Pagella Politica Logo
SOSTIENICI

Perché le preferenze conteranno poco alle prossime elezioni

Secondo gli esperti, il meccanismo previsto dalla nuova legge elettorale potrebbe creare squilibri e metà dei parlamentari potrebbe essere scelta dai partiti
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Una delle novità principali che sono state introdotte con la nuova legge elettorale promossa dal centrodestra, lo Stabilicum, è la possibilità di esprimere uno o più voti di preferenza per i candidati al Parlamento. In Italia, fino ad oggi i cittadini non potevano esprimere un voto per i candidati al Parlamento, ma solo per un partito e venivano in sostanza eletti i candidati presenti della cosiddetta “lista bloccata” scelta dal partito stesso. Su questo il nostro Paese è stato finora un caso piuttosto unico in Europa, dato che la maggior parte degli Stati europei prevede la possibilità di esprimere preferenze per i candidati al Parlamento, seppure con modalità diverse. 

Dopo un accidentato esame parlamentare, la nuova legge elettorale ha introdotto una forma particolare di preferenze, voluta soprattutto da Fratelli d’Italia e Noi Moderati. Forza Italia e Lega erano contrari, ma poi hanno raggiunto un accordo con gli alleati. Nei giorni scorsi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, tra le principali sostenitrici delle preferenze, ha scritto su X che con il nuovo sistema delle preferenze il centrodestra ha restituito ai cittadini «il potere di scegliere direttamente chi li rappresenta».

Ma quanti saranno davvero i parlamentari che alle prossime elezioni politiche saranno scelti direttamente dai cittadini grazie alle preferenze? In breve: pochi. Secondo gli esperti e le analisi sul nuovo sistema elettorale, oltre la metà dei deputati e senatori continuerà a essere scelta dai partiti. In più, potrebbero sorgere diversi squilibri tra il voto degli elettori.

Come funzionano le preferenze

Per capire come mai nel prossimo Parlamento la maggioranza dei deputati e dei senatori sarà ancora nominata dai partiti bisogna spiegare come funziona il nuovo sistema delle preferenze.

Le preferenze previste dallo Stabilicum sono state ribattezzate come “preferenze semi-bloccate”. In pratica, oltre al voto a una lista, ogni elettore potrà esprimere fino a tre preferenze per i candidati di quel partito, tra quelli che non sono capolista. Il capolista infatti è “bloccato”, nel senso che ha la precedenza su tutti gli altri nell’elezione al Parlamento, a prescindere dai voti presi dagli altri con le preferenze. Il voto di preferenza si esprime tracciando un segno nel quadrato posto a sinistra del nome del candidato prescelto. Nel caso di più preferenze espresse, l’elettore dovrà scegliere candidati di genere diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista. Per ogni partito, oltre al capolista verranno eletti i candidati con più preferenze in ogni collegio, a secondo del risultato ottenuto dal partito. Su questo, ricordiamo che i deputati da eleggere alle prossime elezioni politiche sono 400 per la Camera e 200 per il Senato, esclusi i senatori a vita.

Con o senza premio di maggioranza

Le preferenze introdotte con la nuova legge elettorale non sono delle preferenze “pure”, perché alcuni candidati, ossia i capolista, avranno la precedenza rispetto agli altri. Dunque, non tutti i parlamentari saranno scelti dagli elettori. Anzi, secondo le prime analisi svolte da istituti di sondaggi e centri di ricerca elettorale, deputati e senatori eletti con le preferenze saranno ancora una minoranza rispetto a quelli decisi dai partiti. Il motivo principale, come vedremo, è che i posti in Parlamento sono limitati e, fatta eccezione per i partiti più grandi come Fratelli d’Italia e Partito Democratico, gli altri potranno eleggere nei vari collegi quasi esclusivamente i candidati capolista bloccati. 

Questo scenario è stato evidenziato dal Centro Italiano Studi Elettorali (CISE), il centro di ricerca elettorale dell’Università Luiss di Roma e dell’Università di Firenze. In una ricerca pubblicata lo scorso 28 settembre, il CISE ha analizzato due possibili scenari sui seggi assegnati alla Camera, sulla base dei sondaggi più recenti: uno in cui l’alleanza di centrosinistra – formata da PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Italia Viva e Più Europa – supera il 42 per cento dei voti e ottiene il premio di maggioranza, e una invece in cui nessuna delle due coalizioni raggiunge il 42 per cento e quindi nessuno ottiene il premio. Il secondo caso è quello che si verificherebbe, secondo il CISE, se Italia Viva restasse fuori dal cosiddetto “campo largo” correndo da solo con una lista separata dal centrosinistra. 

Nel primo caso, quello in cui il centrosinistra ottenesse il premio di maggioranza, ossia 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 in più al Senato, gli unici partiti che eleggerebbero una parte dei loro deputati con le preferenze sarebbero Fratelli d’Italia (il 46 per cento), il PD (32 per cento), il Movimento 5 Stelle (20 per cento) e Forza Italia (4 per cento), mentre gli altri riuscirebbero ad eleggere solo i capolista bloccati, perché nei nei vari collegi non riuscirebbero mai a eleggere più di un parlamentare. 

Nel complesso, in questo scenario solo il 23 per cento dei deputati sarebbe eletto con le preferenze, mentre il restante 77 per cento continuerebbe a essere scelto dai partiti. Secondo il CISE la quota di parlamentari eletti con le preferenze crescerebbe leggermente nel secondo caso, quello in cui il premio di maggioranza non dovesse scattare. In quella situazione anche Futuro Nazionale potrebbe eleggere qualche deputato con le preferenze (circa il 6 per cento).

Il problema del proporzionale

Il motivo per cui in entrambi i casi gli eletti con le preferenze saranno meno di quelli scelti dai partiti è dovuto proprio alla presenza dei capolista bloccati e ai rapporti di forza tra partiti. Come spiega il CISE, la legge elettorale è proporzionale, ogni partito elegge un numero di parlamentari in base ai voti. I partiti che potranno eleggere più parlamentari con le preferenze saranno quelli con un più voti di lista, mentre agli altri rimarranno da eleggere soltanto i capolista bloccati. Stando al primo scenario, quello in cui scatta il premio, il CISE ha spiegato che «per vincere due seggi nello stesso collegio serve superare il 10-12 per cento dei voti, soglia che Fratelli d’Italia raggiunge in 36 collegi su 48, il PD in 21, il M5S in 6. Con percentuali fra il 5 e l’8 per cento – quelle in cui sono dati per esempio Forza Italia, Lega, AVS e Futuro Nazionale – si vince quasi sempre un solo seggio, e un partito da 26 deputati può non averne nessuno scelto dagli elettori».

Secondo il politologo Marco Valbruzzi, professore di Scienza politica all’Università di Napoli, il nuovo sistema delle preferenze avrà un effetto distorsivo sul voto degli elettori. «Proprio per il fatto che le preferenze varranno solo per alcuni partiti, questo sistema stabilisce già in partenza che il voto di preferenza conterà solo per gli elettori dei partiti più grandi e con più consensi, mentre il voto di preferenza espresso dagli elettori dei partiti più piccoli finirà per contare poco o nulla, dato che questi sono destinati a eleggere se va bene i capolista bloccati», ha spiegato Valbruzzi a Pagella Politica.

La variabile delle pluricandidature

Un fattore che potrà incidere sulla quota di eletti con le preferenze e di cui bisogna tenere conto sono le cosiddette “pluricandidature”. Secondo la nuova legge elettorale, e come previsto già dal precedente Rosatellum, uno stesso candidato può presentarsi in un massimo di cinque collegi, anche in posizione di capolista. In pratica se un partito vuole garantire a tutti i costi l’elezione di un esponente (per esempio il leader), lo potrà candidare in cinque collegi diversi come capolista: se poi dovesse essere eletto in tutti e cinque, ne sceglierà uno, e negli altri quattro il parlamentare eletto sarà quello con più preferenze.

Facciamo un esempio. Poniamo che il Movimento 5 Stelle voglia avere la garanzia di rieleggere alla Camera il suo presidente, Giuseppe Conte. Il Movimento 5 Stelle potrà quindi candidare Conte come capolista in cinque collegi diversi, oltre che nelle liste del premio di maggioranza. In questo modo, Conte risulterà eletto nel collegio dove il Movimento 5 Stelle ha ottenuto il risultato peggiore, liberando quattro posti per i candidati con più preferenze degli altri collegi in cui si era candidato.

Se i partiti dovessero scegliere di utilizzare le pluricandidature, la quota di parlamentari eletti con le preferenze crescerebbe, ma rimarrebbe comunque una minoranza rispetto a quelli scelti dai partiti. Secondo un’analisi del 15 settembre di YouTrend, che ha considerato sia le pluricandidature sia il premio di maggioranza, «i parlamentari eletti con preferenze potrebbero assestarsi intorno al 43 per cento» tra Camera e Senato.

Anche il CISE ha simulato diversi scenari in base a quanto i partiti utilizzeranno le pluricandidature. Se i partiti dovessero decidere di occupare tutti i posti da capolista con gli stessi candidati – cioè candidando in cinque collegi ognuno dei capolista –, i parlamentari eletti con le preferenze sarebbero oltre l’80 per cento. Ma come ha precisato lo stesso istituto, si tratta di «una soluzione politicamente improbabile», ed «è ragionevole aspettarsi che il dato reale di eletti con preferenze resti vicino a valori più bassi», al massimo al 40 per cento. 

Secondo Valbruzzi, il sistema delle pluricandidature genera ancora più incertezza sull’impatto delle preferenze. «Le preferenze acquisteranno più peso via via che i partiti decideranno di candidare uno stesso candidato in più collegi, liberando posti per altri con le preferenze. Ma già l’idea di poter candidare una persona in più collegi è una sorta di “truffa” nei confronti dell’elettore, visto che quest’ultimo non saprà fino all’ultimo in quale collegio verrà eletto il capolista», ha aggiunto il politologo.

Donne sfavorite?

Al di là del numero preciso di candidati eletti con le preferenze, la nuova legge elettorale ha aperto un dibattito sul numero di donne che andranno in Parlamento. Lo Stabilicum prevede che nelle liste ci sia l’alternanza di genere tra i candidati, ma i capolista potranno essere dello stesso genere. In altre parole, in un caso limite, i partiti potrebbero decidere di candidare come primi della lista tutti candidati uomini, garantendo loro un seggio quasi certo in Parlamento. Così i partiti che eleggeranno solo parlamentari capilista (tutti tranne i più grandi) potrebbero per assurdo eleggere solo uomini. Al contrario, per i candidati nelle liste del premio di maggioranza è previsto un rapporto tra i generi pari a 60-40, ma questi candidati non sono sottoposti al voto di preferenza e non è detto che il premio venga assegnato. 

Sulla questione di genere alcuni dubbi sono stati espressi nelle audizioni in Parlamento dagli esperti. Secondo l’avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, il sistema dei capilista bloccati potrebbe mettere in discussione il principio dell’uguaglianza di accesso alle cariche pubbliche perché il nuovo sistema non prevede nessun obbligo di porre come capilista bloccati persone di genere diverso, e potrebbe quindi abbassare la percentuale di donne in Parlamento.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

È uscita la nostra guida sulla legge elettorale, riservata ai sostenitori.
Sostienici per accedere a tutte le guide esclusive, newsletter riservate, video e molto altro.
INIZIA AD INFORMARTI MEGLIO
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.