La nuova polemica sulle basi statunitensi in Italia nasce da un equivoco

Dopo le parole del segretario generale della NATO, si è riacceso il dibattito sull’uso delle basi in cui si fa sempre confusione per via dei numerosi accordi in vigore
ANSA
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Negli ultimi giorni hanno fatto discutere le dichiarazioni del segretario generale della NATO Mark Rutte sull’utilizzo delle basi statunitensi in Italia durante l’operazione militare in Iran. Lo scorso 23 giugno, in un’intervista a Fox News, Rutte ha affermato che circa «500 velivoli statunitensi» erano decollati dalle basi statunitensi in Italia per sostenere l’operazione “Epic Fury”, condotta dagli Stati Uniti tra il 28 febbraio e il 7 aprile. Queste frasi hanno suscitato un’accesa polemica politica in Italia, con i partiti di opposizione che hanno chiesto al governo Meloni di fare chiarezza sulle frasi di Rutte. Nelle scorse settimane, infatti, il governo italiano, tramite in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto, aveva smentito l’uso delle basi italiane per la partenza di velivoli statunitensi con l’obiettivo di attaccare l’Iran. 

Subito dopo le affermazioni di Rutte, la NATO ha precisato che il segretario si riferiva a missioni di supporto tecnico e logistico, non a operazioni di combattimento. Anche il ministero della Difesa italiano ha ribadito che «sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», aggiungendo che quando sono state presentate richieste che andavano oltre questo ambito «l’Italia non ha concesso l’autorizzazione».

In ogni caso, le affermazioni di Rutte hanno riacceso un dibattito che torna periodicamente: gli Stati Uniti possono usare le installazioni militari presenti sul territorio italiano senza un’autorizzazione del governo o del Parlamento? La risposta è che, nella maggior parte dei casi, sì. Gli accordi che regolano la presenza delle forze armate americane in Italia consentono infatti una serie di attività ordinarie e di supporto logistico senza la necessità di una specifica autorizzazione politica. Diverso è il caso delle operazioni che esulano da questo perimetro, per le quali l’Italia può invece opporsi. 

Attività di supporto

L’impiego delle basi italiane per attività di supporto era già noto. Nei mesi scorsi diversi osservatori indipendenti avevano documentato il transito di aerei radar E-2D Hawkeye attraverso la base statunitensi di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, il decollo dalla base di Sigonella, in Sicilia, di droni MQ-4C Triton e velivoli Poseidon P-8 destinati alla sorveglianza dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico, oltre a numerosi voli cargo C-130, C-17 e C-5 impiegati per il trasporto di uomini e materiali verso il Medio Oriente.

Dalle basi italiane sono inoltre partiti aerei cisterna KC-46 e KC-135 e, prima dell’inizio delle ostilità, anche alcuni caccia F-16 diretti verso basi statunitensi nella regione. Anche i porti italiani hanno giocato un ruolo: il giornalista Sergio Scadura di Radio Radicale aveva segnalato la presenza nel porto di Augusta lo scorso 19 aprile del cacciatorpediniere americano Uss Bulkeley DDG-84, precedentemente impiegato nelle operazioni di attacco all’Iran.

Secondo il governo, tutte queste attività rientravano nelle normali funzioni consentite dagli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti e non richiedevano un’autorizzazione caso per caso.

Il caso Sigonella e gli accordi in vigore

Diverso è stato invece il caso dei bombardieri statunitensi che, nella notte tra il 27 e il 28 marzo, avrebbero dovuto fare scalo nella base di Sigonella prima di proseguire verso l’Iran. 

Secondo quanto riferito il 7 aprile in un’informativa alla Camera dal ministro della Difesa Guido Crosetto, l’Italia ha negato la possibilità dell’atterraggio perché non era stata presentata la richiesta di autorizzazione da parte degli Stati Uniti. Questa autorizzazione era necessaria in quanto la missione non avrebbe avuto natura logistica o di supporto, ma di attacco diretto alle forze iraniane. È il caso richiamato anche nella nota diffusa dal governo quando afferma che le richieste eccedenti il perimetro previsto dagli accordi non sono state approvate. Non sappiamo se quello di Sigonella sia stato l’unico caso in cui l’Italia ha negato le basi agli Stati Uniti, come sostiene invece il presidente Donald Trump.

Gran parte dell’equivoco nasce dal fatto che non esiste una regola unica valida per tutte le operazioni militari. Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, le modalità di utilizzo delle basi dipendono infatti dal tipo di missione prevista e dagli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Il quadro giuridico che disciplina la presenza statunitense in Italia è composto da diversi accordi, molti dei quali risalgono agli anni Cinquanta. Oltre al Trattato NATO del 1949 e alla convenzione del 1951 sullo status delle forze armate alleate, il riferimento principale è rappresentato da due accordi bilaterali firmati nel 1954: l’Air Technical Agreement, relativo all’impiego dei velivoli, e il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA), che disciplina l’utilizzo delle infrastrutture militari concesse agli Stati Uniti.

Quest’ultimo accordo è tuttora coperto da segreto e non è mai stato integralmente declassificato. Alcuni accordi successivi, invece, sono pubblici. Tra questi c’è un memorandum del 1995 che chiarisce la ripartizione delle competenze tra Italia e Stati Uniti nella gestione delle basi.

Formalmente il comando delle installazioni resta italiano. Le autorità italiane gestiscono gli aspetti logistici e il coordinamento con le forze nazionali. Il comando operativo delle proprie truppe, dei mezzi e delle missioni statunitensi spetta però agli Stati Uniti. Il memorandum stabilisce inoltre che le autorità americane debbano informare preventivamente il comandante italiano delle attività militari «significative». Se quest’ultimo ritiene che un’attività possa violare la normativa italiana, deve segnalarlo immediatamente alle autorità nazionali competenti. In caso di disaccordo tra i due comandi, la questione viene rimessa alle rispettive catene di comando.

Gli accordi, quindi, non prevedono un’autorizzazione preventiva per ogni singolo volo o movimento di mezzi americani. Le attività ordinarie e di supporto logistico possono essere svolte nell’ambito delle intese già esistenti. Lo stesso vale per le attività svolte durante le missioni NATO, anche se al momento l’Alleanza non conduce operazioni militari in Medio Oriente. Quando invece gli Stati Uniti intendono utilizzare le basi italiane per operazioni che escono da quel quadro, come nel caso dei bombardieri destinati a Sigonella tra il 27 e il 28 marzo, il governo italiano mantiene la possibilità di negare il consenso.

Non siamo gli unici

L’Italia d’altronde non è stato l’unico Paese europeo ad aver supportato in qualche modo l’operazione Epic Fury. Il Regno Unito ha messo a disposizione le proprie basi di Fairford, nel Sud dell’Inghilterra e di Diego Garcia nell’Oceano Indiano per il decollo dei bombardieri B-52 e B-1. Come rivelato dal Wall Street Journal a marzo, gli aeroporti di Sofia in Bulgaria e di Bucarest in Romania sono stati ampiamente impiegati per le operazioni di trasporto e di rifornimento in volo. 

La base navale di Souda Bay a Creta, in Grecia, è stata usata per i rifornimenti logistici per la marina americana, che aveva schierate nell’area due portaerei e numerosi cacciatorpedinieri. Francia e Germania hanno messo a disposizione le proprie basi di Istres-Le Tubé e Ramstein per il decollo di aerei da trasporto, sorveglianza e rifornimento. Mentre il Portogallo ha concesso l’uso della base di Lajes – nelle Azzorre – come scalo tecnico per gli aerei in arrivo e diretti negli Stati Uniti. La Spagna aveva inizialmente concesso l’utilizzo – per la logistica e il supporto – delle basi aeree di Rota e Moròn de la Frontera, salvo poi ritirare l’autorizzazione. 

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