Perché il peso dei migranti sull’aumento dei contagi è «minimale»

Ansa
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Nella settimana di Ferragosto uno dei temi più dibattuti dai politici italiani – in particolare dell’opposizione – ha riguardato l’accusa secondo cui l’aumento dei casi di Covid-19 in Italia sarebbe dovuto agli sbarchi dei migranti sulle coste italiane.

Il 14 agosto, a margine di una conferenza stampa a Forte dei Marmi in Toscana, il leader della Lega Matteo Salvini ha infatti detto (min. 0:18) che nel nostro Paese «l’unica emergenza legata al virus è legata agli sbarchi», mentre il 16 agosto la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha scritto su Facebook che «non si può continuare a ignorare il legame tra aumenti dei contagi e immigrazione clandestina».

L’argomentazione dell’opposizione, in breve, poggia su due fatti distinti. Da un lato, secondo i dati del Ministero dell’Interno, dal 1° luglio al 14 agosto sono sbarcati in Italia circa 8.500 migranti (rispetto ai circa 2.350 dello stesso periodo dell’anno scorso); dall’altro lato, secondo i dati della Protezione civile, nelle ultime settimane in Italia la curva dei nuovi contagi giornalieri da Covid-19 è tornata a salire. Per Lega e Fratelli d’Italia, il secondo fatto è in gran parte collegato al primo.

Ma esiste davvero un collegamento tra gli sbarchi e la crescita dei contagi giornalieri? I dati sembrano dire di no. Vediamo perché.

I dati dell’Istituto superiore di sanità

Il 14 agosto l’Istituto superiore di sanità (Iss) ha pubblicato l’aggiornamento nazionale del bollettino sulla Covid-19 in Italia, con i dati sull’epidemia aggiornati fino all’11 agosto.

Nel report si legge che il quadro dell’epidemia di coronavirus nel nostro Paese, «sebbene non critico, continua a mostrare segnali che richiedono attenzione» e una «tendenza ad un progressivo peggioramento», come indica per esempio il fatto che tra il 27 luglio e il 9 agosto l’incidenza dei contagi è stata di 7,29 ogni 100 mila abitanti, in rialzo rispetto alle due settimane precedenti. Da dove viene questo aumento?

«Molti dei casi diagnosticati sono casi di infezione “importati”», ha scritto l’Iss nel sottolineare i risultati più significativi del report. «In questa settimana si nota tra questi un aumento di casi in cittadini italiani in seguito a viaggi in aree con una più elevata circolazione virale o con misure di prevenzione meno stringenti di quelle italiane».

Secondo l’Iss, questi nuovi casi riguardano persone asintomatiche, che possono essere indice di focolai in ambito familiare e lavorativo.

Dunque, a differenza di quanto dicono Salvini e Meloni, la crescita dei casi è per lo più dovuta a cittadini italiani che ritornano da viaggi all’estero.

Secondo i dati dell’Iss sui luoghi di esposizione al contagio, su un campione di quasi 2.000 casi diagnosticati tra il 13 luglio e l’11 agosto, circa un infetto su tre si era contagiato all’estero, mentre uno su quattro in ambito familiare.

Inoltre, le analisi su un campione di circa 4.400 casi diagnosticati tra il 27 luglio e il 9 agosto, mostrano che il 66 per cento dei nuovi infetti era autoctono, ossia si era infettato in Italia, mentre circa il 27 per cento era importato dall’estero. Il restante 7 per cento scarso riguarda casi non noti o provenienti da regioni diverse da quella di notifica del contagio.

Questi dati vanno letti con attenzione: non specificano infatti la nazionalità dei contagiati, ma solo se provengono da fuori dall’Italia o meno. Come abbiamo visto prima, il problema dell’aumento dei contagi sembra in buona parte dovuto al ritorno nel nostro Paese di turisti italiani che si sono contagiati all’estero.

Il report dell’Iss contiene però anche una tabella che mostra la variazione da fine febbraio a oggi del numero assoluto e della proporzione dei casi confermati di Covid-19 divisi per nazionalità (italiana e straniera) e per luogo del contagio (Italia o estero).

«A partire dalla metà di giugno, è evidente il contributo crescente all’epidemia dei casi importati di Covid-19, sia di cittadini italiani che hanno soggiornato all’estero che di cittadini stranieri residenti in Italia o arrivati recentemente in Italia», ha scritto l’Iss. «Le tre categorie insieme costituiscono tra il 40 e il 50 per cento del totale dei casi diagnosticati nell’ultimo mese e l’incremento è verosimilmente dovuto alla riapertura delle frontiere, a seguito della sospensione delle misure di lockdown, e all’acquisizione della malattia in Paesi dove è in corso una elevata circolazione del virus. In particolare, nell’ultima settimana si sono registrati 820 casi in cittadini italiani di ritorno da un viaggio all’estero».
Grafico 1. Numero e percentuale di casi confermati di Covid-19 per settimana di diagnosi, per nazionalità e per luogo di esposizione – Fonte: Iss
Grafico 1. Numero e percentuale di casi confermati di Covid-19 per settimana di diagnosi, per nazionalità e per luogo di esposizione – Fonte: Iss
Come si vede dal Grafico 1, in termini di valori assoluti la voce “Non italiano importato” – che comprende gli stranieri contagiati arrivati in Italia, quindi i migranti, ma anche i turisti non italiani – non ha registrato un’impennata, a differenza di quanto suggeriscono Meloni e Salvini.

Anche in termini di proporzione, se è vero che la voce “Non italiano importato” è cresciuta tra giugno e fine luglio, nei primi giorni di agosto è calata, e in ogni caso non supera mai un quarto del totale di contagi giornalieri. Le voci preponderanti restano quella di “Italiano autoctono” e “Italiano importato”, con un recente aumento in particolare di questa seconda. Un’altra voce incrementata nelle ultime settimane, in proporzione sul totale, è quella dei “Non italiani autoctoni”, che possono fare riferimento a cittadini stranieri che vivono in Italia, tra cui i migranti da tempo nel nostro Paese.

Il parere degli esperti

Una conferma sul ruolo non di primo piano dei migranti sbarcati sul recente aumento dei contagi è arrivata il 16 agosto anche dal presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli, in un’intervista con il Corriere della Sera.

«A seconda delle Regioni, il 25-40 per cento dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia», ha sottolineato Locatelli, ribadendo in sostanza quanto indicato dall’Iss. «Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono, è minimale, non oltre il 3-5 per cento sono positivi e una parte si infettano nei centri di accoglienza dove è più difficile mantenere le misure sanitarie adeguate».

Ma, al di là delle percentuali, vediamo i numeri in valore assoluto.

Secondo le elaborazioni del ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, tra il 26 giugno e il 26 luglio si sono registrati 3,3 migranti positivi al giorno tra quelli sbarcati (che sono stati a luglio in media più di 200 al giorno), mentre un’indagine condotta dall’11 maggio al 12 giugno 2020 dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti ed il contrasto delle malattie della povertà (Inmp) – e pubblicata lo scorso 13 agosto – ha rilevato che su oltre il 70 per cento dei centri di accoglienza in Italia i casi totali di migranti contagiati sono stati 239.

In un’interrogazione alla Camera del 28 luglio, la sottosegretaria al Ministero della Salute Sandra Zampa (Partito democratico) ha poi detto che dall’inizio dell’epidemia a quella data i casi Covid-19 tra i migranti nei centri d’accoglienza italiani erano stati 603 (circa lo 0,2 per cento sui contagi totali), conteggiando dunque i dati più recenti e non compresi dall’indagine Inmp.

Il 14 agosto, invece, Villa ha pubblicato su Twitter un grafico che mostra come non ci sia una correlazione tra l’aumento dei contagi e gli sbarchi dei migranti, registrati tra il 1° maggio e il 7 agosto (Grafico 2).
Grafico 2. Rapporto tra andamento dei contagi in Italia e sbarchi di migranti – Fonte: Matteo Villa
Grafico 2. Rapporto tra andamento dei contagi in Italia e sbarchi di migranti – Fonte: Matteo Villa
Come ha sottolineato però lo stesso Villa in un approfondimento pubblicato sul sito di Ispi lo scorso 29 luglio, questi dati devono comunque invitare alla cautela: «ovviamente il rischio di “importare” persone infette da SARS-CoV-2 dall’estero non è mai zero, che si tratti di canali regolari o irregolari d’ingresso», ha scritto il ricercatore.

Il 26 luglio, in un’intervista con Avvenire, il direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano Massimo Galli ha sottolineato che i migranti «tra le persone in arrivo sono le più controllate. Alcuni sfuggono ma non sfuggono solo loro», ha sottolineato lo scienziato. «Sfuggono ai controlli – e persino alla quarantena – molte persone che arrivano da Paesi Schengen dove l’infezione è ben presente. Occorrerebbe controllare meglio i viaggiatori intercontinentali che arrivano dalle zone in cui l’epidemia ancora imperversa».

La gestione dell’accoglienza

Qui dunque subentra il discorso su come va correttamente gestito, da un punto di vista sanitario, l’arrivo dei migranti sulle coste italiane e la loro accoglienza durante l’emergenza Covid-19.

Come ha evidenziato il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) in un report del 15 giugno, se da un lato non ci sono evidenze scientifiche che mostrino una maggiore trasmissione della Covid-19 tra i migranti e i rifugiati, dall’altro lato è anche vero che in diversi Paesi europei alcuni focolai si sono sviluppati in centri di accoglienza.

Ne è un esempio il caso italiano del centro di accoglienza nell’ex caserma “Silvio Serena”, a Treviso in Veneto, dove a inizio agosto oltre 200 migranti sono risultati positivi al nuovo coronavirus.

Secondo l’Ecdc, il problema principale sono le condizioni di sovraffollamento in cui si trovano i migranti una volta accolti.

«Dobbiamo insomma stare attenti a non confondere la causa con l’effetto: non sono gli stranieri in quanto tali a creare situazioni di rischio, ma è piuttosto la condivisione di spazi ristretti in condizioni precarie e di scarsa igiene a facilitare la diffusione del contagio», hanno spiegato il 5 agosto su Scienza in rete gli scienziati Giuseppe Costa, Guido Giustetto e Paolo Vineis, commentando le osservazioni dell’Ecdc.

Non senza una certa confusione, come hanno rivelato alcune fonti stampa, il governo italiano ha predisposto una serie di misure per controllare i migranti sbarcati in Italia e accoglierli sulle cosiddette “navi-quarantena”, scelta contestata, tra gli altri, da Galli, in un’intervista del 5 agosto con l’Huffington Post. Secondo Galli, il rischio delle “navi-quarantena” è quello di creare spazi potenzialmente pericolosi per la nascita di nuovi focolai.

Una ordinanza del 9 agosto della Regione Sicilia ha, per esempio, stabilito che ogni migrante sbarcato deve essere sottoposto al tampone oro-faringeo, per verificare o meno la presenza del virus (cosa che non avviene, per esempio, per i turisti provenienti dall’estero, se non con alcune eccezioni).

Il 31 luglio lo stesso Inmp ha pubblicato alcune linee guida per la corretta gestione sanitaria, tra gli altri, dei centri di accoglienza in Italia, suggerendo di fare i tamponi ai migranti e metterli in quarantena, e di far rispettare le misure di igiene essenziali, come il frequente lavaggio delle mani e il mantenimento della distanza interpersonale.

In conclusione

Durante la settimana di Ferragosto, diversi esponenti dell’opposizione – tra cui Salvini e Meloni – hanno accusato i migranti di essere tra i primi responsabili dell’aumento dei contagi da Covid-19 registrato negli ultimi giorni in Italia. In breve, la loro argomentazione è che all’aumento degli sbarchi sarebbe collegata la crescita dei casi diagnosticati di nuovo coronavirus.

Abbiamo verificato e i dati dicono che questa ipotesi sembra essere infondata.

Secondo i numeri più recenti pubblicati dall’Istituto superiore di sanità, l’aumento dei contagi è soprattutto legato all’arrivo in Italia di turisti italiani di ritorno nel nostro Paese e all’individuazione di casi autoctoni, cioè di italiani o di stranieri regolarmente residenti che si sono contagiati in Italia.

È vero che tra luglio e i primi giorni di agosto gli sbarchi sono aumentati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, ma questo fenomeno non è correlato in misura significativa con la crescita dei contagi di Covid-19.

Come abbiamo evidenziato, esistono comunque delle criticità nella gestione dell’accoglienza dei migranti, ma il loro peso sui nuovi casi diagnosticati resta comunque, citando di nuovo le parole di Locatelli, «minimale».

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