Il fact-checking dei leader del centrosinistra a Sky

Le dichiarazioni di Schlein, Renzi e Conte alla prova dei fatti: dalla difesa alle liste d’attesa, passando per lavoro povero, migranti e alleanze
ANSA
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Il 6 luglio, durante l’evento Sky Live In a Milano, sono intervenuti alcuni esponenti del centrosinistra, tra cui la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, il presidente di Italia Viva Matteo Renzi e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Nel corso delle interviste i tre politici hanno parlato di spese per la difesa, lavoro povero, centri per migranti in Albania e liste d’attesa nella sanità.

Abbiamo verificato sei dichiarazioni, due per ogni leader. In alcuni casi i numeri citati sono corretti; in altri, invece, sono imprecisi o sovrastimati.

La Spagna e i lavoratori poveri

Schlein: «[Sulla NATO la Spagna ha detto] “no, noi non raggiungeremo il 5 per cento [di spese per la difesa, ndr] perché metterebbe a rischio la nostra economia, il nostro welfare ma resteremo nella NATO e rispetteremo comunque tutti gli obiettivi di capacità”» 

Schlein sintetizza correttamente la posizione della Spagna, ma bisogna fare una precisazione. Nel giugno 2025, al vertice NATO dell’Aia, nei Paesi Bassi, tutti gli alleati – Spagna compresa – si sono impegnati ad arrivare entro il 2035 al 5 per cento del PIL in spese per difesa e sicurezza: il 3,5 per cento per la difesa in senso stretto e l’1,5 per cento per spese collegate alla sicurezza. La Spagna sostiene però di poter rispettare quegli obiettivi senza arrivare al 5 per cento. Il governo Sánchez ha annunciato un accordo con la NATO per destinare alla difesa il 2,1 per cento del PIL, ritenendolo sufficiente per garantire personale, equipaggiamenti e infrastrutture richiesti dall’Alleanza.

La posizione del governo spagnolo però non è stata del tutto accettata dall’Alleanza. Prima del vertice, il segretario NATO Mark Rutte ha detto che la Spagna ritiene di poter raggiungere gli obiettivi con il 2,1 per cento del PIL, ma la NATO resta «assolutamente convinta» che per riuscirci dovrà spendere il 3,5 per cento del suo PIL, come il resto degli altri membri.

Schlein: «In un Paese che ha 4 milioni di lavoratori poveri, anche se hanno un lavoro» 

La dichiarazione di Schlein è un po’ imprecisa. Innanzitutto, non esiste un’unica definizione di “lavoratore povero”. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 si è trovato a rischio di povertà lavorativa il 10,2 per cento degli occupati tra i 18 e i 64 anni. Questo indicatore considera chi ha lavorato per più di metà anno e vive in una famiglia a rischio di povertà. Si tratta di circa 2,5 milioni di persone, e non 4 milioni come sostenuto da Schlein.

I «4 milioni» citati dalla leader del PD si avvicinano invece a un altro dato. Nel 2024, sempre secondo l’Istat, i lavoratori a basso reddito erano il 20,4 per cento del totale. Sono persone che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno avuto un reddito netto da lavoro inferiore al 60 per cento della mediana. Nel Rapporto annuale 2024, l’Istat stimava che nel 2022 i dipendenti con bassa retribuzione annuale fossero 4,4 milioni, un numero vicino a quello citato da Schlein. Ma il confronto va preso con cautela: è un dato riferito a quattro anni fa, riguarda solo i lavoratori dipendenti e usa un indicatore diverso dalla povertà lavorativa.

I centri in Albania e la divisione della sinistra

Renzi: «Caro Piantedosi, riporta indietro 600 tra agenti della polizia, tra finanzieri e carabinieri, riportali indietro da quell’inutile centro dei migranti, che ci è costato quasi un miliardo di euro» 

Qui Renzi esagera. Il riferimento è al protocollo Italia-Albania, firmato dai governi dei due Paesi nel novembre 2023, che prevede l’uso di due aree albanesi, a Shëngjin e Gjadër, per le procedure di frontiera e di rimpatrio dei migranti. La legge di ratifica dell’accordo ha istituito, tra gli altri, un nucleo di coordinamento presso la questura di Roma, un nucleo di polizia giudiziaria e uno di polizia penitenziaria nelle aree in Albania. Per il personale inviato in missione erano previsti oneri per 30 milioni di euro nel 2024 e 57,8 milioni l’anno dal 2025 al 2028.

Il numero indicato da Renzi però non torna: nelle fonti ufficiali accessibili non risultano a disposizione «600» tra poliziotti, finanzieri e carabinieri. Un dato pubblico disponibile è contenuto in un atto della Polizia di Stato sugli alloggi. Nel testo si parla di 295 operatori delle Forze di polizia impiegati nei servizi legati al protocollo, meno della metà dei 600 citati dal leader di Italia Viva.

Anche sul costo dei centri Renzi esagera. Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, la legge di ratifica ha autorizzato spese consistenti, ma più basse rispetto alla cifra citata dal leader di Italia Viva. Le principali coperture per il periodo 2024-2028 sono infatti nell’ordine di circa 645 milioni di euro, non di «quasi un miliardo».

Renzi: «La sinistra si è divisa, si è divisa nel 2022. Se la sinistra non si fosse divisa, la Meloni non avrebbe vinto. Lo dicono i numeri»

Alle elezioni politiche del 2022 il centrodestra è stato il primo schieramento, con circa il 44 per cento dei voti. La coalizione di centrosinistra – formata da Partito Democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, Più Europa e Impegno Civico – si è fermata a circa il 26 per cento. Il Movimento 5 Stelle aveva preso invece circa il 15 per cento, mentre la lista formata da Azione e Italia Viva quasi l’8 per cento. Questa divisione pesò soprattutto nei collegi uninominali, dove passava il candidato più votato: alla Camera il centrodestra ne conquistò 121 su 147, al Senato 59 su 74. Se si sommano le percentuali, la somma dei risultati dei partiti di centrosinistra era pari al 49 per cento, quindi più dei voti del centrodestra, e questo darebbe ragione a Renzi.

Il ragionamento però è troppo semplicistico. In politica la somma dei voti non fa sempre il totale. Secondo uno studio pubblicato a ottobre 2022 dall’Istituto Cattaneo – un istituto che si occupa di analisi elettorale – è «irrealistica» l’idea che alle ultime elezioni politiche tutti gli elettori avrebbero votato allo stesso modo anche dentro alleanze diverse. Alcune simulazioni hanno mostrato che un “campo largo” avrebbe potuto contendere molti più collegi al centrodestra, ma non dimostrano con certezza che ciò avrebbe impedito la vittoria di Meloni. Dunque Renzi ha ragione sul peso della divisione, ma presenta come certo uno scenario che resta ipotetico, non fattuale.

Gli impegni NATO e le liste d’attesa

Conte: [Sugli impegni presi in ambito di difesa] «Lei ha parlato di Sanchez e della Spagna, 500 milioni non sono 18-20 miliardi del prossimo biennio che a noi spetta investire per soddisfare quegli impegni di spesa» 

Qui Conte è impreciso. Come detto, al vertice della NATO dell’Aia di giugno 2025 gli alleati si sono impegnati ad arrivare al 5 per cento del PIL entro il 2035. La Spagna ha però rivendicato un accordo per rispettare i propri obiettivi con una spesa pari al 2,1 per cento del PIL, senza salire al 5 per cento.

La cifra di 18-20 miliardi citata da Conte per il nostro Paese è una stima plausibile, ma non indica nuovi fondi già stanziati nel prossimo biennio. Lo scorso giugno, in Parlamento, Meloni ha detto che l’Italia si sarebbe presentata al vertice con una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8 per cento del PIL. Rispetto al 2,01 per cento stimato dalla NATO per il 2025, l’aumento vale circa 18 miliardi usando il PIL del 2025. Ma, queste cifre non indicano nuovi stanziamenti nel bilancio della difesa. 

Anche il confronto con la Spagna è poco attendibile. Nelle fonti ufficiali, non risulta il dato dei 500 milioni citato dal leader del Movimento 5 Stelle. Nell’aprile 2025 il governo spagnolo ha annunciato 10,5 miliardi di euro aggiuntivi per portare la spesa in difesa e sicurezza al 2 per cento del PIL. In sintesi, Conte ha ragione sul fatto che per l’Italia l’aumento richiesto sarebbe rilevante, ma il paragone tra 500 milioni e 18-20 miliardi è poco preciso. 

Conte: «Non hanno messo un euro nel decreto che doveva ridurre le liste d’attesa» 

Qui Conte ha ragione. Il riferimento è al decreto-legge del giugno 2024 che riguarda la «riduzione dei tempi delle liste di attesa delle prestazioni sanitarie». Quel provvedimento non ha stanziato nuovi fondi per aumentare direttamente visite, esami e prestazioni sanitarie. Per esempio, la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa doveva essere realizzata senza «nuovi o maggiori oneri», mentre l’apertura di visite ed esami nel weekend usava risorse già previste dalla legge di bilancio 2024.

Il decreto-legge prevedeva comunque alcuni oneri, tra cui circa 1,4 milioni di euro nel 2024 e 2,7 milioni l’anno dal 2025 per il nuovo Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria. Inoltre, ha introdotto (art. 7) una tassazione agevolata sulle prestazioni aggiuntive del personale sanitario, con effetti finanziari stimati in 88,4 milioni di euro nel 2024 e oltre 160 milioni l’anno dal 2025. La norma è stata poi spostata nel Testo unico su versamenti e riscossione, che scatterà dal 2027.

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