Perché il “licenziamento” di Beatrice Venezi è diventato un caso politico

La Fondazione Teatro La Fenice ha annullato le collaborazioni con la direttrice d’orchestra, dopo mesi di contestazioni e alcune dichiarazioni rilasciate a un quotidiano argentino
ANSA  /  CIRO FUSCO
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Il 26 aprile la Fondazione Teatro La Fenice di Venezia ha dichiarato di aver annullato ogni futura collaborazione con la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, nominata direttrice musicale del teatro ma non ancora entrata in carica. La decisione è stata presa dal sovrintendente della fondazione che gestisce il teatro Nicola Colabianchi ed è stata condivisa dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che l’ha definita una scelta «libera e autonoma».

La rottura è arrivata dopo alcune controverse dichiarazioni che la direttrice ha rilasciato in una intervista del 23 aprile al quotidiano argentino La Nación, dove ha sostenuto che alla Fenice i posti nell’orchestra si passerebbero «praticamente di padre in figlio».

Intorno alla figura di Venezi era però in corso da mesi un intenso dibattito. Fin dall’annuncio della sua nomina a nuova direttrice musicale del teatro La Fenice, nel settembre 2025 – incarico che avrebbe assunto ufficialmente da ottobre 2026 – orchestrali e sindacati hanno mostrato fin da subito contrarietà, con scioperi e contestazioni pubbliche. I musicisti della Fenice hanno criticato principalmente il profilo professionale di Venezi, ritenuto non adeguato a dirigere un teatro così prestigioso. Allo stesso tempo, il dibattito ha assunto anche una dimensione politica, a causa della vicinanza della direttrice d’orchestra al governo Meloni. 

Le polemiche si sono dunque presto spostate dal piano culturale e sindacale a quello politico. Ma come si è arrivati a questo punto? Facciamo qualche passo indietro.

Dalla nomina allo scontro

La nomina di Venezi a nuova direttrice musicale del teatro La Fenice è stata annunciata il 22 settembre 2025 attraverso un comunicato stampa, che però sembra non essere più disponibile sul sito della Fondazione. Nel testo comunque era scritto che «la decisione è stata approvata all’unanimità dal Presidente della Fondazione, dal Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, e da tutti i consiglieri di indirizzo».

Inaugurato nel 1792, La Fenice è uno dei principali teatri lirici europei. È gestito dalla Fondazione Teatro La Fenice, nata dalla trasformazione degli enti lirici in fondazioni di diritto privato prevista da un decreto legislativo del 1996. Secondo lo statuto, la Fondazione è guidata da un consiglio di indirizzo presieduto dal sindaco del Comune in cui ha sede il teatro: nel caso della Fenice, quindi, dal 2015 il presidente è il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Il consiglio può nominare e revocare il sovrintendente, che gestisce l’attività della Fondazione e nomina il direttore artistico, responsabile dell’indirizzo artistico-musicale del teatro. 

Pochi giorni dopo l’annuncio, la nomina di Venezi è stata contestata da orchestrali, coristi e lavoratori del teatro. In una lettera indirizzata al sovrintendente della Fondazione Colabianchi, 91 musicisti e 72 coristi hanno criticato sia il metodo seguito per la nomina sia il profilo professionale della direttrice d’orchestra. In particolare, hanno contestato il fatto di aver appreso la notizia «esclusivamente tramite la stampa» e hanno sottolineato che Venezi non aveva mai diretto un titolo d’opera o un concerto sinfonico pubblico in cartellone alla Fenice.

Un conflitto prolungato

Le proteste sono continuate anche dopo la risposta di Colabianchi. In una comunicazione interna, il sovrintendente ha giustificato la velocità delle tempistiche della nomina con «il timore di continue e ripetute polemiche che avrebbero potuto interferire nel processo di scelta». Il riferimento era probabilmente alle contestazioni che avevano già coinvolto Venezi negli anni precedenti. Nel gennaio 2024, per esempio, all’inizio del concerto di Capodanno del teatro dell’opera di Nizza, diretto da Venezi, erano stati esposti striscioni di protesta e la direttrice d’orchestra era stata contestata dal pubblico. «Niente fascisti all’opera, niente opera ai fascisti», era scritto su uno di questi. 

Dopo la risposta di Colabianchi, i musicisti della Fenice si sono riuniti in assemblea e hanno chiesto la revoca dell’incarico. Anche le rappresentanze sindacali dei lavoratori del teatro hanno proclamato lo stato di agitazione permanente, cioè una forma di mobilitazione sindacale che segnala l’apertura di un conflitto, in questo caso, con la Fondazione. 

Le contestazioni sono proseguite anche nei mesi successivi. Il 17 ottobre orchestra e coro hanno deciso di non andare in scena e hanno organizzato una manifestazione-concerto alternativa in Campo Sant’Angelo, a poca distanza dal teatro. L’iniziativa è stata presentata come un’occasione per ribadire la richiesta di garanzie sulla qualità e sulla trasparenza nella scelta del nuovo direttore musicale. Al concerto di Capodanno 2026, sempre alla Fenice, i musicisti hanno invece coinvolto una parte del pubblico in una protesta simbolica, indossando una spilla a forma di chiave di violino. L’obiettivo era «rendere visibile la propria unità e la determinazione nel difendere la dignità del lavoro e il futuro del Teatro».

Una direttrice di destra

La figura di Venezi non è estranea al dibattito politico. Già prima della nomina alla Fenice, la direttrice d’orchestra aveva fatto discutere per la sua presenza, nel 2021, ad Atreju, la storica manifestazione annuale di Fratelli d’Italia che si tiene a Roma. In quell’occasione aveva ricevuto da Giorgia Meloni un premio dedicato alla cultura. La direttrice è inoltre figlia di Gabriele Venezi, imprenditore immobiliare che nel 2007 si era candidato a sindaco di Lucca con Forza Nuova.

Nel 2022 Venezi ha partecipato alla manifestazione del Primo maggio organizzata da Fratelli d’Italia sul tema del lavoro non tutelato, dirigendo l’orchestra dei “Virtuosi Italiani”. Con l’arrivo del governo Meloni, è stata infine nominata nel 2022 consigliera per la musica al Ministero della Cultura, allora guidato da Gennaro Sangiuliano.

La vicinanza con Meloni è stata sottolineata dalla stessa Venezi. In un’intervista a La Stampa del novembre 2022, la direttrice d’orchestra ha detto che tra lei e la presidente del Consiglio c’è «un rapporto di stima ed amicizia». Nella stessa intervista ha anche chiarito il proprio orientamento politico, spiegando di riconoscersi «nel conservatorismo». Come Meloni, che nelle comunicazioni ufficiali è chiamata “il presidente”, anche Venezi ha voluto declinare il suo ruolo al maschile, preferendo definirsi “direttore” e non “direttrice” d’orchestra.

La rottura definitiva

Al netto delle polemiche e dell’orientamento politico di Venezi, il Consiglio di indirizzo il 10 marzo ha confermato la scelta, formalizzando la nomina di Venezi come direttrice musicale della Fenice con un incarico di quattro anni a partire da ottobre 2026. 

In opposizione alla nomina, l’11 marzo sono arrivate le dimissioni di Alessandro Tortato, consigliere di indirizzo della Fondazione indicato dal Ministero della Cultura. In un post su Facebook, Tortato ha definito la nomina «legittima», ma ha contestato il modo in cui era stata presentata dalla Fondazione, sostenendo che non fosse corretto parlare di approvazione all’unanimità da parte del Consiglio di indirizzo.

Secondo Tortato, a quel punto la scelta non era più basata sulle competenze artistiche ma era diventata apertamente politica. La tensione è proseguita anche nelle settimane successive e il 24 aprile, durante il concerto del Venerdì santo alla Fenice, è stata organizzata una nuova contestazione contro il sovrintendente Colabianchi. 

L’intervista a La Nación

Dopo soli due giorni, però, la Fondazione ha comunicato per voce del sovrintendente la scelta di annullare tutte le collaborazioni future con Venezi. «La decisione è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche, incompatibili con i principi della Fondazione», ha spiegato Colabianchi. La scelta ha subito ricevuto l’appoggio del ministro della Cultura Giuli attraverso un comunicato in cui la definisce «un atto insindacabile».

La decisione è arrivata pochi giorni dopo l’intervista rilasciata da Venezi al quotidiano argentino La Nación, pubblicata il 23 aprile, in cui la direttrice d’orchestra ha parlato della sua carriera e del rapporto con Meloni, che ha raccontato di conoscere da prima del suo ruolo politico. Durante l’intervista la direttrice d’orchestra ha detto anche una frase che ha suscitato molte polemiche: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio». 

Le parole della direttrice d’orchestra sono state criticate sia dalla Fondazione sia dai sindacati. Colabianchi ha preso le distanze dalle dichiarazioni, spiegando di non condividerle, e la rappresentanza sindacale le ha definite «gravi, false e offensive». Per spiegare il rapido cambio di passo della Fondazione, un articolo pubblicato il 27 aprile dal Corriere della Sera ha suggerito che la decisione fosse stata sollecitata dalla stessa presidente del Consiglio Meloni. Il governo ha però smentito questa ricostruzione, definendola «priva di fondamento».

Venezi ha respinto le accuse e ha chiesto chiarimenti sulla decisione della Fondazione. La direttrice d’orchestra ha detto di prendere atto della dichiarazione del sovrintendente e della scelta della Fondazione, che secondo lei «andrà comunque chiarita nelle motivazioni». Ha poi denunciato di essere stata «costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata» sui social, sui giornali e in televisione, in Italia e all’estero, con l’obiettivo di danneggiare la sua immagine professionale e la sua carriera.

Insomma, la decisione della Fenice è stata motivata formalmente dalle dichiarazioni pubbliche di Venezi e dalla rottura del rapporto di fiducia con l’istituzione e con l’orchestra. Allo stesso tempo, però, il caso ha avuto fin dall’inizio anche una dimensione politica. Questa dimensione è emersa prima nelle discussioni sulla nomina della direttrice d’orchestra, poi nelle ricostruzioni su possibili pressioni del governo, smentite dall’esecutivo stesso. 

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