Renzi vuole aggirare la legge sui referendum

Il leader di Italia viva ha annunciato che il 19 luglio presenterà il quesito in Cassazione per abolire il reddito di cittadinanza. Quest’anno non possono essere depositate richieste di referendum, ma c’è una strada alternativa, seppure con tempistiche lunghe
ANSA/FABIO CIMAGLIA
ANSA/FABIO CIMAGLIA
Il 16 luglio, durante l’assemblea nazionale di Italia viva, il leader del partito Matteo Renzi ha rilanciato un obiettivo, già annunciato un anno fa: voler eliminare il reddito di cittadinanza attraverso un referendum abrogativo. Martedì 19 luglio, alle ore 10, «saremo in Corte di Cassazione per depositare il quesito referendario per l’abolizione del reddito di cittadinanza», ha annunciato Renzi. 

Già a fine maggio, il leader di Italia viva aveva dichiarato che il 15 giugno sarebbe iniziata la «raccolta ufficiale di firme» per «abolire il reddito di cittadinanza», promessa poi non mantenuta. Ora Renzi è tornato sul tema, parlando del deposito del quesito referendario. Leggi alla mano, quest’anno non possono essere depositate richieste per nuovi referendum abrogativi, ma il leader di Italia viva ha in mente un piano per aggirare, per così dire, questo vincolo. Se la sua strategia andasse in porto, in ogni caso il referendum sarebbe possibile soltanto a partire dal 2024. E se ci fossero elezioni anticipate quest’autunno, le cose cambierebbero ulteriormente.

Che cosa dice la legge

Per indire un referendum abrogativo, che chiede di eliminare interamente o parzialmente una legge, la Costituzione si limita a dire (art. 75) che servono 500 mila firme di cittadini oppure la richiesta di cinque Consigli regionali. I dettagli su come e con quali tempistiche presentare un referendum abrogativo sono contenuti nella legge n. 352 del 25 maggio 1970.

Qui, tra le altre cose, si stabilisce (art. 31) che «non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l’elezione di una delle camere medesime». Visto che la scadenza naturale delle camera è prevista per il 2023, quest’anno non possono essere depositate richieste di referendum, dunque nemmeno quella per abolire il reddito di cittadinanza. Stesso discorso vale per i sei mesi dopo le prossime elezioni politiche, che si dovranno tenere entro 70 giorni dallo scioglimento delle camere, previsto alla fine di marzo 2023.

Renzi è consapevole di questo vincolo e ha in mente un modo per aggirarlo. Lo scorso 28 maggio, ospite sul canale Twitch dello streamer Ivan Grieco, il leader di Italia viva aveva spiegato che avrebbe presentato il quesito referendario per abolire il reddito di cittadinanza «a metà giugno» – scadenza ora slittata al 19 luglio – e che avrebbe iniziato la raccolta firme «intorno al 5 ottobre» 2022. La già citata legge sui referendum non sembra impedire di poter iniziare la raccolta firme dopo che siano passati alcuni mesi dalla presentazione del quesito, ma stabilisce (art. 28) che questa raccolta possa durare al massimo tre mesi. Il piano di Renzi è quello di depositare ora il quesito in Cassazione, iniziare la raccolta firme a inizio ottobre per terminarla così a inizio gennaio 2023, in modo da poter presentare la richiesta di referendum in una finestra temporale senza vincoli.

Perché le tempistiche sono lunghe

Se la Corte di Cassazione dovesse ritenere valida questa procedura, la strada per il referendum non sarebbe comunque spianata. In base alla legge, tra il 30 settembre e il 15 dicembre 2023 la Corte di Cassazione deve valutare (art. 32) la legittimità della richiesta di referendum, per esempio valutando se le 500 mila firme sono state raccolte nel modo corretto. Superato questo passaggio, entro la prima metà del mese di febbraio 2024 la Corte Costituzionale dovrà poi esprimersi sull’ammissibilità o meno del quesito referendario, che Renzi presenterà in Cassazione il 19 luglio. Qui potrebbero sorgere problemi.

Già a settembre 2021, il leader di Italia viva aveva presentato in tv quale sarebbe stato il quesito, che chiedeva di eliminare interamente il decreto-legge che a gennaio 2019 ha introdotto il reddito di cittadinanza e non solo. All’epoca, alcuni costituzionalisti avevano sollevato dubbi sulla legittimità del quesito, perché la Corte Costituzionale potrebbe ritenere che vada a toccare «leggi tributarie e di bilancio», per cui la Costituzione impedisce i referendum abrogativi. 

In ogni caso, se la Corte Costituzionale dovesse dare il via libera al referendum, quest’ultimo si potrebbe tenere una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno 2024, dunque tra poco meno di due anni. Nel mentre, alla guida del Paese ci sarà sicuramente un governo diverso da quello Draghi, nominato dopo le elezioni previste per il 2023 o dopo eventuali elezioni anticipate, se in questi giorni la crisi di governo non dovesse risolversi in altro modo. Se entro la primavera del 2024 un governo intervenisse sulla materia del reddito di cittadinanza, il referendum organizzato da Renzi salterebbe.

C’è poi un altro scenario che complicherebbe i piani del leader di Italia viva. Se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella decidesse di sciogliere le camere in anticipo nel caso di dimissioni confermate da Mario Draghi, e si andasse così a elezioni anticipate tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2022, Renzi non potrebbe poi presentare a gennaio 2023 la richiesta di referendum, perché la data cadrebbe nei sei mesi successivi allo scioglimento delle camere.
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