Giorgia Meloni

Meloni ha ragione a metà sulla Germania che viola le regole europee

«Dal 2011 la Germania viola sistematicamente le regole europee sforando il tetto del 6 per cento sulla bilancia commerciale [...]. Le regole europee valgono per tutti tranne che per la Merkel, in questi anni la Commissione UE si è limitata solo a richiamare Berlino dalle violazioni, ma senza sortire alcun effetto»

Pubblicato: 10 feb 2020
Data origine: 05 feb 2020
Macroarea economia

Il 5 febbraio la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha scritto su Facebook che «dal 2011 la Germania viola sistematicamente le regole europee sforando il tetto del 6 per cento sulla bilancia commerciale».

Questo, secondo Meloni, dimostrerebbe che «le regole europee valgono per tutti tranne che per la Merkel», dal momento che «in questi anni la Commissione Ue si è limitata solo a richiamare Berlino dalle violazioni, ma senza sortire alcun effetto».

Ma le cose stanno davvero così? Abbiamo verificato.

Surplus commerciale e regole europee

Senza entrare troppo nei dettagli, quando si parla di “surplus commerciale” si fa generalmente riferimento alla cosiddetta “bilancia commerciale”, lo strumento contabile che registra le esportazioni e le importazioni di merci di uno Stato. Quando un Paese importa più di quanto esporta, si trova in una situazione di deficit commerciale, mentre nel caso opposto si parla, appunto, di surplus commerciale.

Secondo Meloni, da quasi 10 anni la Germania si troverebbe in questa seconda condizione di eccedenza, con un rapporto tra esportazioni e importazioni sempre superiore a una percentuale specifica, il 6 per cento. Da dove viene questo numero e perché sarebbe un problema per l’Ue?

Nel 2011, come spiega il sito della Commissione europea, è stata approvata la cosiddetta riforma Six Pack, che ha introdotto alcune novità sul “Patto di stabilità e crescita”, un insieme di norme comunitarie – nato nel 1997 e modificato nel corso del tempo – il cui obiettivo è quello di garantire la stabilità economica e finanziaria dell’Ue.

Tra le novità introdotte quasi 10 anni fa, c’è la Macroeconomic imbalance procedure (Mip, o “Procedura per squilibri macroeconomici”, volendola tradurre in italiano), pensata con l’obiettivo di ridurre gli squilibri macroeconomici strutturali interni al mercato unico europeo.

Per raggiungere questo traguardo, l’Ue ha individuato 14 indicatori che gli Stati membri devono rispettare e uno di questi riguarda il rapporto tra il saldo delle partite correnti e il Pil.

Il saldo delle partite correnti misura la differenza tra le transazioni in entrata e in uscita verso l’estero, e comprende al suo interno anche i movimenti della bilancia commerciale, insieme, tra gli altri, a quelli dei servizi e dei redditi.

La media, calcolata su base triennale, del rapporto tra saldo e Pil non può superare in base ai regolamenti europei il +6 per cento e il -4 per cento. Paesi con un surplus, o un deficit, superiori a queste soglie rischiano insomma di compromettere l’equilibrio economico della Ue.

I dati della Germania

Secondo i dati Eurostat più aggiornati, nel 2018 (ultimo anno disponibile) la Germania ha registrato un rapporto tra il saldo delle partite correnti e Pil dell’8 per cento, in calo rispetto all’8,4 per cento del 2017 e all’8,1 per cento del 2016. Anche negli anni prima questa percentuale è stata superiore al tetto del 6 per cento: 7,4 per cento nel 2015, 7 per cento nel 2014, 6,6 per cento nel 2013 e 6,4 per cento nel 2012. Nel 2011 – anno in cui è stata introdotta la Mip – l’indicatore aveva segnato il 5,9 per cento.

Meloni ha dunque ragione quando dice che la Germania ha sforato i limiti imposti a livello comunitario per quanto riguarda la bilancia commerciale, ma è fuorviante quando parla del presunto trattamento di “favore” ricevuto dai tedeschi e delle mancate punizioni da parte dell’Ue. Vediamo perché.

Non solo la Germania

In base ai dati Eurostat, la Germania non è l’unico Stato membro a superare il tetto del 6 per cento per quanto riguarda la bilancia commerciale.

Nel 2018, anche Danimarca (7,5 per cento), Paesi Bassi (9,9 per cento) e Malta (8,2 per cento) hanno segnato uno squilibrio significativo, una situazione che per i due Paesi del Nord Europa vale – come per la Germania – in tutti gli anni dopo il 2011.

Dunque, seguendo il ragionamento di Meloni, non sembrerebbe essere vero che «le regole europee valgono per tutti tranne che per la Merkel». Almeno altri tre Paesi si trovano nelle stesse condizioni dei tedeschi.

Se si allarga poi lo sguardo poi a tutti e 14 gli altri indicatori del Mip (che comprendono, tra le altre cose, i debiti pubblici e privati e gli indicatori sull’occupazione), si scopre che relativamente al 2018 l’Ue ha individuato squilibri per dieci Stati membri (Bulgaria, Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Spagna, e Svezia), e per Cipro, Grecia, e Italia sono stati individuati squilibri «eccessivi».

In generale, nel 2018 nessuno Stato membro ha rispettato tutte e 14 le soglie indicative, anche se per 15 Paesi questo non si è tradotto in una situazione di potenziale squilibrio secondo la Commissione.

In particolare, l’Italia ha registrato due squilibri macroeconomici «eccessivi», quello sul rapporto debito pubblico lordo/Pil (134,8 per cento, superiore alla soglia del 60 per cento) e quello sul tasso di disoccupazione, espresso su una media triennale (11,2 per cento, superiore alla soglia del 10 per cento).

La stessa Germania, oltre all’indicatore sul rapporto tra saldo tra partite correnti e Pil, ne ha poi sforati altri due – quello sul tasso di cambio reale e sul debito pubblico – seppure di poco.

Che cosa si rischia

Ma in base alle regole Ue, quali sono le conseguenze a cui dovrebbe andare incontro la Germania (e altri tre Paesi) per la violazione della soglia sul surplus commerciale? E, in generale, cosa stabiliscono le regole comunitarie per tutti gli Stati membri, che per un indicatore o per un altro, non rispettano i vincoli del Mip e mostrano squilibri?

Preliminarmente diciamo che non bisogna fare confusione tra quanto previsto dal Mip e quanto stabilito dal Patto di stabilità e crescita, in base al quale se un Paese Ue non rispetta gli impegni presi in termini di deficit e debito pubblico rischia di incorrere in una procedura d’infrazione (quella di cui si è spesso sentito parlare negli ultimi anni, quando l’Italia ha presentato all’Ue i suoi progetti in ambito economico). Come vedremo tra poco, le due cose sono molto diverse.

Ma passiamo al Mip. Sulla base dei regolamenti comunitari, è vero che per i Paesi che non rispettano i limiti imposti dal Mip si possa attivare una Excessive imbalance procedure (Eip, che può portare, tra le altre cose, a una multa annuale pari allo 0,1 per cento del Pil). Questa “procedura per squilibri eccessivi”, spiega il sito della Commissione Ue, viene avviata se un Paese in violazione dei criteri stabiliti dimostra di non fare abbastanza per rispettare le raccomandazioni avanzate dall’Ue.

Rispetto alle procedure d’infrazione legate al Patto di stabilità e crescita, c’è però una differenza sostanziale quando si parla di Eip, come ha spiegato la Commissione Ue in un paper istituzionale del 2016 sul Mip.

La Macroeconomic imbalance procedure ha un quadro legale meno ferreo e più discrezionale rispetto a quello del Patto di stabilità e crescita. In parole semplici, la sorveglianza europea basata sul Mip «non è guidata da regole numeriche e soglie automatiche» che fanno scattare sanzioni o procedure d’infrazione. Il Patto di stabilità e crescita lascia invece margini di discrezionalità nettamente inferiori.

«Gli indicatori del Mip hanno soglie indicative che servono come strumento di filtro per individuare i casi prima facie di possibili squilibri che meritano ulteriori approfondimenti», ha spiegato la Commissione Ue. Lo stesso Regolamento europeo n. 1176 del 2011 – uno dei due che regolano il Mip – «esclude una lettura meccanicistica delle soglie degli indicatori».

Secondo la Commissione Ue, poi, «i fattori che generano instabilità macroeconomica sono fenomeni multi-dimensionali, che devono essere affrontati nella loro interezza e tenendo conto delle caratteristiche specifiche dei singoli Paesi».

In ogni caso, a dicembre 2019 la Commissione Ue ha riconosciuto che la Germania ha un rapporto tra il saldo tra partite correnti e Pil superiore al livello raccomandato dalle regole europee, sottolineando però che il governo di Berlino ha attuato alcuni interventi per provare a migliorare questo squilibrio, con un aumento degli investimenti pubblici.

L’Ue stima infatti che nel 2021 il rapporto tra saldo partite correnti e Pil della Germania scenderà al 6,4 per cento, uno 0,4 per cento in più rispetto alla soglia raccomandata dal Mip. A questo link sono consultabili tutte le raccomandazioni Ue per i singoli Paesi membri, divise per anno, che mostrano come dal 2011 non è mai stata avviata una procedura per squilibrio macroeconomico.

«In conclusione, la lettura in chiave economica evidenzia problematiche relative alla persistente eccedenza del risparmio rispetto agli investimenti, che si riflette in un ingente avanzo delle partite correnti seppur in graduale in calo, e sottolinea la necessità di proseguire il processo di riequilibrio», ha scritto a dicembre 2019 la Commissione Ue in una relazione al Parlamento Ue, riguardo la situazione della Germania. «La Commissione, pertanto, anche tenendo conto degli squilibri riscontrati nel mese di febbraio [2019, ndr], ritiene utile procedere ad un ulteriore esame per verificare l’eventuale persistenza di tali squilibri o la loro correzione».

Il verdetto

Secondo Giorgia Meloni, «dal 2011 la Germania viola sistematicamente le regole europee sforando il tetto del 6 per cento sulla bilancia commerciale». È vero: dall’introduzione del Six pack da parte dell’Ue, la Germania ha sempre avuto un rapporto tra il saldo delle partite correnti e Pil (calcolato come media sulla base di tre anni) superiore al 6 per cento.

Ma questo non significa, come dice Meloni, che «le regole europee valgono per tutti tranne che per la Merkel» e che «in questi anni la Commissione Ue si è limitata solo a richiamare Berlino dalle violazioni, ma senza sortire alcun effetto».

Qui la leader di Fratelli d’Italia sbaglia. Da un lato, altri tre Paesi Ue nel 2018 non hanno rispettato il vincolo del 6 per cento, che oltretutto non è una soglia rigida oltre la quale scattano procedure per squilibri macroeconomici eccessivi (la stessa Italia viola due dei 14 indicatori previsti dal Macroeconomic imbalance procedure).

Dall’altro lato, non è vero che non ci sono stati cambiamenti negli ultimi anni. Nel suo monitoraggio annuale, l’Ue ha infatti confermato che la Germania ha fatto dei progressi nell’ambito del surplus commerciale, non ritenendo necessario l’avvio di sanzioni (pur prevedendo ulteriori esami futuri per valutare il rispetto delle raccomandazioni).

In conclusione, Meloni si merita un “Nì”.

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