Perché si parla di autonomia regionale e quali sono le posizioni dei partiti

Tutti i principali partiti sono concordi nel concedere più poteri ad alcune regioni, il problema è il “come”
ANSA/FABIO FRUSTACI
ANSA/FABIO FRUSTACI
Negli scorsi giorni è tornato in primo piano il dibattito politico sulla cosiddetta “autonomia differenziata” o “autonomia regionale”, promessa dal programma elettorale della coalizione di centrodestra. L’obiettivo del governo è quello di concedere maggiori poteri alle regioni su determinate competenze, nel rispetto della Costituzione, ma le posizioni sul tema tra i partiti sia nella coalizione di centrodestra al governo sia all’opposizione sono diverse, sebbene ci sia un’intesa di fondo comune.

Di che cosa stiamo parlando

La divisione dei poteri tra lo Stato e le regioni è parecchio complessa. L’articolo 117 della Costituzione stabilisce infatti che il governo centrale ha il potere esclusivo di fare le leggi su oltre 17 materie, dall’immigrazione alle norme generali sull’istruzione. Su oltre 20 materie, invece, il potere legislativo spetta alle regioni, ma insieme allo Stato, che ha il compito di determinare i principi fondamentali. Fra le materie su cui la legislazione è concorrente, c’è pure la «tutela della salute», un punto su cui si sono creati vari scontri tra Stato e regioni durante la gestione della pandemia di Covid-19. 

L’articolo 116 della Costituzione stabilisce che su una serie di competenze le regioni che ne fanno richiesta possono ricevere «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Per ottenerle, lo Stato e le regioni interessate devono raggiungere un’intesa, poi contenuta in una legge che deve essere approvata a maggioranza assoluta dai membri della Camera e del Senato. Questa procedura è stata introdotta nel 2001, con l’approvazione della riforma costituzionale per modificare il Titolo V della Costituzione, quello che regola i rapporti tra Stato e regioni. Nel tempo, però, il tema è diventato fortemente divisivo.

Come spiega un rapporto del Parlamento, verso la fine del 2017 le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna si sono mosse ufficialmente per attivare la procedura per chiedere maggiore autonomia allo Stato. Gli accordi preliminari sottoscritti all’inizio del 2018, con il governo Gentiloni, riguardavano una serie di materie, dall’istruzione alla salute. Successivamente, con il primo governo Conte, le trattative sul numero delle materie si sono ampliate e altre sei regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Campania) hanno presentato ufficialmente al governo la richiesta di iniziare il percorso per ottenere nuove forme di autonomia.

La pandemia di Covid-19 ha poi rallentato il confronto politico, tra governo e regioni, per giungere a un accordo definitivo, che ora è tornato in primo piano dopo che il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli (Lega) ha presentato una bozza (dunque ancora nulla di ufficiale) per stabilire i dettagli su come concedere maggiori poteri alle regioni. 

Semplificando un po’, come già avvenuto in passato, le maggiori divisioni tra i partiti riguardano un punto preciso, ossia l’assegnazione delle risorse economiche alle regioni sulla base dell’eventuale maggiore autonomia concessa. Da un lato, si è parlato della possibilità, per esempio per quanto riguarda la sanità e l’istruzione, di concedere alle regioni con maggiore autonomia le stesse risorse ricevute in passato (la cosiddetta “spesa storica”) e permettere loro di tenersi l’eventuale differenza, in caso di risparmi e di una gestione più efficiente dei fondi. Dall’altro lato, da tempo è in corso il dibattito sulla necessità di stabilire la definizione dei cosiddetti “livelli essenziali di prestazione” (Lep), ossia quei servizi e prestazioni che lo Stato deve fornire su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalle regioni, che dovrebbero così ricevere dal governo centrale tutte le risorse necessarie per poterli garantire.

Le posizioni dei partiti

Come anticipato, la promessa di attuare quanto previsto dalla Costituzione sull’autonomia regionale è contenuta nel programma elettorale della coalizione di centrodestra, ora al governo guidato da Giorgia Meloni. La Lega di Matteo Salvini è il partito che più di tutti preme per concedere alle regioni che ne hanno fatto richiesta più poteri. La stessa Lega, oltre a essere il partito del ministro Calderoli, esprime i due presidenti delle regioni Lombardia (Attilio Fontana) e Veneto (Luca Zaia), che da anni sostengono che una maggiore autonomia per le regioni permetterebbe di fornire migliori servizi ai cittadini. 

Secondo fonti stampa, al momento Fratelli d’Italia avrebbe frenato la repentina spinta della Lega sulla presentazione della bozza per l’autonomia differenziata. Il 20 novembre, in un’intervista con La Nazione, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani (Fratelli d’Italia) ha per esempio dichiarato che l’autonomia differenziata verrà concessa alle regioni, ma «nell’ambito di un quadro più complessivo». «Capisco la fretta di Calderoli, ma immaginare che ciò che non si è fatto in cinque anni possa farsi in cinque settimane mi pare troppo», ha sottolineato Ciriani. «In ballo non ci sono solo le richieste delle regioni di avere maggiori competenze, ma anche una riforma istituzionale dello Stato con l’elezione diretta del presidente della Repubblica e maggiori poteri alla capitale. Riforme che devono camminare insieme per assicurare uno stato più moderno. Non serviranno 5 anni, ma certo più di qualche mese». Da parte sua, Calderoli si è detto disponibile a «riscrivere la bozza» dove sono dettagliati i criteri per concedere maggiore autonomia alle regioni, respingendo però le accuse di chi sostiene che vuole «spaccare» l’Italia.

Il riferimento è ad almeno due presidenti di regione del Sud, Vincenzo De Luca (Campania) e Michele Emiliano (Puglia), a capo di due coalizioni di centrosinistra, sostenute dal Partito democratico. Entrambi sostengono la cosiddetta tesi della “secessione dei ricchi”, quella secondo cui, senza alcuni vincoli, l’autonomia differenziata rischia di favorire le regioni che già stanno meglio e di sfavorire quelle già svantaggiate.

In generale, il Partito democratico – che è all’opposizione in Parlamento – è favorevole a concedere maggiori poteri alle regioni, ma il punto del disaccordo rimane quello su come spartire le risorse economiche. Di recente, il senatore del Pd Francesco Boccia, ex ministro per gli Affari regionali e le autonomie del secondo governo Conte, ha ribadito che il percorso sull’autonomia differenziata necessita prima l’approvazione dei “livelli essenziali di prestazione” (nella bozza di Calderoli questi sarebbero invece definiti dopo 12 mesi dall’approvazione della legge sull’autonomia) e l’unanimità delle regioni. 

Tra gli altri partiti all’opposizione, Azione, per voce della sua neo presidente Mara Carfagna, ha dichiarato che la bozza di Calderoli è una «provocazione». «Io personalmente non sono contraria all’autonomia, sono favorevole, ma a un’autonomia che rispetti il dettato costituzionale», ha sottolineato l’ex ministra per il Sud del governo Draghi. Per quanto riguarda il Movimento 5 stelle, in passato il suo presidente Giuseppe Conte, quando era a capo del governo con la Lega, si era detto favorevole all’autonomia, dichiarando a luglio 2019 in una lettera alle regioni Lombardia e Veneto: «Per me l’autonomia non è una bandiera regionale da sventolare, ma una riforma che farà bene a voi e all’Italia intera». Negli ultimi giorni diversi esponenti del partito hanno comunque criticato l’accordo proposto da Calderoli.

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