L’Italia non è penultima in Europa per libertà di stampa

Secondo Sinistra Italiana il nostro Paese è davanti solo all’Ungheria, ma le cose non stanno proprio così
ANSA
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Ogni anno, all’inizio di maggio, la pubblicazione del World Press Freedom Index riporta nel dibattito politico il tema della libertà di stampa in Italia. La classifica, diffusa il 3 maggio dall’organizzazione no-profit Reporters sans frontières (RSF) in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa, valuta il livello di libertà dei media in quasi tutti i Paesi del mondo.

Quest’anno, nello stesso giorno della pubblicazione del rapporto, Sinistra Italiana ha diffuso sui social un post per criticare lo stato dell’informazione in Italia e l’attuale governo in carica. Nel testo si legge che «l’Italia della destra di Meloni» sarebbe scesa «al cinquantaseiesimo posto tra i Paesi» del mondo a causa dell’assenza di norme adeguate, delle minacce contro chi fa giornalismo d’inchiesta e del numero elevato di querele temerarie, ossia azioni legali presentate con l’obiettivo di intimidire o scoraggiare soprattutto il lavoro dei giornalisti. Proseguendo, il partito guidato da Nicola Fratoianni aggiunge: «Siamo secondi in Europa solo all’Ungheria».
Ma le cose stanno davvero così? In breve: la prima parte della ricostruzione è sostanzialmente corretta, perché l’Italia è effettivamente scesa al 56° posto nella classifica di Reporters sans frontières. La seconda parte, invece, è sbagliata: l’Italia non è davanti in Europa solo all’Ungheria, dal momento che ci sono diversi Paesi europei posizionati peggio del nostro.

Il calo dell’Italia in classifica

Per capire se la ricostruzione di Sinistra Italiana sia corretta, bisogna partire dalla classifica citata nel post. Come accennato, ogni anno – da oltre vent’anni – Reporters sans frontières pubblica il World Press Freedom Index, un indice che confronta il livello di libertà di stampa in 180 Paesi e territori del mondo. La classifica non misura soltanto la sicurezza fisica dei giornalisti, ma valuta più in generale le condizioni in cui i media possono lavorare.

Dal 2022 Reporters sans frontières adotta una definizione più ampia di libertà di stampa, intesa come «l’abilità dei giornalisti come individui e come gruppo di selezionare, produrre e diffondere notizie nell’interesse del pubblico, in modo indipendente rispetto a interferenze di carattere politico, economico, legale e sociale e in assenza di minacce alla propria salute fisica e mentale». A partire da questa definizione, l’indice valuta  la situazione dei singoli Paesi sulla base di cinque indicatori: il contesto politico, il quadro legislativo, il contesto economico, il contesto socioculturale e la sicurezza dei giornalisti. La valutazione è espressa su una scala da 0 a 100: 0 indica una situazione in cui la libertà di stampa è del tutto assente, mentre 100 corrisponde a una situazione ideale in cui è pienamente garantita e rispettata.

Venendo all’Italia, nel World Press Freedom Index 2026 il nostro Paese è al 56° posto, con un punteggio di 65,16, come correttamento riportato da Sinistra Italiana. Per fare un confronto nel tempo: nel 2025 l’Italia era al 49° posto, con un punteggio di 68,01; nel 2024 era al 46° posto, con un punteggio di 69,80; nel 2023 era al 41° posto, con un punteggio di 72,05. In tre anni, dunque, l’Italia ha perso 15 posizioni nella classifica di Reporters sans frontières, registrando anche un progressivo calo del punteggio.

Il piazzamento richiamato nel post di Sinistra Italiana è quindi corretto e si inserisce in un peggioramento registrato dall’indice negli ultimi anni.

I motivi del declino

Nel post pubblicato da Sinistra Italiana, il calo dell’Italia nella classifica di Reporters sans frontières è spiegato con «l’assenza di normative adeguate», «le minacce a chi fa giornalismo di inchiesta» e «la quantità abnorme di querele temerarie». Al di là dei giudizi contenuti nel post, sono elementi che compaiono almeno in parte anche nella scheda del rapporto dedicata all’Italia.

Secondo Reporters sans frontières, la libertà di stampa nel nostro Paese è condizionata da diverse criticità. L’organizzazione cita, tra le altre cose, le pressioni politiche sui media, le minacce della criminalità organizzata, il ricorso alle querele temerarie e le norme che possono limitare il lavoro giornalistico, tra cui la cosiddetta “legge bavaglio”. La norma nasce da un emendamento presentato nel dicembre 2023 da Enrico Costa, all’epoca deputato di Azione e oggi in Forza Italia, ed è stata attuata dal governo Meloni con un decreto legislativo del dicembre 2024. La disposizione vieta la pubblicazione delle ordinanze che applicano misure cautelari personali fino alla conclusione delle indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare.  

Il quadro emerge anche dai punteggi assegnati ai singoli indicatori. Nel 2026 il risultato peggiore dell’Italia è quello relativo al contesto economico, pari a 48,72. Seguono il contesto politico, con 58,81, quello socioculturale, con 62,51, il quadro legislativo, con 68,81, e la sicurezza dei giornalisti, con 86,92.

I limiti del rapporto di RSF

Prima di usare la classifica di Reporters sans frontières per confrontare l’Italia con gli altri Paesi, è utile chiarire alcuni limiti dell’indice. Il World Press Freedom Index offre un quadro comparativo sulla libertà di stampa nel mondo, ma non va letto come una misurazione perfetta o assoluta del fenomeno.

Come abbiamo spiegato in passato su Pagella Politica, un primo limite riguarda la metodologia. Dal 2022 Reporters sans frontières combina una parte quantitativa, basata sugli abusi subiti da giornalisti e media, con una parte qualitativa, costruita attraverso questionari inviati a esperti, giornalisti, ricercatori, accademici e attivisti. Questa seconda componente introduce un margine di soggettività: le risposte possono dipendere dall’esperienza degli intervistati, dal contesto in cui lavorano e dalla loro conoscenza dei temi esaminati. Per esempio, un giornalista che opera in un contesto di guerra potrebbe avere un’idea di “sicurezza” diversa da un collega basato in Paesi come la Norvegia o la Svizzera.

Un altro elemento da considerare riguarda i confronti nel tempo. Nel 2022 l’organizzazione ha cambiato sia la definizione di libertà di stampa usata per costruire l’indice sia la metodologia di calcolo. Inoltre, nel corso degli anni è aumentato il numero dei Paesi inclusi nella classifica: erano 139 nel 2002 e sono 180 dal 2014. Per questo motivo, i confronti di lungo periodo, soprattutto tra anni molto distanti, vanno letti con cautela.

Infine, va considerato che la posizione in classifica non dipende solo dal punteggio ottenuto da un singolo Paese, ma anche dai risultati degli altri. Un Paese può quindi salire o scendere nella graduatoria non solo perché la sua situazione è migliorata o peggiorata, ma anche perché altri Paesi hanno registrato variazioni più marcate. Questo vale soprattutto quando i punteggi sono molto vicini: anche differenze minime possono produrre spostamenti di alcune posizioni.

I limiti non rendono inutile l’indice di Reporters sans frontières, ma ci ricordano che bisogna leggerlo con cautela. Nel caso dell’Italia, il calo degli ultimi anni resta da segnalare, perché riguarda sia la posizione in classifica sia il punteggio assegnato al nostro Paese. Allo stesso tempo, però, il dato va interpretato correttamente: il 56° posto segnala un peggioramento, ma – come vedremo – non dimostra che l’Italia sia seconda in Europa solo all’Ungheria.

Il confronto in Europa

Sinistra Italiana sostiene che, in termini di libertà di stampa, tra i Paesi europei soltanto l’Ungheria avrebbe un risultato peggiore del nostro.

La classifica 2026 di Reporters sans frontières mostra però un quadro diverso. L’Italia è al 56° posto, mentre l’Ungheria è al 74°. Ma l’Ungheria non è l’unico Paese europeo dietro al nostro. Anche limitando il confronto ai soli Stati membri dell’Unione europea, ci sono altri cinque Paesi con un piazzamento peggiore dell’Italia: Malta è al 67° posto, la Bulgaria al 71°, Cipro all’80° e la Grecia all’86°, che è il Paese dell’Ue con il piazzamento più basso.

Il confronto diventa peraltro ancora meno favorevole alla tesi di Sinistra Italiana se si considera l’Europa in senso più ampio, e non solo l’Unione europea. Nella regione “Europe-Central Asia” usata nell’indice, dietro l’Italia compaiono infatti diversi altri Paesi come Albania, Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Georgia, Bielorussia e Russia.

Ricapitolando, il post di Sinistra Italiana cita un dato corretto: nel World Press Freedom Index 2026 l’Italia è al 56° posto, in costante peggioramento rispetto agli anni precedenti. Richiama inoltre alcune criticità segnalate anche da Reporters sans frontières, tra cui le minacce contro i giornalisti, le querele temerarie e il quadro normativo in cui opera la stampa. Il confronto con gli altri Paesi europei, però, è sbagliato. L’Italia si colloca nella parte bassa della classifica tra gli Stati membri dell’Unione europea, ma non è seconda in Europa solo all’Ungheria.

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