Il 25 marzo la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha lasciato il suo incarico. Al suo posto, il 3 aprile, è stato nominato Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura, e in passato direttore artistico e amministratore delegato dell’Arena di Verona.
Un cambio che, al di là delle dinamiche politiche, ha avuto anche un effetto immediato sugli equilibri di genere all’interno dell’esecutivo. Dopo le dimissioni di Santanchè, nel governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni – il primo nella storia d’Italia presieduto da una donna – restano infatti solo cinque ministre: Eugenia Roccella al Ministero della Famiglia, della Natalità e delle Pari opportunità; Alessandra Locatelli alla Disabilità; Marina Elvira Calderone al Lavoro; Anna Maria Bernini all’Università; e Maria Elisabetta Alberti Casellati al Ministero per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa. Insomma, cinque ministre su ventiquattro ministeri: secondo le verifiche di Pagella Politica, è la percentuale più bassa degli ultimi sette governi e segna un arretramento rispetto all’inizio della legislatura, quando le ministre erano sei.
La prima volta che una donna è stata nominata alla guida di un ministero era il 1976, sotto il terzo governo guidato da Giulio Andreotti. Era Tina Anselmi: partigiana originaria di Castelfranco Veneto, eletta alla Camera per la prima volta nel 1968 con la Democrazia Cristiana e poi rieletta altre cinque volte. Fu ministra del Lavoro e della Previdenza sociale e, negli anni successivi, anche ministra della Sanità, oltre a presiedere la Commissione parlamentare sulla loggia P2. La sua nomina segnò un punto di svolta simbolico, ma non aprì automaticamente la strada a una presenza paritaria.
Da allora, infatti, la presenza femminile nei governi è cresciuta, ma in modo irregolare. Ancora oggi le donne ai vertici dei ministeri restano una minoranza: nel governo Meloni solo il 20,8 per cento dei ministeri è guidato da una donna. Per trovare un governo con una percentuale più bassa bisogna tornare all’esecutivo guidato da Mario Monti. Nel suo governo – in carica dal 2011 al 2013 – solo tre ministeri su quindici erano guidati da donne, pari al 16,7 per cento.
Per mettere a confronto i dati dei governi precedenti a quello di Meloni, abbiamo preso in considerazione la composizione degli esecutivi al termine del loro mandato, escludendo i ministri e le ministre dimissionari non sostituiti, quando le deleghe sono state redistribuite tra gli altri ministri o assorbite dal presidente del Consiglio.
Secondo i calcoli di Pagella Politica, tra gli ultimi sette governi – cioè dal 2013 a oggi – l’esecutivo guidato da Meloni è quello con la percentuale inferiore di ministre, seguito dal governo di Enrico Letta (2013-2014), in cui alla fine del mandato le ministre erano il 26,3 per cento del totale. Sotto il 30 per cento si è fermato anche il secondo governo guidato da Giuseppe Conte tra il 2019 e il 2020.
Un cambio che, al di là delle dinamiche politiche, ha avuto anche un effetto immediato sugli equilibri di genere all’interno dell’esecutivo. Dopo le dimissioni di Santanchè, nel governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni – il primo nella storia d’Italia presieduto da una donna – restano infatti solo cinque ministre: Eugenia Roccella al Ministero della Famiglia, della Natalità e delle Pari opportunità; Alessandra Locatelli alla Disabilità; Marina Elvira Calderone al Lavoro; Anna Maria Bernini all’Università; e Maria Elisabetta Alberti Casellati al Ministero per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa. Insomma, cinque ministre su ventiquattro ministeri: secondo le verifiche di Pagella Politica, è la percentuale più bassa degli ultimi sette governi e segna un arretramento rispetto all’inizio della legislatura, quando le ministre erano sei.
La prima volta che una donna è stata nominata alla guida di un ministero era il 1976, sotto il terzo governo guidato da Giulio Andreotti. Era Tina Anselmi: partigiana originaria di Castelfranco Veneto, eletta alla Camera per la prima volta nel 1968 con la Democrazia Cristiana e poi rieletta altre cinque volte. Fu ministra del Lavoro e della Previdenza sociale e, negli anni successivi, anche ministra della Sanità, oltre a presiedere la Commissione parlamentare sulla loggia P2. La sua nomina segnò un punto di svolta simbolico, ma non aprì automaticamente la strada a una presenza paritaria.
Da allora, infatti, la presenza femminile nei governi è cresciuta, ma in modo irregolare. Ancora oggi le donne ai vertici dei ministeri restano una minoranza: nel governo Meloni solo il 20,8 per cento dei ministeri è guidato da una donna. Per trovare un governo con una percentuale più bassa bisogna tornare all’esecutivo guidato da Mario Monti. Nel suo governo – in carica dal 2011 al 2013 – solo tre ministeri su quindici erano guidati da donne, pari al 16,7 per cento.
Per mettere a confronto i dati dei governi precedenti a quello di Meloni, abbiamo preso in considerazione la composizione degli esecutivi al termine del loro mandato, escludendo i ministri e le ministre dimissionari non sostituiti, quando le deleghe sono state redistribuite tra gli altri ministri o assorbite dal presidente del Consiglio.
Secondo i calcoli di Pagella Politica, tra gli ultimi sette governi – cioè dal 2013 a oggi – l’esecutivo guidato da Meloni è quello con la percentuale inferiore di ministre, seguito dal governo di Enrico Letta (2013-2014), in cui alla fine del mandato le ministre erano il 26,3 per cento del totale. Sotto il 30 per cento si è fermato anche il secondo governo guidato da Giuseppe Conte tra il 2019 e il 2020.