Da vent’anni in Italia esiste un’imposta che, in modo colloquiale, viene chiamata “la tassa etica”. Non è un contributo legato a un servizio ricevuto, ma si applica ai redditi di chi produce materiale pornografico (per questo in origine era stata chiamata in origine “porno tax”). 

L’ha introdotta il terzo governo di Silvio Berlusconi con la legge di Bilancio per il 2006 (art. 1, comma 466). Prevede una tassazione del 25 per cento sui redditi «derivanti dalla produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico», su quotidiani, periodici, in opere teatrali, letterarie, cinematografiche, audiovisive o multimediali «in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti». La norma, però, non riguarda solo il porno: la “tassa etica” si applica anche ai redditi legati alla produzione di materiale «di incitamento alla violenza» e ad alcune trasmissioni «volte a sollecitare la credulità popolare».

In concreto, questo significa che chi lavora nel settore del porno – anche se partita IVA in regime forfetario – versa un’ulteriore somma al fisco, oltre alle normali tasse dovute. Proprio per eliminare questo squilibrio è nata la proposta di legge di iniziativa popolare “Stop tassa etica” promossa dai Radicali Italiani, presentata in una conferenza stampa il 28 gennaio. Al momento, il testo ha già ricevuto il sostegno di oltre 7 mila persone, che in meno di un mese hanno firmato sulla piattaforma del Ministero della Giustizia dedicata ai referendum e alle proposte di iniziativa popolare. Superate le 50 mila firme, il testo potrà essere presentato in Parlamento. 

L’iniziativa, comunque, non è una novità. Già durante la discussione della legge di Bilancio per il 2026, la vicesegretaria di Azione Giulia Pastorella e la deputata di Azione Elena Bonetti avevano presentato un emendamento che chiedeva l’eliminazione della “tassa etica”. La proposta, però, era stata bocciata.