una parte dei ricavi legati all’aumento dei prezzi del petrolio e dei carburanti.

Le proposte di Portogallo e Polonia

Ci sono poi altri due Paesi che nel corso del 2026 hanno proposto nuove tasse sugli extraprofitti del settore petrolifero, anche se in entrambi i casi le misure non sono ancora entrate in vigore.

A fine luglio il governo portoghese – guidato dal primo ministro di centrodestra Luís Montenegro, leader del Partito Social Democratico (PSD) che fa parte del PPE insieme a Forza Italia – ha approvato un «contributo temporaneo di solidarietà» per le imprese attive nel petrolio greggio e nella raffinazione. La proposta prevede un’aliquota del 33 per cento sulla parte degli utili del 2026 che supera di oltre il 20 per cento la media registrata nel 2024 e nel 2025. Ad oggi, però, la misura non è entrata in vigore perché deve essere ancora approvata dal Parlamento.

Anche il governo polacco del primo ministro Donald Tusk – leader di Piattaforma Civica, anch’essa nel Partito Popolare Europeo – ha proposto una windfall tax temporanea sulle imprese che producono carburanti o li importano dall’estero. Il prelievo sarebbe del 60 per cento sulla parte dei ricavi che supera una soglia calcolata sulla base del margine medio registrato nel 2025, aumentato del 20 per cento. In questo caso, il Parlamento ha approvato la legge, ma il 24 luglio il presidente Karol Nawrocki l’ha inviata alla Corte costituzionale prima di firmarla, anche per i dubbi sulla sua applicazione retroattiva. Al 1° settembre, quindi, la tassa non è ancora entrata in vigore.

La richiesta (anche) dell’Italia

C’è poi un ultimo elemento che riguarda direttamente il governo di cui Tajani fa parte. Il 21 agosto Italia, Germania, Austria, Portogallo, Polonia e Spagna hanno chiesto alla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea di discutere un meccanismo comune per tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Nella lettera, i sei governi propongono di riprendere l’esperienza del 2022 e di valutare come includere anche i profitti realizzati all’estero dalle multinazionali del petrolio.

Nel complesso, dunque, la dichiarazione di Tajani è sbagliata. Oggi non esiste una nuova tassa comune dell’Unione europea e i prelievi introdotti nel 2022 erano temporanei. Tuttavia, alcuni Paesi si sono mossi comunque in questa direzione: al 1° settembre Ungheria e Romania applicano già prelievi straordinari sul settore petrolifero, mentre Portogallo e Polonia hanno proposto nel 2026 nuove tasse sui guadagni eccezionali delle imprese del settore.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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