Il PD voterà a favore dei referendum contro il Jobs Act

Lo ha detto la segretaria Elly Schlein, che ha lasciato libertà di scelta a chi non è d’accordo
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Giovedì 27 febbraio, durante la direzione nazionale del Partito Democratico, la segretaria Elly Schlein ha detto che la linea del suo partito è di votare a favore dei referendum contro il Jobs Act. La data del voto non è ancora stata decisa, ma è prevista in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno. In totale, i quesiti dei referendum abrogativi su cui si voterà sono cinque: quattro – promossi, tra gli altri, dal sindacato CGIL – riguardano il mercato del lavoro, mentre uno riguarda la legge che regola la concessione della cittadinanza italiana agli stranieri.

Nello specifico, due referendum chiedono di cancellare alcune norme introdotte dal Jobs Act, un’espressione che fa riferimento ad alcuni provvedimenti approvati tra il 2014 e il 2016 dal governo di Matteo Renzi, all’epoca segretario proprio del Partito Democratico. 

Il primo quesito sul Jobs Act vuole eliminare il decreto legislativo n. 23 del 2015, che ha introdotto il contratto di lavoro a tutele crescenti. Con questo contratto, l’azienda che licenzia illegittimamente un lavoratore non è più tenuta a reintegrarlo, ma solo a garantirgli un indennizzo economico basato sull’anzianità in azienda. Eliminando l’intero decreto-legislativo, il referendum punta a tornare alla situazione precedente al Jobs Act. 

L’altro quesito chiede di eliminare alcuni commi dell’articolo 19 e dell’articolo 21 del decreto legislativo n. 81 del 2015, che riguarda la durata dei contratti di lavoro a tempo determinato. Il quesito vuole cancellare la possibilità per i datori di lavoro di sottoscrivere contratti a termine della durata di un anno, come previsto oggi dalla legge, portando in ogni caso la durata massima a due anni. In più, il referendum esclude la possibilità di stipulare un contratto a termine per esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva dell’azienda e obbliga il datore di lavoro a comunicare sempre per iscritto le motivazioni del contratto a termine, non solo al momento di un eventuale rinnovo.

Gli altri due quesiti referendari sul lavoro riguardano l’indennità nei licenziamenti e sulla sicurezza dei lavoratori.

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Che cosa ha detto Schlein

Attualmente, molti parlamentari del Partito Democratico che siedono alla Camera e al Senato in passato hanno votato a favore dei provvedimenti del Jobs Act. Schlein, invece, è stata sempre critica nei confronti della riforma del mercato del lavoro. Questo ha creato alcune divisioni all’interno del partito, di cui la segretaria ha dato conto nel suo discorso in Direzione nazionale. 
«Sosterremo anche i referendum sul lavoro, che in molti abbiamo firmato e su cui molti dei nostri territori e federazioni hanno raccolto le firme. Certo, so bene che nel partito c’è anche chi non li ha firmati tutti, e non chiediamo abiure a nessuno. Il pluralismo è e resta un valore così come l’impegno a far sentire tutti e tutte a casa propria in questo partito», ha detto Schlein, che è stata applaudita quando ha aggiunto la frase: «Ma un partito deve saper scegliere davanti a un appuntamento così importante».

Secondo la segretaria del Partito Democratico, ormai la legge del Jobs Act che sarà oggetto del referendum è «di dieci anni fa». «Siamo in un’altra stagione nel Paese, nel mondo del lavoro e anche nel partito», ha dichiarato Schlein, sottolineando che «tutti gli iscritti e le federazioni che hanno chiesto di aderire ai comitati di supporto ai referendum lo possono fare, con rispetto di chi non li ha firmati tutti». 

Il 27 febbraio anche il presidente del Partito Democratico e parlamentare europeo Stefano Bonaccini ha confermato la linea della sua segretaria, in un’intervista con il Corriere della Sera. «Alcuni dei referendum proposti dalla CGIL li ho firmati anch’io», ha detto l’ex presidente della Regione Emilia-Romagna. «È normale che il PD inviti a votarli. Ci sta anche avere opinioni diverse sui singoli quesiti, siamo un partito plurale. Ma il nostro compito è difendere il lavoro buono e l’impresa di qualità».

Non tutti gli esponenti di primo piano del partito però hanno condiviso la posizione di Schlein. «Oggi non ho partecipato al voto sulla relazione di Elly Schlein alla direzione del PD, in disaccordo sul referendum Jobs Act. Capisco la posizione della segretaria, coerente con la sua storia politica, ma non condivido la scelta di schierare il partito a sostegno del “SÌ”», ha scritto su X Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, attualmente parlamentare europeo. «Quella – voluta dal Pd – è stata infatti una buona legge, che ha migliorato le politiche del lavoro, senza aumentare né i licenziamenti né la precarietà. E tornare a dieci anni fa, ora che il problema è la carenza di personale, è dal mio punto di vista un errore politico».

Il referendum sulla cittadinanza

Durante la Direzione nazionale del PD, Schlein ha confermato anche l’appoggio del suo partito all’altro referendum, quello sulla cittadinanza italiana. «Le associazioni di nuovi italiani e di nuove italiane meritano tutto il nostro supporto nel referendum sulla cittadinanza, per una riforma che aspettano da troppo tempo», ha detto la segretaria del PD. «Per il Partito Democratico, chi nasce e cresce in Italia è italiano, su questo non ci possono essere dubbi».

Il quesito del referendum chiede agli elettori se sono d’accordo nel modificare due punti dell’articolo 9 della legge n. 91 del 1992, che stabilisce le modalità di concessione della cittadinanza italiana agli stranieri maggiorenni. 

Nella versione in vigore, la lettera “b” del comma 1 dell’articolo 9 prevede che la cittadinanza possa essere concessa «allo straniero maggiorenne adottato da cittadino italiano che risiede legalmente nel territorio della Repubblica da almeno cinque anni successivamente alla adozione». La lettera “f” dello stesso comma consente invece di diventare cittadino «allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica». 

Il referendum propone di cancellare le parole «adottato da cittadino italiano» e «successivamente alla adozione» dal comma “b” e di cancellare tutto il comma “f”. In questo modo, per tutti gli stranieri maggiorenni si porterebbe a cinque anni il periodo di residenza legale nel nostro Paese necessario a chiedere la cittadinanza italiana.

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