I motivi dello sciopero della scuola

I sindacati chiedono di cambiare la riforma per il reclutamento degli insegnanti e maggiori risorse per il rinnovo del contratto nazionale
ANSA
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Il 30 maggio si è tenuta in Italia una giornata di sciopero degli insegnanti e del personale scolastico, indetta dalle principali sigle sindacali che rappresentano il mondo della scuola, tra cui la Flc Cgil, la Cisl e la Uil. Tra le altre cose, i promotori hanno chiesto di cambiare la riforma del reclutamento degli insegnanti e di rinnovare il Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) del settore scolastico. 

Nel mondo della politica, per ora solo il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha sostenuto apertamente le motivazioni dello sciopero, mentre i leader degli altri principali partiti in Parlamento non hanno commentato l’iniziativa. Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha invece definito lo sciopero un «momento delicato», preferendo rimanere a Roma piuttosto che partecipare in presenza a un convegno organizzato a Torino dall’Associazione nazionale presidi.  

La riforma del reclutamento dei docenti

Il decreto “Pnrr bis” – approvato il 30 aprile dal governo e ora all’esame del Senato – contiene la riforma del sistema di reclutamento a tempo indeterminato dei docenti per la scuola secondaria di primo e secondo grado, ossia le scuole medie e superiori. Questa riforma è uno degli obiettivi che l’Italia deve portare a termine entro giugno per poter ricevere la seconda rata dei fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). 

Prima di questa riforma, potevano partecipare al concorso per l’immissione in ruolo i candidati in possesso di un titolo di laurea magistrale coerente con la classe di concorso selezionata, e di 24 crediti formativi universitari (Cfu) in alcune discipline specifiche. I vincitori del concorso accedevano poi a un contratto triennale retribuito di formazione e tirocinio, in seguito al quale potevano diventare insegnanti di ruolo. 

Con la nuova riforma, per accedere al concorso saranno richiesti, oltre alla laurea magistrale, anche il superamento di un “percorso di formazione iniziale”, che consiste nel raggiungimento di almeno 60 Cfu in materie specifiche – da definire tramite un decreto da adottare entro la fine di luglio – e nello svolgimento di un periodo di tirocinio non retribuito. Al termine di questo “percorso di formazione iniziale” ci sarà una prova finale, composta da un test scritto e una lezione simulata. Il superamento di questa prova finale conferisce l’abilitazione all’insegnamento, che permette di accedere ai concorsi nazionali. Chi supera il concorso inizia un anno di prova in servizio, che si conclude con un test finale e una valutazione da parte del dirigente scolastico. Se l’anno di prova viene superato, il docente viene definitivamente immesso in ruolo. 

Ogni tre anni i docenti dovranno poi seguire percorsi di formazione e “aggiornamento permanente”, definiti dalla Scuola di alta formazione del sistema nazionale pubblico di istruzione. Si tratta di un organismo creato appositamente dal decreto “Pnrr bis” e finanziato con 2 milioni di euro all’anno. 

Al momento, il decreto “Pnrr bis” è all’esame delle commissioni Affari Costituzionali e Istruzione del Senato: dopo il via libera di Palazzo Madama dovrà passare alla Camera per l’approvazione definitiva. Il termine ultimo per la conversione in legge è il 29 giugno.

I motivi dello sciopero

Come anticipato, la riforma del reclutamento degli insegnanti è al centro delle proteste di una parte del mondo della scuola. Secondo l’Associazione nazionale insegnanti e formatori (Anief), per esempio, la riforma contenuta nel decreto “Pnrr bis” «non risolve un bel nulla», soprattutto perché riconferma il mezzo dei concorsi nazionali come unica via di accesso alla professione di insegnante. Il sindacato propone invece di inserire anche una seconda modalità di reclutamento, basata su graduatorie e servizi, che sia comunque qualificante. «Il governo ha deciso di introdurre con un decreto-legge il sistema di formazione destinato a pochi insegnanti senza finalità, senza qualità e senza uno scopo ben preciso», ha ribadito Ivana Barbacci, segreteria generale di Cisl Scuola. 

In generale, secondo le sigle sindacali che hanno aderito allo sciopero, con le modifiche inserite nel decreto “Pnrr bis”, «il governo ha deciso di procedere unilateralmente su tematiche riguardanti la scuola senza coinvolgere i sindacati, operando un’inammissibile invasione di campo». 

In particolare, i sindacati sostengono che se il provvedimento diventasse legge nella sua forma attuale, questo «non avrà effetti negativi solo sul personale docente, ma ridurrà l’efficacia di tutta la contrattazione nazionale» relativa al rinnovo del Contratto collettivo di lavoro nazionale (Ccnl) della scuola. 

Proprio il rinnovo Ccnl della scuola è un altro dei motivi alla base dello sciopero del 30 maggio. Il Ccnl del settore scolastico regola il rapporto di lavoro del personale della scuola pubblica di ogni ordine e grado, dagli insegnanti fino al personale tecnico, amministrativo e ausiliario (Ata), stabilendo per esempio l’orario di lavoro, i compiti e le retribuzioni di ciascun dipendente. Il Ccnl viene firmato dall’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran), l’ente che tratta per il governo il rinnovo dei contratti dei lavoratori pubblici, e dalle organizzazioni sindacali che rappresentano il settore della scuola. 

L’ultimo Ccnl dei lavoratori della scuola è stato firmato, in ritardo di due anni, nel 2018, e faceva riferimento al triennio 2016-2018. Il contratto ha riguardato quasi un milione e 200 mila tra insegnanti e personale Ata e, tra le altre cose, ha stabilito aumenti di stipendio tra gli 80 e i 110 euro al mese. Il Ccnl avrebbe dovuto essere rinnovato nuovamente nel 2019, ma a oggi non è ancora successo. Proprio questo ritardo è alla base dello sciopero dei sindacati della scuola. 

Il 12 maggio il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta ha firmato l’atto di indirizzo per il rinnovo del contratto, ossia le linee guida su cui si baserà la discussione con i sindacati. In base all’atto di indirizzo, il rinnovo del contratto riguarderà più di un milione e 200 mila insegnanti e prevede lo stanziamento da parte dello Stato di risorse per quasi 670 milioni di euro per l’anno 2019, un miliardo per il 2020 e più di 2 miliardi dal 2021. Questi fondi permetteranno di aumentare gli stipendi di quasi il 4 per cento rispetto allo retribuzione del triennio precedente, ossia quello tra il 2016 e il 2018.

Secondo alcuni siti di settore, questo aumento di stipendio corrisponde a circa 90 euro lordi al mese in busta paga, che al netto delle imposte diventano più o meno 50 euro. Per quanto riguarda invece il personale Ata, il personale tecnico delle università e degli enti di ricerca, l’atto di indirizzo prevede un aumento della retribuzione fino allo 0,55 per cento in più rispetto allo stipendio massimo per queste categorie, tra i 10 e i 12 euro netti al mese, così come fissato dalla legge di Bilancio per il 2022.

In generale, secondo i principali sindacati di categoria, questo stanziamento di risorse non è sufficiente. Il 7 giugno i rappresentanti sindacali e l’Aran si incontreranno nuovamente per proseguire la trattativa per il rinnovo del contratto e per discutere sugli aumenti salariali previsti nell’atto di indirizzo firmato dal ministro Brunetta. 

Tra gli altri motivi alla base dello sciopero indetto il 30 maggio, i sindacati chiedono una riduzione del numero di alunni per classe e per ciascun istituto; la previsione per l’anno scolastico 2022/2023 di un organico straordinario pensato per far fronte alla pandemia e alla guerra in Ucraina; la riduzione della burocrazia e la valorizzazione del personale Ata.
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