Le regioni possono impedire al governo di costruire un CPR?

Se lo stanno chiedendo in molti dopo che il presidente toscano Giani si è detto contrario all’idea dell’esecutivo di realizzare un centro nella sua regione
ANSA
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Negli ultimi giorni si è tornati a parlare della costruzione di nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (CPR), le strutture dove vengono trattenuti i cittadini stranieri che sono in attesa dell’esecuzione di un provvedimento di espulsione. A riaccendere il dibattito è stato lo scontro tra alcuni esponenti della maggioranza e la Regione Toscana.

Il 21 agosto durante un incontro alla Versiliana, il festival che si tiene ogni anno in provincia di Lucca, il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ha dichiarato che il governo intende realizzare nuovi CPR «anche dove le regioni non vogliono». «Con buona pace della Regione Toscana. Li faremo anche in Toscana, sì», ha aggiunto.

Il giorno dopo è arrivata la risposta del presidente della Toscana Eugenio Giani, eletto con il sostegno di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Italia Viva e Più Europa. Giani ha ribadito la sua contrarietà ai CPR, definendoli «luoghi di detenzione impropria» e contestandone il funzionamento. Da mesi, infatti, la regione si oppone all’ipotesi di costruire il primo CPR della Toscana in provincia di Massa-Carrara.

Questo scontro ha riportato l’attenzione su una questione: può una regione impedire al governo di costruire un CPR sul proprio territorio? E, alla fine, chi decide dove realizzarlo? Proviamo a fare chiarezza.

Il caso della Toscana

Lo scontro tra la Regione Toscana e il governo sulla costruzione di un nuovo CPR è iniziato alcuni mesi fa. A metà aprile Giani aveva fatto sapere di aver ricevuto una lettera dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che prospettava la possibilità di realizzare il primo CPR della Toscana a Pallerone, frazione del comune di Aulla in provincia di Massa-Carrara. In quei giorni il governo aveva individuato un’area, ma erano ancora in corso le verifiche necessarie per stabilire se fosse effettivamente adatta a ospitare la struttura.

«Ritengo questa ipotesi un grande errore sotto molteplici punti di vista», aveva dichiarato Giani. La sua contrarietà si basa su due aspetti. Il primo riguarda in generale il funzionamento dei Centri di permanenza per i rimpatri: secondo Giani, i CPR non sarebbero «il metodo più efficace per affrontare la questione migratoria» e assumerebbero «le caratteristiche di luoghi di detenzione». Per questo il presidente della Toscana aveva chiesto una riforma delle norme che ne regolano il funzionamento. 

La seconda obiezione riguarda più nello specifico il luogo dove il governo vorrebbe realizzare il centro, cioè Pallerone. Secondo Giani, un CPR rischierebbe di penalizzare i progetti di sviluppo e valorizzazione dell’area. Durante un sopralluogo a inizio maggio, il presidente della Toscana aveva spiegato che il sito si trova in un contesto «a forte vocazione turistica» su cui la regione sta investendo. Per questo aveva annunciato che avrebbe usato «tutti gli strumenti a disposizione» per opporsi alla costruzione di un nuovo CPR.

In ogni caso, al momento il progetto resta poco definito. Ad oggi non risulta pubblicato un progetto definitivo, con indicazioni sulla capienza prevista, i costi o i tempi dei lavori. Le informazioni disponibili parlano in generale di un’area individuata e ancora sottoposta a verifiche di fattibilità.

Un parere non vincolante

Ma chi decide se e dove costruire un CPR? La norma di riferimento risale ai tempi del governo Gentiloni, quando con un decreto-legge del febbraio 2017 i vecchi Centri di identificazione ed espulsione sono stati rinominati Centri di permanenza per i rimpatri. 

La legge affida al ministro dell’Interno, d’intesa con il ministro dell’Economia, il compito di ampliare la rete dei CPR sul territorio nazionale. Per scegliere dove aprire un nuovo centro deve essere «sentito il presidente della regione o della provincia autonoma interessata». Secondo il testo del provvedimento, devono essere privilegiati luoghi fuori dai centri urbani, facilmente raggiungibili e con strutture pubbliche che possano essere adattate allo scopo.

Il punto decisivo però è proprio quel «sentito». La legge obbliga il governo a consultare il presidente della regione, ma non richiede il suo consenso né un’intesa con l’amministrazione regionale. Questo significa che un parere contrario, come quello espresso da Giani, non basta da solo a bloccare la realizzazione del CPR.

Il quadro è coerente anche con la Costituzione. L’articolo 117 attribuisce infatti allo Stato la competenza esclusiva in materia di immigrazione. Le regioni possono avere un ruolo su altri aspetti legati alla realizzazione concreta dei centri, ma non hanno un potere di veto sulla scelta del luogo. Come vedremo, si tratta dello stesso principio richiamato anche nell’accordo firmato nell’ottobre 2025 tra il Ministero dell’Interno e la Provincia autonoma di Trento per la realizzazione di un nuovo CPR.

Maggiori poteri allo Stato

In più, negli ultimi anni i poteri dello Stato sulla costruzione dei CPR sono stati ulteriormente rafforzati. 

Nel settembre 2023 il governo Meloni ha inserito anche i CPR tra le opere «destinate alla difesa e sicurezza nazionale». Questo permette di seguire regole più semplici rispetto a quelle previste normalmente per costruire una struttura: non serve verificare che il progetto sia conforme ai piani urbanistici locali né ottenere il normale titolo edilizio, ossia l’autorizzazione normalmente richiesta per modificare o costruire un edificio. 

A febbraio di quest’anno il governo ha ampliato ancora questi poteri. Con un decreto-legge ha autorizzato fino al 31 dicembre 2028 il Ministero dell’Interno a derogare a molte delle regole ordinarie per scegliere i siti e costruire le strutture destinate al trattenimento dei cittadini stranieri. La norma parla di deroghe «ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale», ma mantiene alcuni limiti: restano da rispettare, per esempio, la normativa antimafia e gli obblighi imposti dall’Unione europea.

Questi poteri danno allo Stato più margini per portare avanti i progetti, ma non rendono le sue decisioni incontestabili. Gli atti del governo possono comunque essere impugnati davanti ai giudici se vengono ritenuti illegittimi.

Non solo la Toscana

La Toscana non è l’unica regione ad aver contestato i nuovi CPR. In Campania, dove il governo punta a realizzare un centro a Castel Volturno in provincia di Caserta, il 29 giugno il Consiglio regionale ha approvato una mozione contraria al progetto. Il centrodestra ha votato contro al testo, sostenendo un mese prima che la decisione sui CPR fosse «estranea alla competenza regionale».

Anche in Emilia-Romagna si è discusso sul tema, ma il confronto è stato meno duro. A febbraio il presidente della regione Michele De Pascale (Partito Democratico) ha criticato l’idea di partire da un singolo CPR e da una sola città, Bologna, e ha chiesto un confronto più ampio con il governo su sicurezza ed espulsioni. Allo stesso tempo, De Pascale ha escluso una contrapposizione tra «CPR sì» e «CPR mai in Emilia-Romagna», chiedendo invece una strategia condivisa «senza veti o forzature».

Ci sono poi territori che hanno scelto di collaborare con il governo. Nell’ottobre 2025 Piantedosi e il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti (Lega) hanno firmato un accordo per realizzare nel capoluogo un CPR da 25 posti. La provincia finanzierà la costruzione, mentre gestione e manutenzione saranno a carico del Ministero dell’Interno. Fugatti ha definito l’intesa «una scelta di responsabilità», mentre Piantedosi ha indicato il progetto come un possibile «modello» da replicare altrove. Per ora non risultano altri accordi specifici già firmati tra il governo e altre regioni o province autonome per la realizzazione di un CPR.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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