No, con Meloni non abbiamo perso un mese di stipendio all’anno

Lo ha sostenuto il leader di Sinistra Italiana Fratoianni, ma i dati più aggiornati raccontano una situazione diversa
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Il 26 settembre il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ha pubblicato un post sui social per commentare la situazione economica italiana. Fratoianni ha criticato l’operato del governo di Giorgia Meloni sul fronte del lavoro, sostenendo che da quando il centrodestra è al governo gli italiani hanno perso «una mensilità di stipendio» ogni anno. A dimostrazione di ciò, il segretario di Sinistra Italiana ha riportato il titolo di un articolo scritto dall’economista Tito Boeri pubblicato lo stesso giorno da Repubblica: «L’inflazione si è mangiata un pezzo dei salari: il potere d’acquisto giù del 10 per cento».
Ma è vero che da quando il governo Meloni è in carica gli italiani hanno perso uno stipendio all’anno? In breve: no, i dati ufficiali più aggiornati sulle retribuzioni nel nostro Paese e sull’andamento dell’inflazione dicono un’altra cosa. Tra l’altro un’accusa simile a quella di Fratoianni era stata fatta dal Partito Democratico a novembre 2025, ma pure in quel caso si trattava di un’affermazione fuorviante.

A che cosa si riferisce Fratoianni

Innanzitutto, è bene separare l’affermazione fatta da Fratoianni nel post dall’articolo pubblicato da Repubblica, perché come vedremo si riferiscono a questioni diverse. 

Partiamo dall’affermazione di Fratoianni, secondo cui ogni anno con il governo Meloni abbiamo perso «una mensilità di stipendio». Innanzitutto, una mensilità di stipendio su dodici corrisponde all’8,3 per cento del reddito annuo. In pratica, se l’affermazione di Fratoianni fosse corretta, le retribuzioni reali – cioè la variazione della retribuzione al netto dell’inflazione – dovrebbe essere diminuite all’incirca dell’8 per cento in ciascun anno dal 2023 in poi. Il governo Meloni si è infatti insediato il 22 ottobre 2022. 

Per verificare ciò occorre guardare come sono cambiati due indici rilevati dall’ISTAT, ossia l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie e l’indice dei prezzi al consumo (IPCA). L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie misura le retribuzioni fissate dai contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), cioè dei salari orari stabiliti dalle tabelle contrattuali per ciascun settore, riferiti ai dipendenti esclusi i dirigenti e al netto di alcune voci, come gli straordinari e i premi aziendali. L’IPCA è invece l’indicatore usato per confrontare in modo uniforme l’inflazione tra i diversi Stati membri dell’Unione europea, e rappresenta il riferimento per la contrattazione collettiva. È “armonizzato” perché tutti i Paesi lo calcolano seguendo le stesse regole stabilite da Eurostat: stesse categorie di beni, stessi criteri di rilevazione e ponderazione. Ed è usato dall’ISTAT per calcolare le retribuzioni in termini reali, cioè per misurare quanto il valore delle paghe contrattuali cambia una volta tenuto conto dell’aumento dei prezzi.

Andando con ordine, secondo ISTAT nel 2023 – primo anno in cui era in carica il governo Meloni – le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 2,9 per cento rispetto al 2022, mentre l’IPCA era aumentato del 5,9 per cento. In pratica, nel 2023 la perdita reale delle retribuzioni rispetto al 2022 era stata del 3 per cento, dunque meno dell’8 per cento corrispondente a una mensilità.

Nel 2024 la tendenza si è invertita. Sempre secondo ISTAT, due anni fa le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1 per cento, mentre l’inflazione era aumenta di circa 1,1 per cento. All’epoca, lo stesso istituto di statistica aveva affermato che nel 2024 «le retribuzioni contrattuali, dopo due anni di marcato arretramento in termini reali, fanno registrare un primo sensibile miglioramento». Anche l’anno scorso le retribuzioni contrattuali sono salite del 3,1 per cento, contro un’inflazione dell’1,7 per cento. Dunque, nel 2025, per il secondo anno consecutivo ISTAT ha registrato un recupero in termini reali delle retribuzioni. 

Il dato che si avvicina di più a una perdita di circa una mensilità di stipendio si era registrato nel 2022, quando le retribuzioni contrattuali erano aumentate dell’1,1 per cento rispetto al 2021, ma l’inflazione era stata di circa 8,7 per cento, con una perdita di 7,6 punti percentuali in termini di retribuzioni reali. Questa perdita però non può essere imputabile alle politiche del governo Meloni, dato che il governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia è entrato in carica solo a ottobre 2022, quando quasi tutta quella perdita era già stata maturata. Tra l’altro, all’epoca l’ISTAT attribuiva l’erosione dei salari al rapido aumento dell’inflazione iniziata già nella seconda metà del 2021, quando al governo c’era Mario Draghi.

In pratica secondo i dati più aggiornati di ISTAT, da quando è in carica il governo Meloni le retribuzioni italiane sono calate in termini reali solo nel 2023, mentre nel 2024 e nel 2025 sono stati registrati dei lievi aumenti.  

Un confronto più ampio

Non è vero dunque che ogni anno gli italiani hanno perso un mese di stipendio, come sostenuto da Fratoianni. Il leader di Sinistra Italiana potrebbe aver fatto riferimento comunque a un confronto fatto da ISTAT nell’ultimo rapporto annuale pubblicato a maggio 2026. A un certo punto in questo rapporto si legge che «l’andamento delle retribuzioni contrattuali, superiore al tasso di inflazione, ha permesso per il secondo anno consecutivo di realizzare un recupero in termini reali, sebbene alla fine del 2025 la perdita di potere di acquisto rispetto al 2019 rimanga ancora ampia (pari all’8,6 per cento)». 

L’ISTAT quindi ha affermato che, nonostante il recupero degli ultimi due anni, alla fine del 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali risultava ancora inferiore dell’8,6 per cento rispetto al 2019. Questa percentuale corrisponde effettivamente a circa una mensilità di stipendio su dodici, ma non significa che gli italiani abbiano perso uno stipendio all’anno, come suggerito da Fratoianni, perché la perdita è avvenuta nell’arco di sei anni. 

Che cosa dice Boeri

Come anticipato, nel suo post Fratoianni ha portato a supporto della sua affermazione il titolo di un pezzo pubblicato da la Repubblica e scritto dall’economista Tito Boeri. 

Nel pezzo Boeri ha messo in dubbio alcune dei presunti risultati rivendicati da Fratelli d’Italia nel documento «Il governo + stabile, l’Italia + forte», pubblicato lo scorso 2 settembre in occasione del record di longevità del governo Meloni. L’economista ha scritto che, nonostante l’esultanza del governo per i propri risultati, in Italia «i salari hanno mediamente perso in questi anni quasi il 10 per cento del loro potere d’acquisto, eroso dall’inflazione».

Non è chiaro a quale periodo abbia fatto riferimento Boeri per sostenere questo calo, anche se è probabile che abbia fatto riferimento al dato segnalato da ISTAT nell’ultimo rapporto che abbiamo citato in precedenza. Ciò però non vuol dire che per ogni singolo anno del governo Meloni ci sia stato calo delle retribuzioni reali degli italiani pari a una mensilità.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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