I risultati del referendum per età e orientamento politico vanno presi con cautela

Sono stati citati da Elly Schlein e Giuseppe Conte per celebrare la vittoria del No, ma si tratta di stime e non di dati certi
ANSA
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Il 23 marzo, poco dopo la pubblicazione dei risultati del referendum costituzionale sulla magistratura, molti leader politici hanno rilasciato delle dichiarazioni per commentare l’esito del voto e la vittoria del No con un netto 54 per cento delle preferenze.

Tra i primi a intervenire è stata la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che ha rivendicato il risultato come un successo politico del centrosinistra. «Partivamo da una sconfitta annunciata e invece abbiamo ribaltato quell’esito», ha dichiarato in conferenza stampa. Secondo Schlein, due fattori avrebbero avuto un ruolo decisivo nella vittoria del No: il voto delle fasce più giovani della popolazione e la compattezza dell’elettorato di centrosinistra rispetto a quello di centrodestra. «Tra le nuove generazioni, leggevo, tra i 18 e i 34 anni il No ha vinto con il 61 per cento. Possiamo dire che i giovani hanno fatto la differenza», ha affermato la leader del PD. Schlein ha poi aggiunto che il partito si è mobilitato «a tutti i livelli» per sostenere il No, sottolineando che «i nostri elettori e le nostre elettrici sono stati i più compatti». Infine, ha sostenuto che «ci sono più elettori di destra che hanno votato No che non il contrario». 

Un concetto simile era stato espresso pochi minuti prima dal presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte il 24 marzo, ospite di SkyTG24. Secondo il presidente del Movimento 5 Stelle ci sono stati infatti «tanti elettori di destra che hanno votato No» e che le opposizioni non si possono dunque intestare del tutto i meriti sulla sconfitta del Sì al referendum.

Vediamo nello specifico cosa dicono le stime citate da Schlein e Conte, facendo però una premessa doverosa: le elaborazioni realizzate dai diversi istituti di sondaggi sono delle stime, e come tali vanno prese. Non esistono dati ufficiali che permettano di conoscere con certezza caratteristiche come l’età o l’orientamento politico degli elettori, perché il voto è segreto.

Il caso dei giovani

Per quanto riguarda il voto delle fasce più giovani, le analisi disponibili non coincidono perfettamente nelle percentuali, ma indicano una prevalenza del No tra gli elettori tra i 18 e i 34 anni. 

La leader del PD ha citato con tutta probabilità i dati di una rilevazione condotta dal consorzio Opinio per la RAI, un progetto che riunisce l’Istituto Piepoli, EMG Different e Noto sondaggi. Secondo questa stima, tra gli elettori di questa fascia di età il No avrebbe ottenuto il 61 per cento dei voti, contro il 39 per cento del Sì. Nelle fasce di età successive il quadro appare più equilibrato: tra i 35 e i 54 anni il No sarebbe al 53 per cento, mentre tra gli over 55 il Sì risulterebbe leggermente prevalente, con circa il 51 per cento. 

Risultati simili, pur con percentuali in parte diverse, emergono dalla rilevazione realizzata da YouTrend per SkyTG24. In questo caso, tra i 18 e i 34 anni il No sarebbe al 57 per cento, contro il 43 per cento del Sì. La stessa analisi indica una prevalenza del No anche tra gli elettori tra i 35 e i 49 anni (60 per cento) e tra gli over 65 (55 per cento), mentre il Sì sarebbe maggioritario soltanto nella fascia tra i 50 e i 64 anni, con il 53 per cento dei voti.

Indicazioni analoghe arrivano anche dall’indagine statistica realizzata da Ipsos e pubblicata dal Corriere della Sera, che utilizza una suddivisione per classi di età simile. Anche in questo caso tra i 18 e i 34 anni prevale il No, con il 55 per cento dei voti stimati, mentre la fascia tra i 50 e i 64 anni risulta l’unica in cui il Sì sarebbe stato maggioritario, con il 53 per cento.

I voti per partito

Prima di affrontare la seconda questione citata da Schlein e da Conte – cioè il voto dell’elettorato di centrosinistra rispetto a quello di centrodestra – è utile ricordare quali partiti si sono schierati a favore o contro la riforma sulla giustizia.

Hanno sostenuto il Sì i partiti della maggioranza di governo – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati – insieme a Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, e ad alcune forze di centro come Azione, Più Europa, il Partito Liberaldemocratico. Per il No si sono invece schierati PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, mentre Italia Viva ha lasciato libertà di scelta ai propri iscritti.

Schlein ha affermato che gli elettori del PD sono stati «i più compatti» nel sostenere il No, aggiungendo che ci sarebbero stati «più elettori di destra che hanno votato No che non il contrario». Secondo una stima elaborata dal consorzio Opinio sulla base dei flussi di voto, l’elettorato del PD è stato tra i più coerenti con l’indicazione del partito, ma non il più compatto in assoluto. Tra gli elettori del PD, infatti, il 9,6 per cento avrebbe votato Sì, in contrasto con la posizione ufficiale del partito, mentre tra gli elettori di Alleanza Verdi-Sinistra la percentuale di voti che hanno votato contro la linea del partito si attesta intorno al 7 per cento. E’ stata molto più alta invece la quota nel Movimento 5 Stelle, con il 13 percento di Sì. Tra i partiti della maggioranza di governo, che sostenevano il Sì, la quota di elettori che avrebbe votato No risulta più elevata: secondo le stime di Opinio, in tutti i casi supera l’11 per cento, con valori che arrivano fino al 18 per cento tra gli elettori di Forza Italia e Noi Moderati.

Indicazioni simili emergono dalla rilevazione realizzata da SWG per LA7. Secondo questa stima, gli elettorati del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle sono stati tra i più fedeli alla linea dei due partiti: circa il 5 per cento avrebbe votato Sì, in contrasto con l’indicazione per il No. Ancora più compatto risulta l’elettorato di Alleanza Verdi-Sinistra, dove la quota di voti per il Sì si attesterebbe intorno al 2 per cento. Tra gli elettori dei partiti di centrodestra, invece, la percentuale di voti in dissenso rispetto alla posizione ufficiale è più alta: secondo SWG, in tutti i casi almeno il 6 per cento avrebbe votato No, pur sostenendo partiti favorevoli alla riforma. 

Anche le stime elaborate da YouTrend mostrano una tendenza simile. Nel complesso, tra gli elettori dei partiti schierati per il No il voto è stato più compatto rispetto a quello registrato tra gli elettori delle forze favorevoli alla riforma: l’85 per cento dei loro elettori avrebbe votato No, mentre tra gli elettori dei partiti che sostenevano il Sì il consenso alla riforma si sarebbe fermato al 78 per cento. Nel dettaglio, secondo YouTrend la quota di elettori del PD che avrebbe votato in modo difforme dalla linea del partito sarebbe pari al 2 per cento, la più bassa tra le principali forze politiche considerate. Tra i partiti di centrodestra, invece, il dissenso interno risulterebbe più elevato: circa il 5 per cento tra gli elettori di Fratelli d’Italia, il 14 per cento tra quelli della Lega e il 16 per cento tra gli elettori di Forza Italia e Noi Moderati.

Dati da prendere con cautela

Le rilevazioni dei principali istituti sembrano in larga parte confermare le affermazioni di Schlein e Conte, sia sul comportamento degli elettori più giovani sia sulla distribuzione del voto tra gli elettorati dei principali partiti. In particolare, le stime concordano nell’indicare una prevalenza del No tra gli elettori tra i 18 e i 34 anni e una maggiore compattezza del voto tra i partiti che si erano schierati contro la riforma rispetto a quelli favorevoli.

Va però ricordato che si tratta di ricostruzioni statistiche basate su modelli e interviste campionarie, non di dati ufficiali. Per esempio, quelli di YouTrend sono instant poll, ossia sondaggi realizzati durante la giornata elettorale – via telefono o online – per stimare in tempo reale le scelte di voto. I dati di SWG derivano invece da un’indagine condotta tra il 18 e il 23 marzo su un campione di 1.200 persone maggiorenni residenti in Italia, con un margine di errore statistico pari al 2,8 per cento. Mentre le stime di Ipsos si basano sull’elaborazione di circa 6 mila interviste a campione realizzate tra il 12 febbraio e il 18 marzo tra elettori residenti in Italia, con un margine di errore pari a circa il 4 per cento.

Poiché il voto è segreto, non è possibile conoscere con certezza come abbiano votato specifici gruppi di elettori. Le valutazioni sul peso delle diverse componenti dell’elettorato nell’esito del referendum devono quindi essere considerate come stime e proiezioni, ma non come dati definitivi.

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