Pubblicato: giovedì 30 aprile 2020
Photo: Ansa
Come mai in Germania il coronavirus sembra meno letale?

Negli ultimi giorni è circolata in Italia la notizia, per il momento smentita dai dati, secondo cui in Germania l’epidemia da nuovo coronavirus sarebbe peggiorata dopo l’allentamento delle restrizioni.

Secondo i dati più aggiornati del Robert Koch Institute, l’omonimo tedesco del nostro Istituto superiore di sanità, al 29 aprile in totale i casi confermati di contagio nel Paese erano quasi 158 mila, con oltre 6 mila morti, per un tasso di letalità del virus inferiore al 4 per cento, contro l’oltre 10 per cento degli altri Paesi Ue.

Per spiegare come mai questa percentuale sia più bassa in Germania rispetto agli altri grandi Stati Ue, sono state avanzate nelle ultime settimane diverse ipotesi. A fine marzo, come ha scritto il Wall Street Journal, si era per esempio ipotizzato che in Germania fossero state contagiate persone mediamente più giovani rispetto ad altri Paesi, con risposte dunque migliori ai sintomi della malattia.

Questo aspetto, che può aver inciso sui primi dati della diffusione del virus, non spiegherebbe però il fatto che il tasso di letalità in Germania si sia mantenuto ad un livello minore rispetto alle altre nazioni europee anche nelle settimane seguenti.

Per fare un po’ di chiarezza sul tema, abbiamo contattato i nostri colleghi fact-checker tedeschi di Correctiv, approfondendo in particolare i numeri sui posti di terapia intensiva in Germania e quelli sui tamponi.

Più posti di terapia intensiva

Uno dei motivi per cui il coronavirus sembra essere meno letale in Germania risiede molto probabilmente nel numero di posti di terapia intensiva presenti nel Paese.

Se ci sono più posti in terapia intensiva, infatti, i malati gravi hanno più probabilità di essere assistiti tempestivamente e dotati, se necessario, di ventilazione artificiale; inoltre, è molto più probabile che non si verifichi il sovraffollamento dei reparti e che sia possibile dividere i pazienti Covid-19 da quelli con altre malattie e prevenire ulteriori contagi.

Ad oggi non è facile trovare numeri ufficiali e aggiornati sui posti di terapia intensiva in tutti i Paesi europei, in relazione alla loro popolazione. Lo studio scientifico più recente sul tema risale al 2012 ed è stato pubblicato sull’Intensive Care Medicine Journal.

In quell’anno la Germania aveva di gran lunga il primato europeo con 29,2 posti di terapia intensiva ogni 100.000 abitanti, mentre l’italia si attestava al decimo posto, con 12,5 posti ogni 100.000 abitanti.

Dati più recenti sulla Germania possono essere ricavati dal sito web della Società Ospedaliera Tedesca (un’organizzazione senza fini di lucro che riunisce associazioni centrali e statali di operatori ospedalieri) in cui si legge che «prima della crisi causata dal diffondersi del coronavirus, c’erano 28.000 letti di terapia intensiva in tutta la Germania, di cui 20.000 forniti di apparecchi di ventilazione assistita. Il numero di letti di terapia intensiva è stato recentemente aumentato a 40.000 e i posti forniti di apparecchi di ventilazione assistita sono ora 30.000».

Secondo gli ultimi dati comunicati da Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, a metà aprile i posti letto in terapia intensiva in Italia sarebbero arrivati a 9.947, contro i 5.179 presenti all’inizio della diffusione del virus.

La gestione centralizzata delle terapie intensive

Un’altra ipotesi che spiegherebbe il minore tasso di letalità in Germania ha a che fare con il grado di organizzazione della rete ospedaliera nazionale tedesca e delle rispettive terapie intensive.

È probabile infatti che la gestione maggiormente centralizzata delle informazioni riguardanti i posti di terapia intensiva abbia contribuito a una più efficace assistenza ai malati gravi di Covid-19.

In Germania, nelle prime settimane dell’emergenza, è stato creato il cosiddetto “Registro di terapia intensiva” (Intensivregister) presso l’Associazione interdisciplinare tedesca per terapia intensiva e medicina di emergenza(Divi), un’associazione di ordini professionali, società scientifiche e singoli membri, il cui obiettivo è promuovere la ricerca e la pratica in terapia intensiva e medicina d’urgenza, nonché la rappresentanza politica delle questioni relative alla terapia intensiva.

Il “Registro di terapia intensiva” è un registro centrale dove gli ospedali hanno finora riferito se hanno ancora capacità per i pazienti che necessitano di ventilazione artificiale, al fine di distribuire meglio i pazienti gravi tra le cliniche.

In un’intervista rilasciata in data 15 aprile alla Bayerischer Rundfunk (emittente radiotelevisiva pubblica della Baviera), il portavoce del Divi Christian Karagiannidis ha dichiarato che le unità di terapia intensiva in Germania sono ben equipaggiate per la lotta contro la Covid-19: «Ovunque ci siano pazienti Covid, la capacità complessiva è ancora sufficiente, anche se dovesse crescere il numero di pazienti».

Un diverso modo di fare i test

Un altro possibile fattore che ha contribuito a mantenere basso il tasso di letalità in Germania riguarda le modalità con cui sono stati effettuati i test.

Attualmente, Germania e Italia fanno più o meno lo stesso numero di test: circa 30 ogni 1.000 abitanti.

Le cose cambiano se si prende in considerazione il numero di test effettuati in relazione ai casi confermati. Qui si può vedere come la Germania effettui in media molti più test che risultano negativi rispetto all’Italia.

Questo dato mostra come molto probabilmente in Italia vengano testate solo le persone pluri-sintomatiche e la cui condizione è già abbastanza grave da condurle in ospedale.

Sebbene i criteri per eseguire i tamponi in Italia e in Germania siano in gran parte gli stessi e in entrambe le nazioni sia sconsigliato testare gli asintomatici, c’è un criterio che differisce sensibilmente e che potrebbe aver fatto la differenza in termine di quantità di tamponi e di isolamento e cura preventiva di potenziali malati gravi.

In Italia, secondo la circolare del Ministero della Salute del 9 marzo, il tampone deve essere eseguito anche su persone che non hanno avuto contatti diretti con casi confermati di Covid-19, solo se presentano infezione respiratoria acuta grave e richiedono il ricovero ospedaliero.

In Germania invece, secondo le linee guida del Robert Koch Institut, organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive in Germania, il tampone deve essere eseguito anche su persone che non hanno avuto contatti diretti con casi confermati di Covid-19, se presentano sintomi respiratori acuti di qualsiasi gravità.

Probabilmente questa scelta ha permesso di individuare un numero maggiore di contagiati con sintomi lievi, isolando molti potenziali vettori inconsapevoli del virus e permettendo di somministrare trattamenti potenzialmente salvavita in modo più tempestivo a chi presenta i primi stadi della malattia.

In una dichiarazione rilasciata al New York Times il 4 aprile scorso, il professor Hans Georg Kräusslich, portavoce del Centro di Malattie infettive dell’Università di Heidelberg, ha affermato: «Quando ho una diagnosi precoce e posso curare precocemente i pazienti (ad esempio collegarli a un ventilatore prima che le loro condizioni si deteriorino), le possibilità di sopravvivenza sono molto più elevate».

Priorità dei test al personale medico

Una delle categorie più a rischio di contrarre il virus e di contagiare un numero alto di persone vulnerabili è quella del personale medico-sanitario.

Come ci hanno spiegato i nostri colleghi di Correctiv, le linee guida del Robert Koch Institut indicano che «un evento epidemico che coinvolge persone vulnerabili o personale medico ha la priorità sul monitoraggio di altri singoli casi».

Inoltre, il protocollo da seguire per quanto riguarda il personale medico definito “rilevante” (ossia necessario per affrontare l’emergenza) prevede che un medico o infermiere ad alto rischio di esposizione (entrato a contatto con secrezioni di una persona positiva senza dispositivi di protezione), debba procedere all’isolamento domiciliario di 14 giorni (sette se non affiorano sintomi ed è necessaria la sua presenza sul posto di lavoro) e debba essere sottoposto al tampone non appena affiorano i primi sintomi. Lo stesso protocollo riguarda gli operatori sanitari impiegati presso ricoveri per anziani e case di riposo.

In Italia diverse testate nazionali hanno trattato l’argomento dei tamponi al personale sanitario, denunciando come nella fase più critica dell’epidemia i medici italiani non siano stati sottoposti ai tamponi, pur con sospetti di positività. Questo potrebbe avere contribuito a rendere i membri del personale sanitario tra i vettori del virus.

In conclusione

In Germania il tasso di letalità del nuovo coronavirus è al momento più basso rispetto a quello degli altri grandi Paesi europei. I fattori che hanno finora determinato questo dato sono molteplici e non è facile indicare con certezza quale sia il fattore preponderante.

Probabilmente il numero maggiore di posti in terapia intensiva ha determinato una cura più efficace dei pazienti che presentano sintomi gravi e ha evitato che si verificasse il sovraffollamento degli ospedali. Inoltre, la gestione dei posti letto è stata portata avanti in maniera particolarmente organizzata e centralizzata grazie alla creazione di un registro nazionale in cui gli ospedali hanno potuto comunicare quanti posti di terapia intensiva erano liberi e quanti occupati, riuscendo così a distribuire al meglio i pazienti gravi.

Anche il maggior numero di test effettuati sul personale medico e sulle persone che presentavano sintomi lievi ha probabilmente avuto un effetto positivo sulla curva dei decessi.

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