Giuseppe Conte

La sanità italiana è davvero «un’eccellenza mondiale»?

«Dal 1978 abbiamo costruito un sistema sanitario che è un’eccellenza anche a livello mondiale»

Pubblicato: 02 mar 2020
Data origine: 25 feb 2020
Macroarea questioni sociali

Questo fact-checking riprende il contenuto di un articolo scritto da Pagella Politica per Agi il 27 febbraio 2020.

Il 25 febbraio, in diretta a Mattino Cinque su Canale 5, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha rassicurato sulla diffusione del nuovo coronavirus in Italia, dicendo (min. -3:05) che «dal 1978 abbiamo costruito un sistema sanitario che è un’eccellenza anche a livello mondiale».

Vediamo se i numeri danno ragione al capo del governo, o meno.

Che cosa è successo nel 1978

Il sistema sanitario nazionale (Ssn) non esiste da sempre ma, come ricorda anche Conte, è stato istituito oltre quarant’anni fa – con la legge n. 833 del 1978 – e alla sua base ha tre principi fondamentali.

Il primo è quello dell’universalità, ossia l’estensione delle prestazioni sanitarie a tutta la popolazione. Il secondo è quello dell’uguaglianza – l’accesso alle cure senza nessuna discriminazione – mentre il terzo e ultimo riguarda l’equità, ossia la parità di accesso in relazione a uguali bisogni di salute.

Ma in concreto, come si piazza il nostro Ssn nelle graduatorie sulla sanità a livello mondiale?

Le classifiche internazionali

Esistono diverse classifiche internazionali che cercano di confrontare l’efficienza dei sistemi sanitari esistenti nei vari Paesi del mondo.

In un approfondimento pubblicato a settembre 2018, la Fondazione Gimbe – un’organizzazione che promuove attività di formazione e ricerca in ambito sanitario – ha citato le otto più famose, tutte costruite con metodologie diverse. Tra queste ci sono la classifica realizzata da Bloomberg e quella della prestigiosa rivista scientifica The Lancet. Vediamo come ne esce l’Italia.

Bloomberg Global Health Index

A febbraio 2019, Bloomberg News – una delle aziende leader nel mondo per quanto riguarda soprattutto le notizie di analisi finanziaria – ha pubblicato l’edizione più aggiornata del Bloomberg Global Health Index, con cui viene valutata la salute della popolazione in 169 Paesi membri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sulla base di diversi elementi, tra cui la speranza di vita, l’accesso alle cure, i fattori comportamentali della popolazione e quelli ambientali.

Nel 2017 l’Italia era prima, mentre nel 2019 è passata in seconda posizione, superata in vetta dalla Spagna. Al terzo posto, sempre l’anno scorso, c’era l’Islanda, seguita da Giappone, Svizzera e Svezia (Figura 1).

Figura 1. Bloomberg Global Health Index 2019

Healthcare Quality and Access Index

L’Healthcare Quality and Access Index è una classifica stilata dalla prestigiosa rivista medica The Lancet, l’ultima edizione è stata pubblicataa maggio 2018. Questa graduatoria mette in relazione la mortalità evitabile per diverse malattie con altri elementi, come la spesa sanitaria pro capite.

Secondo le ultime rilevazioni, su 195 Paesi al mondo l’Italia è al nono posto, davanti a tutti gli Stati europei più grandi (Francia, Gran Bretagna e Germania) e ai membri del G7. Ai primi tre posti ci sono tre Paesi del Nord Europa: Islanda, Norvegia e Paesi Bassi.

Ricapitolando: è vero che alcune delle classifiche internazionali più citate collocano la sanità dell’Italia ai primi posti a livello mondiale. Ma andiamo a vedere se tra i numeri si nascondono motivi di legittima preoccupazione.

Come è cambiata la spesa in sanità

Partiamo dalla prima questione: quanto spende l’Italia per la sanità? In base ai dati più aggiornati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2018 l’Italia ha destinato alla sanità risorse economiche per un valore pari all’8,8 per cento del Pil. Se si considera la spesa sanitaria finanziata solo con fondi pubblici, questa percentuale scende al 6,5 per cento (dato vicino alla media Ocse del 6,6 per cento) (Grafico 1).

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Grafico 1. Spesa sanitaria dell'Italia finanziata con soldi pubblici, valori in rapporto al Pil – Fonte: Ocse

Facciamo due osservazioni. In primo luogo nel 2010, in rapporto al Pil, spendevamo di più, circa il 7 per cento. In secondo luogo, secondo i dati più aggiornati i grandi Paesi europei come Germania (9,5 per cento del Pil), Francia (9,3 per cento) e Regno Unito (7,5 per cento) nel 2018 hanno speso in sanità di più rispetto all’Italia.

Per quanto riguarda poi la spesa pro capite in sanità, nel 2018 in Italia questa cifra si aggirava intorno ai 2.545 dollari (circa 2.326 euro), in aumento rispetto ai 2.434 dollari (circa 2.225 euro) del 2010**, ma meno che in Germania (5.056 dollari), Francia (4.141 dollari) e Regno Unito (3.138 dollari).

A livello generale la spesa sanitaria italiana viene comunque valutata positivamente. La Commissione europea le ha attribuito, nel 2016, la valutazione massima, sia sotto il profilo dell’efficacia sia dell’efficienza. Nella Ue, oltre all’Italia, hanno avuto un giudizio analogo solo Francia, Spagna, Irlanda, Cipro e Malta.

«Malgrado il ridimensionamento delle risorse, gli indicatori generali di salute e di efficacia del Ssn restano complessivamente piuttosto buoni», sottolinea poi in un approfondimento del 2 dicembre 2019 l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb). Che però rileva, accanto alla valutazione positiva, l’emersione di «qualche segnale di difficoltà».

Andiamo allora a vedere quali sono gli aspetti più problematici del Ssn italiano in base agli studi delle principali istituzioni internazionali.

Quanti medici e infermieri ci sono in Italia

Il rapporto “State of Health in the EU: Italia, Profilo della sanità 2019” – pubblicato lo scorso dicembre dall’Ocse, dalla Commissione Ue e dall’Osservatorio europeo sui sistemi e le politiche sanitarie – contiene alcuni dati per quanto riguarda il numero dei medici e infermieri in Italia.

Per quanto riguarda i primi siamo messi bene oggi, ma si teme per il domani. Nel 2017, infatti, il nostro Paese aveva 4,0 medici per 1.000 abitanti, più della media europea di 3,6. Ma, sottolineano però Ocse e Ue, «il numero dei medici che esercitano negli ospedali pubblici e in qualità di medici di famiglia è in calo, e oltre la metà dei medici attivi ha un’età superiore ai 55 anni: tale situazione desta serie preoccupazioni riguardo alla futura carenza di personale».

Per quanto riguarda poi gli infermieri, invece, siamo al di sotto della media comunitaria: in Italia ce ne sono 5,8 ogni 1.000 abitanti, nella Ue 8,5 ogni 1.000 abitanti (Figura 2).

Figura 2. Medici e infermieri: un confronto europeo – Fonte: Ocse e Commissione Ue

Quanto è valido il sistema sanitario italiano

Nel loro rapporto, la Commissione Ue e l’Ocse prendono poi in analisi tre aspetti specifici del nostro sistema sanitario: l’efficacia, l’accessibilità e la resilienza, ossia la capacità del nostro Ssn di adeguarsi efficacemente a contesti mutevoli o a shock e crisi improvvise (come ad esempio l’arrivo del nuovo coronavirus).

Efficacia

Secondo i dati Ue e Ocse, nel 2016 l’Italia ha registrato tassi di mortalità prevenibile e trattabile tra i più bassi dell’Unione europea.

Quattro anni fa, nel nostro Paese erano morte per cause di “mortalità prevenibile” 110 persone su 100 mila (secondo dato migliore nella Ue, dopo Cipro), contro una media europea di 161 su 100mila. Per “cause di mortalità trattabile” erano poi decedute 67 persone su 100mila (quarto dato migliore nella Ue), contro una media europea di 93.

Altri dati positivi riguardano il tasso di ricoveri ospedalieri effettuati nel nostro Paese per le malattie croniche (per esempio diabete e asma), tra i più bassi dell’Ue, e il tasso di sopravvivenza ai tumori, più alto (seppur di poco) rispetto al resto degli altri Paesi europei.

«Questo risultato è dovuto alla solidità del sistema di erogazione delle cure primarie, in cui i medici di famiglia svolgono una funzione di gatekeeper per l’accesso alle cure secondarie», scrivono Ocse e Ue. «E un numero sempre maggiore di equipe mediche multidisciplinari prestano assistenza per acuti e per pazienti affetti da malattie croniche, nonché servizi di prevenzione per l’intera popolazione».

Accessibilità

L’esistenza di persone a cui non è garantito l’accesso alle prestazioni del Ssn è sempre un problema, ma l’Italia non sembra in una situazione peggiore rispetto al resto d’Europa.

Nel 2017 circa il 2 per cento della popolazione residente in Italia aveva segnalato «un bisogno sanitario non soddisfatto», in linea con la media europea. Tra le motivazioni, oltre ai problemi economici, ci sono quelli legati ai tempi lunghi delle liste d’attesa.

Il tasso di bisogno sanitario non soddisfatto è più alto tra i redditi più bassi. Inoltre, se si vive nelle regioni meridionali si ha più probabilità di avere un accesso alle cure meno soddisfacente, con la conseguenza che c’è una tendenza a spostarsi dal Sud al Nord per farsi curare.

Dopo la crisi economica degli anni passati, è aumentata di 2,5 punti percentuali la quota dei pagamenti in spesa sanitaria direttamente a carico dei pazienti, passata dal 21 per cento del 2009 al 23,5 per cento del 2017 (la media comunitaria è del 16 per cento).

Infine, persistono nel nostro Paese ostacoli per la formazione e l’assunzione di nuovi medici e infermieri.

Resilienza

Il calo della spesa in sanità pubblica, in rapporto al Pil, secondo Ocse e Ue fa sorgere delle preoccupazioni per quanto riguarda la resilienza del nostro Ssn, ossia la sua capacità di far fronte a crisi improvvise, non solo in futuro ma anche nel presente.

Tra il 2000 e il 2017, per esempio, in Italia il numero di posti letto in ospedale è sceso da 3,9 ogni 1.000 abitanti a 3,2 (la media Ue è vicina a 5 ogni 1.000 abitanti, in calo rispetto a 5,7 del 2000) (Figura 3).

Figura 3. Andamento del numero dei posti letto e della durata delle degenze in Italia e nell'Ue – Fonte: Ocse e Commissione Ue

«La riduzione è avvenuta principalmente nelle regioni sottoposte per prime a piano di rientro (e soprattutto nelle strutture pubbliche)», scrive l’Upb nel suo approfondimento di dicembre 2019, facendo riferimento a quelle regioni che negli anni hanno dovuto sanare disavanzi economici nella gestione della sanità locale.

«Secondo alcuni osservatori, la riduzione dei posti letto, da un lato, potrebbe accrescere l’efficienza spingendo a un migliore utilizzo delle risorse e a una maggiore appropriatezza nella scelta del percorso di cura (regime ordinario, day hospital, ambulatori territoriali)», scrive ancora l’Upb, ma «dall’altro lato, rischia di ridurre la quantità e la qualità dei servizi».

Secondo i dati Eurostat relativi al 2017, l’Italia ha comunque la seconda speranza di vita più alta nell’Ue, 83,1 anni, seconda solo agli 83,4 anni della Spagna (la media comunitaria è di 80,9 anni).

Il verdetto

Secondo Giuseppe Conte, il sistema sanitario nazionale «è un’eccellenza anche a livello mondiale». Abbiamo verificato e, anche se non mancano elementi di preoccupazione, soprattutto per il futuro, è comunque vero che nelle classifiche internazionali l’Italia è tra le prime posizioni.

Le questioni su cui intervenire per mantenere gli alti livelli di cui abbiamo goduto negli ultimi decenni sono l’invecchiamento del personale medico, la carenza di infermieri e il calo dei posti letto. Problemi che si fanno tanto più urgenti con il progressivo invecchiamento della popolazione e tanto più difficili da risolvere con la bassa crescita economica del Paese.

Nel complesso, dunque, “C’eri quasi” per Conte.

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