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Perché gli Stati Uniti stanno sanzionando la Corte penale internazionale

L’amministrazione statunitense ha annunciato nuove misure contro il tribunale che persegue i crimini internazionali, questa volta per bloccarlo dal punto di vista economico
Ansa
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«O la Corte penale internazionale porrà fine alle sue minacce, oppure noi porremo fine alla Corte». Con queste parole, il 9 ottobre, il segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio ha annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI), il tribunale competente a giudicare le persone accusate di alcuni dei più gravi crimini internazionali. In un comunicato, Rubio ha spiegato che gli Stati Uniti intendono vietare le transazioni con la Corte, privandola delle risorse necessarie per operare. Ha inoltre chiesto agli alleati di intervenire per limitarne le attività, avvertendo che, in caso contrario, il governo statunitense proseguirà la propria azione contro l’istituzione.

Dunque, dopo aver sanzionato singoli giudici e procuratori, l’amministrazione Trump ha deciso di colpire la Corte stessa. Una scelta che può comprometterne il funzionamento, dai rapporti bancari ai contratti con i fornitori. 

L’annuncio è arrivato poche ore dopo l’assegnazione del premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navi Pillay, che è stata giudice della CPI dal 2003 al 2008, oltre che del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Successivamente Pillay è stata Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e, più recentemente, ha presieduto la commissione d’inchiesta dell’ONU che ha accusato Israele di genocidio nella Striscia di Gaza, conclusione respinta dal governo israeliano. Il Comitato norvegese per il Nobel ha premiato il contributo di Pillay alla pace e al diritto internazionale, denunciando le crescenti pressioni politiche contro le istituzioni chiamate a garantirne il rispetto.

Le sanzioni sono state annunciate lo stesso giorno del Nobel, ma erano in preparazione da settimane: già a settembre il Wall Street Journal aveva riferito di aver esaminato documenti relativi alle misure contro l’intera Corte e alle loro possibili conseguenze sul suo funzionamento. Secondo quanto riportato da Reuters, la Corte si era inoltre preparata a tali misure, iniziando a sostituire alcuni programmi informatici americani e cercando soluzioni alternative per i servizi bancari e assicurativi.

Che cos’è la Corte penale internazionale

La Corte penale internazionale è un tribunale permanente con sede all’Aia, nei Paesi Bassi, istituito dallo statuto di Roma del 1998 ed entrato in funzione nel 2002. Giudica le persone accusate di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione, alle condizioni previste dal suo statuto.

A differenza della Corte internazionale di giustizia, che decide controversie tra Stati, la CPI giudica singole persone, compresi capi di Stato, ministri e responsabili militari. La sua competenza è complementare a quella dei tribunali nazionali: in linea generale, la Corte interviene quando gli Stati competenti non hanno la volontà o la capacità di svolgere effettivamente le indagini o i procedimenti penali. Attualmente aderiscono allo statuto di Roma 125 Stati, tra cui l’Italia e tutti i Paesi dell’Unione europea. Gli Stati Uniti invece non ne fanno parte, così come Israele, Russia e Cina.

La mancata adesione, però, non sottrae automaticamente i cittadini di un Paese alla giurisdizione della Corte. Per i crimini diversi da quello di aggressione, la CPI può intervenire, per esempio, anche nei confronti di cittadini di Stati non aderenti quando i fatti sono stati commessi sul territorio di uno Stato che ne ha accettato la giurisdizione.

Gli Stati Uniti contestano proprio la possibilità che la Corte eserciti la propria giurisdizione nei confronti di cittadini americani o di Paesi alleati che non hanno aderito allo statuto, come affermato nell’ordine esecutivo del febbraio 2025.

Le prime sanzioni

Durante il primo mandato di Donald Trump, nel 2020, gli Stati Uniti avevano già sanzionato alcuni funzionari della Corte, tra cui l’allora procuratrice Fatou Bensouda. Le misure erano state revocate nel 2021 dall’amministrazione presieduta da Joe Biden. Il 6 febbraio 2025, dopo il ritorno alla Casa Bianca, Trump ha firmato un ordine esecutivo che autorizza nuove sanzioni contro persone coinvolte in determinate attività della Corte relative a cittadini statunitensi e di Paesi alleati.

Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni e delle disponibilità finanziarie delle persone colpite che si trovano negli Stati Uniti o sono sotto il controllo di soggetti statunitensi. A questi ultimi è di solito vietato effettuare operazioni economiche con le persone sanzionate, salvo specifiche autorizzazioni. Sono inoltre previste restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti. Il primo a essere colpito, nel febbraio 2025, è stato il procuratore Karim Khan e le misure sono state poi estese ad altri magistrati. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Corte il 9 ottobre, il numero complessivo di giudici e procuratori sanzionati è arrivato a 13.

Che cosa cambia con le sanzioni

Il 9 ottobre gli Stati Uniti hanno inserito la Corte penale internazionale, come istituzione, nella lista dei soggetti sanzionati del Dipartimento del Tesoro americano. L’iscrizione è stata formalizzata dall’Office of Foreign Assets Control (OFAC), l’ufficio del Tesoro che amministra le sanzioni economiche.


La Corte ha una propria personalità giuridica, riconosciuta dall’articolo 4 dello statuto di Roma. Un accordo internazionale del 2002, che ne disciplina i privilegi e le immunità, precisa inoltre che può possedere beni, stipulare contratti e operare conti bancari. La CPI riceve contributi dagli Stati, paga dipendenti, acquista beni e servizi e intrattiene rapporti economici con banche, assicurazioni e fornitori. Le nuove sanzioni incidono proprio su queste attività. Dal 9 ottobre i beni e gli interessi patrimoniali della Corte che si trovano negli Stati Uniti, oppure sono posseduti o controllati da soggetti statunitensi, sono in linea generale congelati. Inoltre, ai soggetti statunitensi è vietato effettuare transazioni economiche con la CPI. Per esempio, una società americana non potrebbe liberamente stipulare un contratto per fornirle servizi. Una banca statunitense dovrebbe bloccare i fondi della Corte sottoposti alle restrizioni e non potrebbe eseguire pagamenti vietati dalla normativa.

Il Tesoro americano ha però previsto alcune eccezioni attraverso apposite autorizzazioni, chiamate “licenze generali”, che consentono di svolgere determinate categorie di operazioni senza dover chiedere un permesso caso per caso. Sono state emanate quattro licenze, riguardanti tra l’altro telecomunicazioni, software, pensioni e determinate attività relative ai detenuti della Corte. In particolare, una licenza (n. 13) che scade il 7 aprile 2027 permette di continuare numerose operazioni necessarie al funzionamento della CPI, tra cui il pagamento degli stipendi, delle utenze e dei servizi ordinari, oltre al versamento dei contributi degli Stati che ne fanno parte.

Le misure possono avere effetti anche sulle imprese europee. Una banca che utilizza intermediari americani per effettuare pagamenti potrebbe incontrare ostacoli nelle operazioni con la CPI. Un’impresa che intrattiene rapporti commerciali sia con la Corte sia con gli Stati Uniti potrebbe decidere di interrompere i primi per non rischiare conseguenze sui secondi. Le sanzioni statunitensi possono quindi indurre anche operatori europei non direttamente obbligati a rispettarle a rinunciare ai rapporti con la Corte.

In un’intervista al Corriere della Sera dell’11 ottobre, il giudice italiano Rosario Salvatore Aitala, primo vicepresidente della CPI, ha raccontato che alcuni magistrati sanzionati hanno subìto conseguenze come la revoca delle carte di credito, la chiusura dei conti bancari e difficoltà con le assicurazioni sanitarie. «Veniamo trattati con gli stessi metodi riservati ai terroristi», ha dichiarato.

Il regolamento di blocco

Per contrastare gli effetti dell’applicazione extraterritoriale di alcune sanzioni straniere, l’Unione europea dispone già di uno strumento giuridico: il cosiddetto regolamento di blocco. Il regolamento vieta agli operatori europei di conformarsi agli obblighi e ai divieti derivanti dalle disposizioni straniere che rientrano nel suo ambito di applicazione.

Per esempio, immaginiamo che una banca europea gestisca un conto della CPI e decida di chiuderlo non perché tenuta a farlo, ma per evitare possibili ripercussioni sui propri rapporti con gli Stati Uniti. Se le sanzioni statunitensi venissero incluse nel regolamento europeo di blocco, la banca non potrebbe, in linea generale, interrompere il rapporto per questa ragione. Se lo facesse ugualmente, potrebbe incorrere nelle sanzioni previste dalla legislazione nazionale. Inoltre, come ha chiarito la Corte di giustizia dell’Ue, un giudice potrebbe, a determinate condizioni, dichiarare inefficace la chiusura del contratto.

Il regolamento prevede però un’eccezione: se il divieto di adeguarsi alle sanzioni statunitensi rischiasse di provocare danni gravi a un’impresa europea, questa potrebbe chiedere alla Commissione l’autorizzazione a rispettarle.

Perché l’Ue non lo ha ancora utilizzato

Il regolamento europeo di blocco si applica soltanto alle disposizioni straniere espressamente indicate in un allegato.

Per estendere il regolamento alle sanzioni statunitensi contro la CPI, la Commissione europea dovrebbe quindi modificare l’allegato mediante un atto delegato, sul quale il Parlamento europeo e il Consiglio possono esercitare un potere di opposizione. Soltanto dopo l’entrata in vigore della modifica, le tutele previste dal regolamento potrebbero operare rispetto a quelle sanzioni.

Il Parlamento europeo aveva già chiesto alla Commissione nel luglio 2025 di utilizzare il regolamento di blocco per proteggere la CPI. La richiesta era stata ribadita nel settembre dello stesso anno e ripetuta a febbraio 2026. Il 18 febbraio, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, la Commissione aveva riconosciuto la possibilità di utilizzare lo strumento, aggiungendo però che la soluzione preferita restava il dialogo diplomatico.

Le reazioni europee

L’Unione europea ha più volte condannato le sanzioni americane e ribadito il proprio sostegno all’indipendenza della Corte.

Dopo l’annuncio del 9 ottobre, che aggiunge alle sanzioni individuali quelle contro l’intera istituzione, la Commissione europea ha dichiarato di essere pronta ad adottare «tutte le misure necessarie» per consentire alla CPI di continuare le proprie attività e proteggere gli interessi degli operatori economici europei. La dichiarazione non indica però quali strumenti l’Ue intenda concretamente utilizzare. Alcuni Stati membri hanno chiesto di ricorrere proprio al regolamento di blocco. Già nel maggio 2026, il governo spagnolo aveva sollecitato la Commissione ad attivarlo. Anche i Paesi Bassi, che ospitano la Corte all’Aia, avevano chiesto già a settembre alla Commissione di prepararsi a utilizzare il regolamento di blocco, così come il Belgio.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi, insieme a Canada, Giappone e Regno Unito, hanno espresso la propria ferma opposizione alle sanzioni dell’8 ottobre, sottolineandone le possibili conseguenze sull’attività della Corte, sul personale e sulle loro famiglie. La dichiarazione, però, non contiene una richiesta di attivare il regolamento di blocco. La questione è stata affrontata il 12 ottobre a Lussemburgo, in occasione del Consiglio Affari esteri, la riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea. Al termine della riunione Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, ha riferito di aver parlato con la presidente della Corte, Tomoko Akane, dopo l’annuncio delle misure americane. Secondo l’Alta rappresentante, l’esistenza di un periodo di sei mesi prima della piena applicazione delle restrizioni offre uno spazio per il dialogo. Kallas ha aggiunto che l’Ue dispone di opzioni per consentire alla Corte di proseguire le proprie attività e che gli Stati membri sono determinati a proteggerla, ma non ha chiarito quali siano queste opzioni, né annunciato una decisione sull’eventuale ricorso al regolamento di blocco. Le tutele previste dal regolamento, dunque, non sono attualmente applicabili alle misure statunitensi.

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