Indicare i ministri prima del voto ha poco senso, ma i partiti lo fanno lo stesso

Il leader della Lega Matteo Salvini ha chiesto agli alleati di annunciare «alcuni ministri» prima del voto: i precedenti non dovrebbero incoraggiarlo
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Il 31 luglio, durante la festa della Lega a Milano Marittima (Ravenna), il segretario Matteo Salvini ha ribadito (min. 24:25) un concetto espresso più volte negli ultimi giorni, ossia quello di voler proporre agli alleati che «alcuni ministri, almeno quelli più importanti» siano decisi e annunciati prima del voto, «per una questione di serietà».

Così come per i ministri, nel centrodestra è molto attivo anche il dibattito intorno al nome del candidato alla presidenza del Consiglio. Per esempio, il 27 luglio, al termine di un vertice tra i leader di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, è stato stabilito che in caso di vittoria del centrodestra alle elezioni del 25 settembre il presidente del Consiglio sarà indicato dal partito che prenderà più voti.

Quella di annunciare il proprio candidato presidente e i ministri prima delle elezioni è una pratica molto in voga tra i partiti italiani, non solo di centrodestra: di recente anche il segretario del Partito democratico Enrico Letta si è dichiarato «pronto a fare il front runner» di una eventuale coalizione di centrosinistra, così come il leader di Azione Carlo Calenda, che si è detto «pronto a candidarsi se Draghi non è disponibile». In realtà, in base alla legge elettorale attualmente in vigore e alla Costituzione, il presidente del Consiglio, i ministri e tutti i rappresentanti del governo non sono scelti dagli elettori, ma vengono nominati dopo le elezioni dal presidente della Repubblica, al termine delle consultazioni con i partiti.

L’ordinamento della Repubblica

In base alla nostra Costituzione, l’Italia è una repubblica parlamentare e non presidenziale: gli elettori con il loro voto non eleggono né il governo, né il presidente del Consiglio, ma i membri del Parlamento. Una volta stabilita la composizione del Parlamento, il presidente della Repubblica indice le consultazioni con le varie forze politiche, trova una maggioranza parlamentare tenendo conto del risultato delle urne e, come prescritto dall’articolo 92 della Costituzione, «nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri».

Questo processo può richiedere diversi mesi: per esempio, le ultime elezioni si sono svolte il 4 marzo 2018, e il primo governo Conte è entrato in carica quasi tre mesi dopo, il 1° giugno. Proprio in quell’occasione, tra l’altro, a pochi giorni dal voto il Movimento 5 stelle – al tempo favorito nei sondaggiaveva proposto una potenziale squadra di governo, con il capo politico Luigi Di Maio come presidente del Consiglio e in cui compariva anche il nome di Giuseppe Conte come ministro della Pubblica amministrazione. Entrambe le ipotesi non si sono poi concretizzate.

Nonostante quindi i partiti non possano nominare ufficialmente i ministri o il presidente del Consiglio, la pratica di indicare possibili nomi prima delle elezioni non è nuova. Inoltre, le nomine indicate dalle forze politiche non sono certe nemmeno dopo il voto, dato che possono essere scartate dal presidente della Repubblica.

Un po’ di storia

Andando a ritroso nel tempo, ci sono diversi casi in cui un presidente della Repubblica ha fermato la nomina di un ministro incaricato “a priori” da un partito, anche dopo i risultati delle elezioni. Nel 1994, per esempio, Silvio Berlusconi, che ricevette dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro l’incarico di formare il governo, propose Cesare Previti come ministro della Giustizia, ma fu fermato dallo stesso Scalfaro, che affidò a Previti il ministero della Difesa. 

Nel 2014, poi, l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano chiese a Matteo Renzi di non proporre il procuratore Nicola Gratteri come ministro della Giustizia perché, secondo una regola non scritta, un magistrato in servizio non dovrebbe occupare quel ruolo. Più di recente, nel 2018 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella rifiutò la nomina dell’economista Paolo Savona, noto per le sue posizioni critiche nei confronti dell’Unione europea, a ministro dell’Economia del primo governo Conte, confermando quindi l’influenza del capo dello Stato nella scelta dei ministri. L’incarico venne poi affidato al professor Giovanni Tria.

Anche per quanto riguarda la scelta del presidente del Consiglio la procedura non è automatica, e non sempre il leader del partito che ha preso più voti viene nominato presidente del Consiglio: nel 2013, per esempio, il leader della coalizione che ottenne più voti, Pier Luigi Bersani (Partito democratico), non diventò presidente del Consiglio. 

Ricapitolando, l’ordinamento della Repubblica e l’attuale legge elettorale non consentono ai partiti di nominare ufficialmente candidati presidenti del Consiglio o ministri: ogni lista stilata e nome annunciato rappresentano quindi delle semplici ipotesi, almeno fino alla fine delle consultazioni con il capo dello Stato, che avvengono dopo le elezioni.
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