Il percorso a ostacoli delle firme digitali per i referendum

Entro la fine del 2021 il governo avrebbe dovuto attivare una nuova piattaforma: sono passati più di sei mesi, il progetto è in ritardo e rischia di non adempiere al compito per il quale è stato pensato
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Negli ultimi mesi il governo ha lavorato all’introduzione di una piattaforma che dovrebbe permettere di raccogliere digitalmente le firme necessarie per organizzare referendum e presentare proposte di legge di iniziativa popolare. Uno degli obiettivi originari del servizio – come vedremo meglio più avanti, ora a rischio – era quello di evitare i problemi riscontrati con la raccolta delle firme per il referendum sulla cannabis legale, a fine settembre 2021.

La piattaforma sarebbe dovuta essere disponibile già da inizio 2022, ma una serie di problemi burocratici ne stanno ritardando l’attivazione. Oggi la piattaforma è ancora in fase di studio e rischia di essere notevolmente depotenziata rispetto al progetto originale eliminando, secondo i suoi sostenitori, la possibilità di digitalizzare in modo efficace il processo di raccolta firme. 

Anche per questo, il 7 luglio l’Associazione Luca Coscioni ha pubblicato una lettera aperta per chiedere al ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale, Vittorio Colao, di «fermare questa controriforma» e portare a termine la piattaforma con tutte le sue funzioni. 

La piattaforma per la raccolta firme digitali

La necessità di progettare una piattaforma che permetta la digitalizzazione della raccolta firme per i referendum è stata inizialmente inserita nella legge di Bilancio per il 2021. Al comma 341, questa istituiva un fondo da 100 mila euro all’anno, a partire dal 2021, per realizzare una «piattaforma di raccolta delle firme digitali», con l’obiettivo di «contribuire a rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena inclusione sociale delle persone con disabilità e di garantire loro il diritto alla partecipazione democratica». In particolare, il testo specificava che le firme raccolte digitalmente «non sono soggette all’autenticazione» normalmente richiesta per le firme tradizionali, le quali – secondo la legge che regola il referendum, risalente ormai al 1970 – devono essere convalidate da un notaio, un giudice di pace o da un cancelliere. La piattaforma sarebbe dovuta entrare in funzione entro il 31 dicembre 2021.

A luglio 2021, i commi in questione sono stati modificati con la conversione in legge del decreto “Semplificazioni”. Un emendamento firmato da vari deputati, tra cui Riccardo Magi (+Europa), Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) e Lisa Noja (Italia viva), ha infatti integrato quanto previsto dalla legge di Bilancio, precisando per esempio che le firme potranno essere raccolte anche tramite Spid, e ha dato compito al Consiglio dei ministri, al Ministero della Giustizia e al Garante della privacy, di decidere con un decreto attuativo le caratteristiche e il funzionamento specifico del sistema, assicurando comunque che la piattaforma entri in funzione entro la fine del 2021. 

Inoltre, la conversione in legge del decreto “Semplificazioni” ha stabilito che a partire dal 1° luglio 2021, e fino all’attivazione della piattaforma, sarebbe stato possibile raccogliere digitalmente le firme per i referendum o per i progetti di legge di iniziativa popolare tramite un «documento informatico» sottoscritto con firma elettronica qualificata. È quello che è stato fatto con i referendum sull’eutansia e sulla cannabis, la cui raccolta firme si è svolta la scorsa estate sia in modalità “tradizionale”, quindi di persona, che digitale. I promotori hanno comunque dovuto autenticare manualmente tutte le firme, sia quelle raccolte di persona che quelle digitali, seguendo un processo laborioso con il quale i comuni devono inviare ai comitati i certificati elettorali di ogni firmatario, per assicurarsi per esempio che tutti abbiano il diritto di voto. I quesiti sono poi stati bocciati a febbraio dalla Corte Costituzionale. 
Come detto, la piattaforma per raccogliere le firme digitali sarebbe dovuta entrare in attività già dal 31 dicembre 2021, ma oggi, dopo oltre sei mesi dalla scadenza, questa non è ancora disponibile. Il 4 marzo i deputati Riccardo Magi (+Europa) e Manfred Schullian, del gruppo Misto, hanno presentato un’interrogazione alla Camera in cui chiedevano al governo informazioni sul funzionamento della piattaforma e sullo stato della sua realizzazione. In quell’occasione la senatrice Assuntela Messina, sottosegretaria al Consiglio dei ministri, aveva spiegato che la piattaforma sarebbe stata realizzata da Sogei, una società controllata dal Ministero dell’Economia, e che sarebbe stata integrata con i servizi dell’Anagrafe, in modo da poter verificare automaticamente – e non più manualmente, quindi senza coinvolgere direttamente i Comuni – i dati dei firmatari e la loro iscrizione alle liste elettorali. 

Messina aveva anche dichiarato che il decreto attuativo necessario per definire i dettagli del progetto era già stato inviato al Ministero della Giustizia e al Garante della privacy, e che questo sarebbe dovuto essere adottato «entro la fine di marzo 2022». Le cose però sono andate diversamente.

Un passo indietro?

Il 12 aprile il Garante della privacy ha bocciato lo schema di decreto attuativo proposto dal governo, sostenendo che presentasse «troppi i profili critici» e non offrisse le «adeguate tutele per il pieno rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini».

Il 29 giugno Magi ha presentato una nuova interrogazione alla Camera, questa volta diretta al ministro Colao, chiedendo informazioni riguardo all’avanzamento dei lavori e alle conseguenze del parere del Garante. Nella sua risposta, Colao ha precisato che in ogni caso la piattaforma permetterà «solo la digitalizzazione della raccolta firme, che è il segmento iniziale del processo di promozione dell’iniziativa, ma non consente una completa digitalizzazione, estesa, per esempio, all’autenticazione delle firme o alla raccolta dei certificati elettorali che sono disciplinate ancora in maniera analogica». Di fatto, anche una volta che il sistema sarà entrato in vigore, non sarà possibile usarlo per autenticare le firme: queste potranno solo essere raccolte in modo digitale, ma poi dovranno comunque essere autenticate in modo tradizionale, come è stato fatto per i referendum già citati.

«La risposta del ministro Colao è stata sconcertante: con questa affermazione il governo dice di non voler rispettare una norma approvata dal Parlamento», ha dichiarato Magi a Pagella Politica, aggiungendo che la notizia del cambiamento è stata annunciata senza alcun preavviso: «È una novità assoluta, non ci era mai stato comunicato». «Se non è possibile autenticare le firme digitali, a cosa serve la piattaforma? Come è possibile autenticare le firme digitali in modo analogico?», si è chiesto il deputato. 

Al momento, la situazione è in una fase di stallo: la piattaforma non è ancora stata presentata e rischia comunque di non poter adempiere al compito per il quale è stata pensata. 

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