Il mandato di Schlein alla guida del PD sta per scadere

Per la prima volta il partito deve valutare se applicare alla lettera lo statuto, che impone di rinnovare il segretario ogni quattro anni, o rimandare a dopo le elezioni politiche
ANSA/FABIO CIMAGLIA
ANSA/FABIO CIMAGLIA
Tra pochi giorni il futuro del Partito Democratico e della sua segretaria Elly Schlein potrebbe cambiare radicalmente, oppure no. Il prossimo 12 settembre infatti è la data in cui il PD, almeno stando allo statuto, dovrebbe stabilire quando si terranno le prossime elezioni interne per il rinnovo della segreteria nazionale. Il motivo? L’attuale segretaria Elly Schlein, insediatasi ufficialmente il 12 marzo 2023, è la più longeva della storia ed è vicina a completare il suo mandato, che secondo lo statuto dura per al massimo quattro anni e che, nel suo caso, si concluderà ufficialmente il 12 marzo 2027. 

Per il PD quindi si aprirà nei prossimi giorni una situazione inedita: secondo lo statuto, entro sei mesi dalla data in cui scade il mandato del segretario, il presidente dell’Assemblea nazionale deve stabilire quando si terranno le elezioni interne per l’elezione del nuovo segretario. E, se si fanno due conti, la data in cui il presidente dell’Assemblea nazionale dovrebbe prendere questa decisione è proprio il prossimo 12 settembre. 

Il punto qui è che il PD non sembra discutere apertamente di questa situazione, effettivamente un po’ tecnica, ma che apre a una questione non da poco per il partito: il mandato di Schlein scade ufficialmente a marzo 2027, lo statuto impone che si facciano nuove elezioni interne ma, visto la scadenza del mandato, queste elezioni potrebbero cadere nello stesso periodo delle prossimi elezioni politiche nazionale, che secondo gli osservatori potrebbero tenersi nella primavera del prossimo anno. La coincidenza creerebbe un problema per il PD visto che, se le elezioni politiche si tenessero in primavera, Schlein e il suo partito potrebbero trovarsi a dover fare due campagne elettorali allo stesso tempo: una interna, per il congresso, e una nella coalizione di centrosinistra per la scelta del leader del cosiddetto “campo largo”, cioè l’alleanza tra PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e, almeno per ora, Italia Viva e Più Europa. 

Secondo fonti di Pagella Politica all’interno del PD, la strada più plausibile è che il partito decida di prorogare il mandato di Schlein oltre la scadenza del 12 marzo 2027 e celebrare il congresso dopo le elezioni politiche. Oltre alla coincidenza elettorale, a frenare la possibilità di celebrare il congresso nei tempi previsti dallo statuto c’è il fatto che la minoranza interna non ha di fatto nessuna personalità al momento pronta per contendere a Schlein la guida del partito. 

Uno statuto derogabile

Partiamo da che cosa prevede nel dettaglio lo statuto del PD. Lo statuto stabilisce che il mandato del segretario, cioè la guida politica del partito, dura al massimo quattro anni. Sei mesi prima della scadenza del mandato, il Presidente dell’Assemblea nazionale – al momento Stefano Bonaccini – indice l’elezione per il rinnovo dell’Assemblea e del nuovo segretario. L’Assemblea nazionale è l’organo che raccoglie i vertici del partito e ne stabilisce la linea politica insieme al segretario nazionale. Tra i membri dell’assemblea ci sono 600 rappresentanti locali, che sono eletti insieme al segretario con le primarie, nelle liste presentate dai candidati alla segreteria a livello regionale. Dunque, come anticipato, il mandato di Schlein scade il 12 marzo 2027 ed entro il prossimo 12 settembre Bonaccini dovrebbe indire il nuovo congresso. 

Si tratta di una situazione mai vista nella storia del PD, visto che tutti i segretari precedenti a Schlein non hanno mai concluso il loro mandato a scadenza naturale, ma si sono dimessi prima. Al momento Schlein è alla guida del PD da 1.277 giorni, mentre al secondo posto tra i segretari più longevi c’è Pier Luigi Bersani, in carica per 1.260 giorni e dimessosi in anticipo ad aprile 2013, dopo la mancata elezione di Romano Prodi come presidente della Repubblica. Al terzo posto c’è invece Matteo Renzi, che al suo primo mandato è stato in carica per 1.162 giorni e si è dimesso quasi un anno prima della scadenza prevista. 

In ogni caso, secondo quanto hanno riferito fonti del PD lo statuto del partito è ampiamente derogabile. «Non penso che la dirigenza deciderà per celebrare il congresso nei tempi previsti dallo statuto, anche perché andiamo incontro alla campagna elettorale per le elezioni politiche. Ci sono i margini per poterlo rinviare prorogando il mandato di Schlein in via eccezionale», ha spiegato a Pagella Politica Giuditta Pini, già deputata del PD tra il 2013 e il 2022, che oggi fa parte della Commissione nazionale di garanzia del partito. La Commissione di garanzia del PD è, in sostanza, l’organo che tutela la legalità interna del partito: verifica che statuto, regolamenti e codice etico siano rispettati e decide sui ricorsi relativi alla vita interna del partito stesso. Riguardo alla possibilità di rinviare il congresso, Pini ha fatto riferimento all’articolo 55 dello statuto, una disposizione transitoria adottata in occasione del congresso del 2023. Questa prevedeva che «qualora eccezionali circostanze lo richiedano», ossia «in considerazione delle date in cui si terranno le elezioni regionali, e fermo restando il rispetto della fase costituente, la Direzione nazionale può stabilire modificazioni del calendario congressuale». La Direzione nazionale è uno degli organi politici centrali del PD e svolge tre funzioni principali: traduce in decisioni operative gli orientamenti dell’Assemblea nazionale; assume posizioni politiche mediante mozioni, ordini del giorno e risoluzioni; esercita inoltre un controllo politico sul segretario e sulla segreteria attraverso interpellanze e interrogazioni.

Pini ha comunque ribadito che si tratta di una situazione del tutto nuova per il PD. E infatti le versioni all’interno del partito su come derogare allo statuto per il prossimo congresso sono differenti. Secondo il senatore Walter Verini, storico esponente del partito, prima di un’eventuale decisione della Direzione nazionale sarebbe necessaria una decisione dell’Assemblea nazionale. «Credo che una ipotesi sia quella di convocare l’Assemblea, che potrebbe decidere di “prorogare” il mandato della segreteria, considerato il fatto che potrebbero essere prossime le primarie e non lontane le elezioni politiche. Se sarà questa l’ipotesi si può prevedere una assemblea che deciderà unitariamente se non unanimemente», ha detto a Pagella Politica Verini, che è considerato un esponente dell’area moderata del partito e che allo scorso congresso aveva sostenuto la candidatura di Stefano Bonaccini, poi sconfitto da Schlein alle primarie.

L’alternativa che non esiste

Dopo le primarie, lo stesso Bonaccini aveva fatto un accordo con Schlein, che gli ha permesso di diventare presidente del partito e ora è un sostenitore della sua linea politica. Il 7 settembre, in un’intervista al Corriere della Sera, alla domanda su una presunta opposizione di una parte del PD a Schlein ha risposto che il partito «è unito come non è mai stato». «Io e tutti coloro che mi avevano sostenuto al congresso crediamo di avere qualche merito. E se oggi anche le forze di opposizione sono unite, molto del merito va proprio a Elly Schlein», ha detto Bonaccini.

Stando alla linea di Bonaccini dunque, la minoranza interna al PD che si oppone a Schlein non esisterebbe di fatto o sarebbe comunque abbastanza ridimensionata. Eppure una minoranza interna c’è. Oltre a Verini, tra coloro che fanno parte della minoranza interna ci sono figure di spicco come l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, l’ex capogruppo al Senato Simona Flavia Malpezzi, l’ex sindaco di Torino Piero Fassino e l’ex portavoce di Matteo Renzi quando era presidente del Consiglio, il senatore Filippo Sensi. Da quanto Schlein è segretaria del PD, questi esponenti della minoranza del partito hanno contestato in più occasioni la volontà di Schlein di consolidare l’alleanza con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, oltre a una linea troppo tiepida sul sostegno all’Ucraina nella guerra contro la Russia. 

Nonostante le critiche a Schlein, nemmeno la minoranza del PD sembra intenzionata a chiedere che il congresso sia fatto nei tempi previsti dallo statuto. «Aspettiamo le indicazioni che arriveranno da Schlein e dalla dirigenza. Ora non abbiamo come priorità il congresso, ma di definire la strategia del partito in vista delle elezioni politiche. E quello che noi chiediamo è che prima di tutto si decida di fare le primarie per la scelta del leader della coalizione», ha detto a Pagella Politica un importante esponente della minoranza del PD, che ha preferito rimanere anonimo. 

Dietro alla volontà della minoranza di non spingere per anticipare il congresso sembra comunque esserci il fatto che non esiste per ora una figura in grado di contendere la leadership di Schlein. Basti pensare che Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e tra le figure più attive nel contestare la guida di Schlein, ha lasciato il PD a giugno, nonostante venisse accreditata come la principale contendente dell’attuale segretaria in un futuro congresso. Nel lasciare il PD, Picierno ha spiegato la sua decisione proprio alla luce del posizionamento del partito sulla guerra in Ucraina, considerato troppo appiattito sulle posizioni del Movimento 5 Stelle, da sempre critico sull’invio di aiuti militari al Paese invaso dalla Russia. Nelle settimane successive, Picierno ha fondato un proprio movimento, “Spazio Pubblico”, di stampo liberale ed europeista, che ha iniziato a dialogare soprattutto con Azione di Carlo Calenda, ponendosi come alternativa al campo largo.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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