Luigi Di Maio  -  Il lavoro del futuro: Di Maio usa cifre discutibili

 
“Nei prossimi anni il 60% dei lavori si trasformerà, perché sta arrivando l’innovazione tecnologica. […] Nelle proiezioni noi siamo un Paese che tra sette anni avrà il 50% dei lavori legati a turismo, beni culturali, innovazione tecnologica, made in Italy, istruzione: oggi è solo un terzo, nel 2025 sarà la metà”
  economia | Pubblicato:26.02.2018 | Origine:19.02.2018 | Fonte dichiarazione

In un comizio elettorale a Cagliari, Luigi Di Maio ha parlato delle prospettive future del lavoro in Italia. Ha nominato, in particolare, la quota crescente che avranno - a suo dire - i settori del turismo, della cultura, dell’innovazione, del “made in Italy” e dell’istruzione.

Per le sue proiezioni di qui al 2025, già citate in altre occasioni, Di Maio si ispira con ogni probabilità a uno studio commissionato dal Movimento 5 Stelle sul futuro del lavoro. La ricerca, svolta dal sociologo Domenico De Masi, si intitola Lavoro 2025, Il futuro dell'occupazione (e della disoccupazione) ed è stata pubblicata da Marsilio nel 2017.

A partire dalla rivoluzione tecnologica in corso, lo studio descrive le caratteristiche del mondo del lavoro nel prossimo decennio per programmare le future politiche occupazionali.

Il dato di partenza

Come abbiamo già avuto modo di verificare, bisogna fare parecchie osservazioni ai dati utilizzati da quello studio. Il punto di partenza della dichiarazione di Di Maio - che oggi un terzo dei lavori sia legato a “turismo, beni culturali, innovazione tecnologica, made in Italy, istruzione” è simile a quanto si dice all’inizio del capitolo 12 di Lavoro 2025, intitolato “Tre tipi di lavoro”.

Nel libro si legge: «Oggi un terzo dei lavoratori svolge mansioni operaie, un terzo svolge mansioni impiegatizie e un terzo svolge attività creative».

Ma qui cominciano i problemi, perché in senso stretto gli impiegati nelle “attività creative” sono molti meno. L’Eurostat pone la percentuale degli italiani impegnati in professioni culturali e creative assai più in basso, al 2,7 per cento nel 2015 (poco sotto la media europea, al 2,9%). La seconda edizione del rapporto Italia Creativa, sostenuto tra gli altri dal MiBACT, dalla Siae e da Confindustria Cultura, indica nel 4 per cento della forza lavoro italiana quella impiegata nell’industria culturale e creativa.

È vero - ci torneremo tra poco - che circa un terzo della forza lavoro italiana svolge professioni operaie, artigiane o non qualificate (il 33,9%), che circa un terzo è composto da impiegati nei servizi e nel commercio (il 30,5 per cento) e il rimanente svolge professioni “qualificate e tecniche” (il 34,6%), ma difficilmente queste ultime possono essere chiamate “creative”: ne fanno parte infatti una grande varietà di lavori che vanno dai commessi nei negozi ai baristi, dagli estetisti ai vigili urbani, dai periti tecnici agli infermieri e ai docenti universitari.

Di Maio, letteralmente

Di Maio, comunque, afferma qualcosa di leggermente diverso, e cioè che ad oggi, in Italia, un terzo dei lavori siano legati a turismo, beni culturali, innovazione tecnologica, “made in Italy” e istruzione. Vediamo allora se, prendendo la sua frase alla lettera, questa risulta più vera.

Per cercare di avere una fotografia dei settori di attività lavorativa in Italia, possiamo consultare il Rapporto sul mercato del lavoro 2017, curato da diverse istituzioni tra cui il Ministero del Lavoro e coordinato dall’ISTAT.

Fonte: Rapporto sul mercato del lavoro 2017, p. 27.

Non tutte le categorie citate da Di Maio compaiono tra quelle contemplate dal rapporto. In particolare, “made in Italy” e “innovazione tecnologica” sono categorie vaghe, la cui forza lavoro è impossibile da quantificare. Quanta parte dell’industria italiana rientra nel “made in Italy”, ad esempio? Restano dunque turismo, beni culturali e istruzione.

Alloggi e ristorazione, che coinvolge il turismo (ma non solo), impegna il 6,1% degli occupati. Una stima diversa è quella fornita dal World Travel & Tourism Council (WTTC), una no-profit con sede a Londra formata da rappresentanti delle industrie turistiche e di viaggio: secondo la quale il contributo di “viaggi e turismo” all’occupazione italiana è intorno al 5,5 per cento.

L’istruzione pesa per il 6,8% sull’occupazione italiana. I “beni culturali” interessano una percentuale certamente inferiore, per cui prendiamo il dato relativo alla forza lavoro impiegata nell’industria culturale e creativa dal rapporto Italia Creativa: un altro 4%.

Il totale delle categorie quantificabili è dunque intorno al 17%, assai lontano dal “terzo” citato da Di Maio. Arriveremmo intorno al 33 per cento solo aggiungendo buona parte dell’intero settore industriale (che pesa per il 20 per cento), ma è molto difficile sostenere che esso rientri senza eccezioni nel “made in Italy”.

Le previsioni future di Lavoro 2025

Per le previsioni future, vale la pena tornare al volume Lavoro 2025.

Il metodo utilizzato nella ricerca è certo legittimo e foriero di ottimi risultati, ma non sembra il più indicato per trarre previsioni numeriche. La ricerca poneva infatti alcune domande a undici esperti di provenienza molto varia (qui la lista) - tra cui tre giornalisti, un professore di storia e il filosofo e personaggio televisivo Diego Fusaro - e raccoglieva le loro risposte, per poi rielaborarle.

Una delle domande, quella oggetto del capitolo 12 già citato, chiedeva appunto come sarebbe evoluto il mix delle tipologie di lavoro nel 2025.

Molti esperti intervistati non hanno fornito cifre. Il professor Butera, ad esempio, ha risposto che “la proporzione fra creativi, impiegati e operai forse non cambierà”; il giornalista Luca De Biase ha detto invece: “Ho l’impressione che il lavoro impiegatizio diminuirà più degli altri. Il lavoro creativo dovrebbe aumentare”. Chi ha fatto la previsione del 50 per cento, che sembra quella poi ripresa da Di Maio, è il sacerdote Fabiano Longoni, direttore dell’ufficio CEI per i problemi sociali e il lavoro, che ha risposto: “Credo che aumenterà la quota del lavoro creativo che sarà del 50%”. Se la previsione di Di Maio ha origine qui, non sembra una base particolarmente solida su cui appoggiarsi.

Altre previsioni

È difficile, per il resto, trovare previsioni simili su come si evolverà il mercato del lavoro italiano nella sua composizione. Uno degli esempi è il report del 2016 del World Economic Forum sul futuro del lavoro, che si concentra sull’effetto della “quarta rivoluzione industriale” sull’occupazione e stima, ad esempio, che nel gruppo di Paesi analizzati l’innovazione tecnologica porterà alla perdita netta di circa 5 milioni di posti di lavoro nel 2015-2020.

Nella scheda dedicata all’Italia si prevede che l’innovazione tecnologica avrà un impatto maggiore nei settori dell’energia (in positivo) e dell’industria di consumo (in negativo). Come si vede, si tratta di previsioni molto diverse - e di fatto non sovrapponibili - con quelle citate da Di Maio.

Di Maio dice inoltre che il 60 per cento dei lavori “si trasformerà”, ma non è chiaro a che cosa faccia riferimento: come abbiamo visto, le categorie che cita raggiungono percentuali molto inferiori. L’impatto dell’innovazione tecnologica - per lo più così a breve termine, come nel discorso di Di Maio - è assai difficile da quantificare, visto che è tuttora aperto il dibattito sugli effetti di machine learning e automazione sul mercato del lavoro.

Il verdetto

L'affermazione di Di Maio sembra fondarsi su numeri vaghi e, per quello che si può dire, in parte esagerati. “Turismo, beni culturali, innovazione tecnologica, made in Italy, istruzione” sono categorie molto eterogenee, ma si può dire che tre di esse - turismo, “lavori creativi” e istruzione - formino, nel complesso, circa il 17% dell’occupazione italiana. Quanto al futuro, se le previsioni di Di Maio si basano sul rapporto Lavoro 2025, esse non hanno alcuna affidabilità. Di certo siamo in una fase di cambiamento nelle dinamiche occupazionali, su cui c’è molto dibattito: ma i numeri di Di Maio non sembrano particolarmente solidi. “Nì” per il candidato premier del M5S.

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“Nei prossimi anni il 60% dei lavori si trasformerà, perché sta arrivando l’innovazione tecnologica. […] Nelle proiezioni noi siamo un Paese che tra sette anni avrà il 50% dei lavori legati a turismo, beni culturali, innovazione tecnologica, made in Italy, istruzione: oggi è solo un terzo, nel 2025 sarà la metà”
Comizio a Cagliari
lunedì 19 febbraio 2018

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