Tutto sulle carceri italiane, numeri e grafici alla mano

Dal sovraffollamento all’istruzione, passando i suicidi e i tassi di recidiva: ecco che cosa dice l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Il 28 aprile è stato pubblicato il diciottesimo rapporto sulle condizioni delle carceri italiane, realizzato dall’associazione Antigone, che dalla fine degli anni Ottanta si occupa dei diritti e delle garanzie del sistema penale del nostro Paese. Questo rapporto è il frutto del lavoro di decine di osservatori che periodicamente visitano gli istituti penitenziari italiani, ed è lo strumento più completo a nostra disposizione per sapere quali sono le condizioni di detenzione in Italia.

Numeri e grafici alla mano, vediamo qual è lo stato delle carceri nel nostro Paese, dal sovraffollamento all’istruzione, passando per l’istruzione, i suicidi e i tassi di recidività.

Il profilo dei detenuti

A fine marzo 2022, nelle carceri italiane c’erano circa 54.600 detenuti, un numero simile all’intera popolazione della città di Siena. Di questi, il 38 per cento è alla prima carcerazione, mentre il 62 per cento è stato detenuto almeno un’altra volta. Il 18 per cento è stato invece già in carcere almeno altre cinque volte. 

Negli ultimi anni è aumentato il tasso di recidiva: in media un detenuto ha compiuto circa 2,4 reati, mentre nel 2008 erano circa due. I principali reati sono quelli contro il patrimonio (31 mila), quelli contro la persona (23 mila) e quelli relativi alla droga (19 mila).

Il 45 per cento dei detenuti ha meno di 40 anni, un altro 45 per cento ha tra i 40 e i 60 anni, e il 10 per cento ha più di 60 anni: in dieci anni il peso di questa ultima fascia di età è raddoppiato.
Le donne in carcere sono invece circa il 4,2 per cento della popolazione carceraria, un dato costante da anni e al di sotto della media europea (5,3 per cento). Un quarto delle donne si trova nelle quattro carceri esclusivamente femminili che ci sono in Italia (Roma Rebibbia, Pozzuoli, Venezia e Trani).  

Il 2,9 per cento dei detenuti risulta essere analfabeta, il 2,2 per cento è privo di titolo di studio, mentre il 17,5 per cento ha la sola licenza elementare. Soltanto il 2,1 per cento è invece laureato, rispetto al 15,3 per cento nella popolazione generale.
Il 70 per cento dei detenuti ha subito condanne in via definitiva, mentre il 30 per cento è in custodia cautelare, percentuale scesa di dieci punti percentuali negli ultimi dieci anni.

Delle persone in carcere, il 3 per cento sta scontando una pena fino a un anno, il 19 per cento fino a tre anni, il 18 per cento da 10 a 20 anni, il 7 per cento oltre 20 anni, il 5 per cento l’ergastolo. Quelli con pene superiori ai 5 anni sono complessivamente la metà dei carcerati. Ad aver ricevuto l’ergastolo sono 1.810 persone. Erano 1.581 nel 2012, 990 nel 2002 e 408 nel 1992. 

A essere sottoposti al 41-bis, detto anche “carcere duro”, sono 749 detenuti, mentre sono complessivamente 9 mila quelli in alta sicurezza, un regime destinato a persone legate alla criminalità organizzata o detenute per terrorismo.

Il sovraffollamento penitenziario

A fine marzo il tasso di sovraffollamento, ossia il rapporto tra i detenuti e i posti disponibili nelle carceri, è pari al 107,4 per cento. Ma in realtà si tratta di un dato sottostimato, spiega l’associazione Antigone, in quanto «a causa di piccoli o grandi lavori di manutenzione, la capienza reale degli istituti è spesso inferiore a quella ufficiale».

Ci sono poi ampie differenze tra le regioni. In Lombardia, per esempio, il tasso di sovraffollamento delle carceri arriva al 130 per cento, con punte del 164 per cento a Varese, del 165 per cento a Bergamo e a Busto Arsizio e del 185 per cento a Brescia.

Non tutte le carceri sono piene oltre alla propria capienza regolamentare. Secondo i dati più aggiornati del Ministero della Giustizia, a fine marzo almeno sette regioni non avevano gli istituti penitenziari “pieni”: Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta.

Morti e suicidi in carcere

Nel corso del 2021 ci sono stati 57 suicidi nelle carceri italiane e 184 morti in totale. L’anno scorso il tasso di suicidio è  stato pari a 10,6 casi ogni 10 mila persone detenute, mentre nel 2019 era stato pari a 8,7, rispetto a un tasso di 0,67 casi ogni 10 mila persone libere. 

Il tasso di suicidio nelle carceri italiane è maggiore della media europea, che è pari a 7,2 casi di suicidio ogni 10 mila persone detenute. Il Paese con il tasso più alto è la Francia (27,9), seguita da Lettonia (19,7), Portogallo (18,4) e Lussemburgo (18).

Secondo i dati del Garante nazionale dei detenuti, nel 2020 ci sono stati circa 11.300 episodi di autolesionismo in carcere. Le visite effettuate dall’associazione Antigone hanno evidenziato come il tasso sia stato pari a 19,9 casi di autolesionismo registrati in un anno ogni 100 persone detenute. Questi casi sono più frequenti nelle carceri sovraffollate e con un minor numero di educatori.

Le condizioni degli istituti penitenziari

L’associazione Antigone ha visitato 96 istituti penitenziari su 189 in funzione nel 2021. Di questi, il 26 per cento risale a prima del 1900 e il 13 per cento al periodo tra il 1900 e il 1950. In molti casi si tratta di conventi o caserme poi trasformati in carcere che presentano «limiti notevoli sia dal punto di vista degli spazi detentivi che da quello degli spazi comuni o per le attività», ha sottolineato l’associazione. 

Nel 5 per cento delle carceri visitate, le celle non avevano il wc in un ambiente separato, ma in un angolo della cella. Nel 25 per cento degli istituti non erano garantiti i 3 metri quadri calpestabili per ciascun detenuto. E in più di un terzo degli istituti visitati i detenuti non hanno accesso settimanalmente alla palestra o al campo sportivo. 

Negli istituti penitenziari femminili visitati dagli osservatori di Antigone, solo il 63 per cento disponeva di un servizio di ginecologia e il 22 per cento di un servizio di ostetricia. Inoltre, solo nel 58 per cento le celle erano dotate di bidet. 

Nel 74 per cento degli istituti penitenziari non è consentito ai detenuti l’accesso a internet. Dove l’accesso è consentito, di solito riguarda la partecipazione a forme di didattica a distanza o l’accesso ai servizi di email. Nessun istituto consente l’accesso a internet tramite Spid per usufruire dei servizi che si hanno a disposizione con l’identità digitale.

Lavoro e istruzione

Circa 17 mila i detenuti – ossia quasi un detenuto su tre – lavorano per l’amministrazione penitenziaria in attività domestiche. Molti lavorano per poche ore al giorno o pochi giorni al mese in quanto il «budget non consente la piena occupazione e si cerca di distribuire il benefit”, spiega Antigone. I detenuti che lavorano, ma non per l’amministrazione penitenziaria, sono circa 2.300, poco più del 4 per cento sul totale. 

Sono infine meno di 5 mila i detenuti iscritti a scuola. Di questi, la metà è iscritta a corsi di primo livello (scuole elementari e medie inferiori) e metà a corsi di secondo livello (superiori). Gli iscritti all’università sono circa 1.200, in gran parte a lauree triennali.
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